Il silenzio delle bombe

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Non succederà mai. Mi dico. Figuriamoci se lo fa davvero. Penso. E sono le stesse cose che pensavamo in tanti il 23 febbraio. Non lo farà. E invece l’ha fatto. E ora siamo di nuovo qui. Stessi pensieri, stesse domande senza risposte. Per ora. Ma nessuna garanzia che tutto resti fermo. Intanto a 230 chilometri da dove sono a scrivere le bombe cadono da qualche giorno. Ma non le sentiamo. Nemmeno da qui. A un passo dal confine. Figuriamoci in Italia. E il silenzio di queste bombe, almeno per me, fa tantissimo rumore.

Perchè ho amici che abitano a Lviv, Leopoli per noi italiani, ho amici che sono senza luce da ieri. Amici che il rumore delle bombe lo sentono e quando riescono me lo raccontano. E ho amiche, qui a Cracovia, che hanno mamma e papà in Ucraina e che il rumore delle bombe me lo raccontano ogni giorno. E poi ci sono loro, le centinaia di profughi che ogni giorno aiutiamo con i pacchi alimentari. Che entrano, ti salutano in italiano, perché hanno imparato a dire “Buongiorno” e poi in ucraino ti dicono che vengono da Kherson o da Zaporizhzhia e anche se non capisco tutto quello che dicono, quello che stanno dicendo è chiaro.

Hanno le lacrime agli occhi, guardano in alto per non farsi vedere piangere. Raccontano del rumore che fanno le bombe e del silenzio subito dopo. E della paura. E del silenzio che di notte fa più paura. Alcuni vengono da villaggi dove ormai non è rimasto più nulla e solo qualche anziano, che non vuole lasciare casa. Perchè qualcuno deve restare a proteggere la casa.

Invece noi siamo qui, dove le bombe non si sentono. Sappiamo che ci sono. Sappiamo cosa succede. Sappiamo che uccidono. Sappiamo anche che in linea teorica i prossimi potremmo essere noi. Il silenzio di una di queste notti potrebbe essere rotto da un boato che porterebbe un silenzio ancora più tremendo. E viviamo cosi. In questa dicotomia distopica. Nel silenzio delle bombe a un passo dal confine.