Il valore delle storie all’interno del web: il personal storytelling

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Typewriter What is Your Story

Con l’avvento dei social media si passa da una società opaca ad una più trasparente, incentrata su una dimensione esclusivamente pubblica, dove ogni pensiero ed azione non può più essere nascosta.

A tal proposito c’è chi parla di social media come strumenti di manipolazione delle menti e dell’informazione , chi di democrazia in Rete , in quanto la trasparenza, spesso troppo ingenuamente, è da sempre sinonimo di maggiore qualità della vita sociale. Di conseguenza anche l’utente, necessità di essere più visibile e trasparente in Rete. “Raccontarsi e mostrarsi ” nei social media infatti , è diventata una pratica quotidiana di massa e i migliaia di selfie, pratiche di autoscatto che hanno sostituito la vecchia idea di fotografia, presenti su Facebook e Twitter ,ce lo confermano. Esporsi dietro le “vetrine” (schermi) dei nostri computer o cellulari , si è trasformato in un bisogno umano per confermare o ricostruire un’immagine pubblica di sé , un’identità distinta ed autonoma.   Emerge sempre più un forte bisogno di rel-azione, di incontro, di conoscenza, di partecipazione..e questa è un ottima cosa!.

Ma l’eccesso porta sempre delle conseguenze: si rischia cosi l’adesione ad una nuova cultura della fama che usa l’immagine di sé e il racconto, attraverso post e tweet , come strumenti per controllare e ripulire se stessi e costruire una reputazione sociale low cost. Schiavi cosi della visibilità e della trasparenza, rischiamo di perdere completamente non solo la capacità di tutelare dati ed informazioni ma di non riconoscerci più come individui razionali , dotati di emozioni, sostituite da emoticon.

Ogni azione come like, sharing , comment in Rete , lascia delle “tracce del nostro Sè”, frammenti della nostra identità che raccontano concretamente qualcosa di noi ma che non possiamo controllare e dunque cancellare.E’ quello che il sociologo belga De Kerchkove definisce “inconscio digitale”. Tale fenomeno rappresenta oggi la quotidianità e quindi ogni aspetto della vita sociale e ciò può generare odio , invidia e trasformare ,anche per un semplice scherzo, un normale utente in una cyber -vittima del tutto inconsapevole , esposta ai giudizi di tutto il mondo. E nell’era digitale, se è vero che tutto è trasparente e non cancellabile, questo può essere molto pericoloso: i casi di bullismo, isolamento sociale, suicidi, hate speech ce lo dimostrano. Occorre comprendere quella situazione limite e cioè quando la tecnologia arriva a nutrire o danneggiare l’individuo e la società stessa. Oltre che sviluppare competenze digitali e abilità partecipative per essere multitasking, bisognerebbe ristabilire il valore delle relazioni sociali e delle emozioni che socialmente, sono ancora la vera essenza della vita umana per un rapporto di serenità e rispetto dell’Altro che in Rete rischiano di essere banalizzate o peggio ancora dimenticate.

Lo storytelling di sé e di tutto ciò che c’è di positivo, se inserito nel contesto Rete in maniera responsabile e critica aiuta a diffondere “il bene comune”, e ad incoraggiare il confronto, accantonando l’utilizzo del web come strumento di autocelebrazione e di offesa dell’Altro: cosi si formano “intelligenze collettive e connettive”.

 

 

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