Un diciottenne, accusato di terrorismo da un tribunale dell’Arabia Saudita per reati compiuti all’età di dieci anni, rischia di essere condannato a morte

Murtaja Qureiris, cittadino diciottenne dell’Arabia Saudita rischia di essere condannato alla pena capitale per terrorismo. Il ragazzo venne arrestato a tredici anni mentre con la famiglia si trovava in un aeroporto del paese mediorientale in attesa di un volo per il Bahrein. Secondo l’accusa Qureiris avrebbe fatto parte di un’organizzazione terroristica, in quanto quando aveva 10 anni, nel 2011, avrebbe partecipato in bicicletta con alcuni amici alle proteste per chiedere maggiori diritti durante alcune manifestazioni messe in atto dalla comunità sciita nel corso della Primavera Araba. Inoltre il ragazzo, in compagnia del fratello, avrebbe assaltato con delle molotov una stazione di polizia e, durante i funerali dello stesso fratello, morto a seguito di una protesta, avrebbe intonato slogan contro il governo.

Murtaja Qureiris, 18 anni, rischia la pena di morte in Arabia Saudita

Dopo l’arresto, avvenuto nel 2014, Qureiris è stato detenuto in una prigione saudita per quattro anni, di cui due in isolamento. Secondo la magistratura saudita il ragazzo, nel corso di un interrogatorio avrebbe ammesso le sue responsabilità, confessando la sua colpevolezza. Tuttavia il giovane avrebbe chiarito che la confessione su cui si basa l’accusa sarebbe stata estorta con mezzi coercitivi, comprese le minacce.

Le persecuzioni contro le minoranze in Arabia Saudita

La famiglia di Murtaja Qureiris appartiene alla minoranza islamico sciita, che in Arabia Saudita rappresenta meno del 20% della popolazione e per la maggior parte vive nella zona orientale del paese, territorio ricco di pozzi petroliferi. Da molti anni ormai, i musulmani sciiti che vivono nel paese denunciano persecuzioni e discriminazioni messe in atto dal governo; all’inizio del 2016, lo sceicco Nimr al-Nimr, importante religioso e punto di riferimento della comunità sciita del paese, è stato decapitato insieme ad altre 46 persone con l’accusa di terrorismo dopo essere stato arrestato per aver guidato una manifestazione nella zona sciita del paese nel 2012. A seguito dell’esecuzione, ci furono numerose proteste sia in Arabia, sia all’estero, con la richiesta da parte degli Stati Uniti al governo di Riad di rispettare i diritti umani e la reazione da parte del vicino Iran che ha convocato l’ambasciatore saudita per inoltrare una protesta formale. Secondo Teheran l’esecuzione del religioso sciita sarebbe avvenuta per togliere di mezzo una persona influente che, organizzando manifestazioni antigovernative, avrebbe potuto mettere in pericolo la stabilità di una zona importante del paese dal punto di vista economico. Secondo alcuni osservatori internazionali, gran parte delle condanne a morte verso la minoranza sciita in Arabia Saudita, sarebbero state comminate a seguito di processi farsa basati su testimonianze e confessioni ottenute con la tortura.

Arabia Saudita: proteste contro l’esecuzione di Nimr al Nimr

La pena capitale in Arabia Saudita

L’Arabia Saudita è un paese islamico che applica la legge islamica (Sharia) in modo sistematico. La pena capitale viene applicata per molti reati, tra i quali terrorismo, tradimento, omicidio, rapina, stupro, adulterio e apostasia. Secondo gli osservatori internazionali, gran parte delle

Secondo i dati raccolti dall’associazione “Nessuno tocchi Caino“, nonostante Riad nel 1996 abbia firmato la convenzione Onu per i diritti del fanciullo, che proibisce la condanna a morte degli imputati per reati commessi nel corso della minore età, nel 2013 avrebbe giustiziato tre imputati per reati compiuti quando erano ancora minorenni. Nonostante nel 2013 l’Arabia Saudita abbia autorizzato la fucilazione come metodo di esecuzione, la decapitazione viene ancora attuata per punire alcune tipologie di reato, tra cui la sedizione, considerata dalla Sharia un crimine grave .

Secondo le stime di Amnesty international, dal 2015, anno in cui Re Salman è diventato sovrano dello stato saudita, le condanne a morte sarebbero aumentate, arrivando nel 2018 a raggiungere 149 esecuzioni capitali. Lo scorso aprile, il ministero dell’interno saudita ha comunicato di aver giustiziato 37 persone accusate di terrorismo in un solo giorno. Se Martaja Qureiris venisse condannato alla pena capitale, si tratterebbe della quarta esecuzione di quest’anno per reati commessi prima della maggiore età, in quanto nei mesi scorsi altri tre ragazzi, minorenni all’epoca dei fatti contestati, sono stati giustiziati per aver manifestato nel corso della Primavera Araba.

Re Salman, dal 2015 sovrano dell’Arabia Saudita

Alcune organizzazioni internazionali, tra cui Amnesty International, hanno inoltrato un appello al governo di Riad affinché non autorizzi la condanna a morte nei confronti di Qureiris, sottolineando il fatto che le norme internazionali, tra cui la convenzione del 1996 firmata anche dal governo saudita, vietano di condannare a morte le persone per reati commessi durante la minore età.

Le organizzazioni per i diritti umani si stanno mobilitando per far si che il caso di Martaja Qureiris possa risolversi senza il ricorso all’esecuzione capitale. Poco tempo fa, in Pakistan, Asia Bibi, cristiana perseguitata e condannata a morte, grazie all’interesse della comunità internazionale ottenne la revisione del processo e l’annullamento della condanna condanna capitale, riottenendo la libertà.

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