Il ritorno in Sicilia del grano antico, è oggi una realtà, che se sostenuta, potrebbe far risorgere il “Made in Italy”, soffocato dalle multinazionali e dal mercato globale.

Si tratta di diverse qualità di grano come Timilia, Maiorca e Strazzavisazz, conosciuti e coltivati anche da greci e romani fino a i primi del Novecento e poi dimenticati, ottimi sostituti del normale grano, anche come soluzione per chi soffre di varie intolleranze.

Giuseppe Li Rosi, Silvia Sillitti e Ettore Pottino, sono alcuni tra gli agricoltori siciliani che hanno ricominciato a produrre i grani antichi; infatti la “Simenza” Associazione di agricoltori e contadini siciliani per le sementi contadine, ha visto crescere il numero dei suoi sostenitori di oltre 70 unità.

Ecco le loro motivazioni e dichiarazioni;

Giuseppe Li Rosi ha già convertito 100 ettari dell’azienda familiare a grano locale; Silvia Sillitti tiene a precisare che ha soltanto portato avanti il lavoro del padre, mentre Ettore Pottino ha a spiegato: “Parliamo di massima qualità e sicurezza alimentare. È un grano che fa bene, estremamente salubre con il giusto tenore di proteine e glutine. Il chicco è di un rosso cristallino, vitreo senza nessuna bianconatura con qualità che sono apprezzate dal mercato. Rispetto al grano più comune ha un prezzo più alto anche se la produzione è inferiore.”

Continua Pottino: “Si tratta di semi fuori dal mercato, perché il mercato richiede maggiore produzione e una qualità minore del prodotto.” Silvia Sillitti dichiara che: “I valori contenuti in quei semi, come glutine e proteine, sono bilanciati. Per questo fanno meno male e sono di maggiore qualità. Le produzioni, però, sono dimezzate rispetto a quelle moderne: c’è uno squilibrio dei prezzi. Nonostante i mugnai promuovano molto la farina di grano tipico siciliano o antico, non si riesce a dare il giusto valore per il lavoro che c’è dietro. Per il produttore prezzi bassi, troppo alti per il consumatore. Si dovrebbe quindi, trovare un punto di equilibrio tra domanda e offerta.”

Circa un migliaio di ettari vengono giù utilizzati per i grani antichi e Pottino aggiunge: ”Le piante sono ‘esteticamente più belle’ e alte circa un metro e cinquanta. Essendo più alte controllano meglio le infestanti che, rimanendo senza luce non possono raggiungere l’altezza del grano che rimane, quindi, intatto nella sua purezza e rende suggestivo il paesaggio delle campagne siciliane.”

Dice ancora Pottino: “C’è un grosso problema, però, che riguarda le varietà antiche. Per la legge italiana si possono commercializzare i grani iscritti al registro delle varietà, ma tra queste non ci sono quelle antiche cadute in disuso. Gli agricoltori si sono scambiati il seme compiendo di fatto un illecito: è come se fossimo contrabbandieri. Perché da un punto di vista commerciale si può riseminare il grano già prodotto, ma i semi non si possono vendere ad altri perché siano riseminati. Questi grani erano stati quasi dimenticati perché non iscritti al registro nazionale delle varietà di grano dell’Ense (Ente Nazionale Sementi Elette). Ora in Sicilia si sta lavorando per un registro delle varietà di grani antichi che dovrebbe essere tenuto dall’Istituto del vino e degli oli per rimettere in modo legale sul mercato questa varietà riapparsa e che ha bisogno di un’ovvia regolamentazione.”

Silvia Sillitti continua: “Sono fermamente convinta, che sia necessario aumentare i controlli sulle superfici dove sono coltivati i grani antichi per attestarne la veridicità con una mappa genetica precisa che l’istituto di granicoltura stila pur non essendoci ancora un registro nazionale. Credo che in questo senso l’Associazione Simenza si stia muovendo. Bisogna abbracciare la genetica del chicco e avvalersi dei laboratori delle Università.”

Sempre Silvia Sillitti precisa: “I pastifici, per le esigenze delle grandi aziende, chiedevano un grano con un contenuto di glutine più alto perché è più elastico e quindi più idoneo per pastificare. Le ditte sementiere e non solo, hanno così creato in laboratorio un grano ad hoc aumentando il glutine o altre caratteristiche e per questo oggi ci sono così tante intolleranze. Maggiore quantità di glutine non permette al corpo umano di assorbire il cibo e digerire in modo sano. Inoltre, l’oncologo milanese Berrino sostiene che la farina ’00’ sia un veleno autorizzato. Nell’intestino fa un effetto colla ed è un’infiammazione costante che il corpo riceve. Meglio la farina integrale.”

Contrariamente alle rigide regole dei grani multinazionali, che ne prevedono una sola qualità e spesso geneticamente modificata, i grani antichi si seminano con varie selezioni di sementi naturali, e questa loro varietà rende la qualità della spiga più resistente e la terra più produttiva. Sono tecniche di coltivazione che risalgono a mille anni fa e richiedono pazienza. La semina del primo anno porta un raccolto discreto, ma dal secondo anno in poi la produzione subisce incrementi significativi.

C’è da sperare che, come sempre accade quando le grandi aziende si sentono minacciate dai produttori locali, non si debba assistere alle solite guerre per il profitto, dove si cercherà di denigrare la genuinità e la salubrità dei prodotti naturali, con una disinformazione o con il solito terrorismo psicologico, mettendo in giro voci su una presunta pericolosità dei grani antichi, che paragonati a ciò che è veramente pericoloso al giorno d’oggi, e che viene prodotto proprio dalle grandi aziende, possono solo essere considerati un “toccasana”, sia per la salute, che per risollevare il nostro Paese dalla crisi.

In conclusione, ciò che chiedono i produttori, è maggiore ricerca e legalizzazione del prodotto, rivolgendosi a un ventaglio di consumatori sempre più attenti alla loro alimentazione e alla provenienza di ciò che arriva sulla loro tavola.

Un tipo di prodotto alternativo, quello dei grani antichi, di grande qualità, senza l’anonimato della produzione imposta dal mercato globalizzato; tracciabilità del grano e identità riconosciuta del territorio. Un moto di orgoglio per i piccoli produttori e sonni tranquilli per i consumatori.

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