In Cina sconfitta la povertà o è propaganda? (Video)

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In Cina la povertà estrema è stata sconfitta. Almeno, questo è quanto affermano trionfalmente le autorità di Pechino. Ma le tempistiche e le modalità dell’annuncio fanno pensare. Pechino avrà realizzato davvero il Chinese Dream? Oppure, numeri alla mano, si tratta dell’ennesima forma di propaganda di regime per ammansire i mercati?

In Cina cosa s’intende per povertà estrema?

In Cina un reddito pro capite annuo inferiore a 4.000 yuan (poco più di 600 dollari) definisce una condizione di “povertà estrema”. Facendo due conti si tratta di 1.52 dollari al giorno. Un limite comunque inferiore alla soglia globale di 1.90 dollari al giorno stabilita dalla Banca Mondiale. In Cina, le 832 contee e i 128.000 villaggi più colpiti si trovano soprattutto nelle aree deserte, in quelle forestali e nei villaggi di montagna. Oltre che nelle province dell’entroterra come quella di Guizhou, nel Sud-Ovest. Proprio la sua cancellazione dalla lista delle ultime 9 contee con povertà assoluta ha permesso alla Repubblica Popolare cinese di dichiarare “debellata” la povertà.

Una vittoria totale?

Il 25 febbraio Pechino ha proclamato la “vittoria totale” sulla povertà assoluta. Un “miracolo” realizzato grazie al paternalistico programma di investimenti scaturito dal diciottesimo congresso del Partito comunista cinese (PCC). Il piano del novembre 2012 ha riguardato investimenti per un valore di 1.600 miliardi di yuan, circa 200 miliardi di euro. Rivolti in particolare all’ammodernamento delle infrastrutture (in primis strade) e alla digitalizzazione delle aree più povere del Paese. Secondo i dati ufficiali, le riforme avrebbero consentito a “oltre 770 milioni di persone” di superare la soglia di povertà. Quarto paese al mondo per estensione e primo in Asia, il risultato cinese avrebbe contribuito a ridurre del 70% il fenomeno a livello globale. Oltre ad anticipare di qualche anno il target di sviluppo sostenibile fissato dai 17 Obiettivi dall’Agenda delle Nazioni Unite per il 2030.

Le dichiarazioni

Questo è il grande onore del popolo cinese, del PCC e della Cina“, ha dichiarato soddisfatto Xi Jinping dalla Grande Sala del Popolo. A otto anni dal suo insediamento, il Segretario generale e capo della Commissione militare centrale sarebbe riuscito a “migliorare il benessere delle persone“. A suo dire, si tratta di un risultato che “passerà alla storia”, opinione cavalcata dalla stampa di regime. Per di più, secondo Xi Jinping le politiche socialiste cinesi potranno rappresentare un “esempio” per il mondo. Dunque, quale modo migliore per festeggiare il centenario del Partito Comunista cinese visto l’approssimarsi del 23 luglio?

La situazione a livello globale

Tuttavia, diversi commentatori escludono che i metodi impiegati da Pechino siano esportabili. Ad esempio, il reinsediamento coatto sarebbe inconcepibile nei sistemi democratici come ha evidenziato lo stesso presidente statunitense Joe Biden. Oltretutto, i dati registrano una contrazione del fenomeno della povertà su scala mondiale. Secondo i dati dell’International poverty line, l’indicatore adottato dalla Banca Mondiale, il numero di persone che vivono in condizioni di povertà estrema si è ridotto dal 1990 a 2015. Infatti, si è passati da 1 miliardo 895 milioni a 736 milioni. Anche il numero della popolazione che vive in povertà è sceso. Dal 36% del 1990 al 10% di oggi.


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In Cina si sconfigge la povertà?

Se avesse risolto davvero il problema della povertà, Pechino avrebbe realizzato uno degli “obiettivi centenari” della Cina: costruire una società “moderatamente prospera” entro il 2021. Il gigante asiatico conta una popolazione che ha superato il miliardo e 440 milioni di persone, come ha rivelato l’ultimo censimento 2020 per il quale erano state assunte 7 milioni di persone (anche a titolo volontario). Come ha osservato Spread Economics, quindi, il governo cinese ha dovuto escogitare il modo di abbattere le disparità tra classi sociali e creare un nuovo ceto medio con livelli di reddito prossimi agli standard occidentali. Ma il fatto che circa 850 milioni di cinesi abbiano superato la soglia di povertà non significa la Cina abbia risolto le disuguaglianze. Del resto, lo ha ammesso lo stesso Xi Jinping.

Il programma di Pechino

Allontanandosi dall’abbaglio dei proclami, quindi, è difficile affermare che la Cina abbia sradicato il problema. Innanzitutto non va sottovalutata la stessa soglia di povertà, che differisce di 0.38 centesimi al giorno in meno rispetto a quella della Banca Mondiale. Una discrepanza all’apparenza esigua ma notevole se applicata su vasta scala. In secondo luogo, il governo non si è nemmeno avvicinato ad arginare il problema della sperequazione sociale (prima ancora che economica) avvertita specialmente tra l’Est e l’Ovest del Paese. Basti pensare che nel 2019 a Shanghai il reddito annuo pro capite era di 10.052 dollari. Mentre spostandosi di poco più di duemila chilometri a Ovest, nella provincia di Gansu, il reddito dei suoi abitanti era di appena 2.771 dollari. Quindi davvero non è tutto oro quel che luccica?

In Cina il fine giustifica i mezzi?

Ma non finisce qui. Perché oltre all’aggressiva politica espansionistica di Pechino verso Africa e Sudamerica, che di fatto ha assorbito parte della crescita del Paese, misure quali il dislocamento forzato sono state portate avanti in maniera indiscriminata e assai poco lungimirante. Ma soprattutto il regime ha mancato di ricordare che molte persone “sottratte alla povertà” oggi dipendono dai sussidi governativi. Di conseguenza, milioni di famiglie rischieranno di ricadere sotto la soglia (ritoccata a ribasso) quando la mano che le nutre cesserà di farlo. Specialmente nelle province occidentali. Tale disparità risulta chiara dal recente studio China and the world: New Frontiers, Fresh Connections di HSBC Global Research. Nell’analisti, infatti, si legge: “Mai il mondo aveva visto un’economia così grande e così povera allo stesso tempo“.


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Cosa ne pensano le famiglie in Cina?

A questo punto, la domanda non è più soltanto se il governo di Pechino abbia o no sconfitto la povertà. Ma quali siano le condizioni di vita che assicuri alla popolazione. A tal proposito, il Japan Times ha intervistato alcuni abitanti che vivono nei villaggi più poveri del gigante asiatico. Come Liu Qingyou che fa l’agricoltore nella provincia di Hunan. Nell’opuscolo governativo che mostra al reporter c’è scritto che la sua condizione di povertà è considerata una “malattia” dallo Stato, propenso più a “estirparla” che curarla. In effetti, lamenta l’opuscoletto, Qingyou non ha sfruttato gli aiuti statali. Dai sussidi per l’acquisto delle sementi al miglioramento della resa dei loro aranceti.

Una testimonianza

Al contrario, nel 2014 le autorità sono state costrette a classificare la sua famiglia come “povera”. Così Liu Qingyou è rientrato nel programma di “riduzione mirata della povertà” avviato dal partito di Xi Jinping. Eppure, secondo l’agricoltore gli sforzi statali si sono rivelati tutt’altro che efficaci. Ad esempio, non hanno garantito a lui e alla sua famiglia una casa dove riparasi dal rigido inverno, anzi. Liu e la sua famiglia vivono ancora in modo spartano, nonostante non siano più considerati poveri. “Possiamo cavarcela“, ha detto l’agricoltore “Ma la nostra casa fa pena“.

Cosa succederà in Cina?

Dunque, la realtà sembra diversa da quanto raccontato. A maggior ragione se si considera che l’aumento dei redditi ha di fatto reso obsoleta la soglia di povertà stabilita dalla Cina. Secondo Terry Sicular, dell’Università dell’Ontario occidentale, “L’attuale soglia di povertà rurale, bassa, unidimensionale, non riflette più cosa significhi essere poveri nella società cinese in rapida evoluzione“. In effetti, il PCC ha basato la sua legittimità sulla promessa di una continua crescita. Che però non si è tradotta in benessere economico. Soprattutto perché i sussidi non sono altro che prestiti di cinque anni, i cui interessi ricadono sulle autorità locali. La stessa Pechino ha già ammesso il rischio di regresso. Perché come ha spiegato Sicular, “Eliminare la povertà in un dato momento non equivale a sconfiggerla totalmente“.

Concludendo

Quindi, sui buoni propositi grava non solo il divario tra ricchi e poveri, in costante crescita nel paese. Ma anche le diseguaglianze tra zone rurali ed aree urbane. Sebbene sia innegabile che qualche progresso sia stato fatto, quantomeno in consapevolezza, il gigante asiatico è ancora lontano dal raggiungimento degli obiettivi prefissati. La scommessa più grande anche dopo il 2021. Pertanto, anche se “La società moderatamente prospera” pare vicina, le autorità dovranno impegnarsi di più per costruire in Cina una società più equa ed inclusiva.


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