Quanto sta avvenendo in Medio Oriente – segnatamente in Iraq ed in Siria – non è altro che un ulteriore fronte, quello decisamente più caldo, della contesa extraeuropea tra l’imperialismo statunitense e l’imperialismo russo.

A prescindere dagli ultimi cinque cambi alla presidenza degli USA – dal repubblicano George H.W. Bush al democratico Bill Clinton e poi al repubblicano George W. Bush e quindi al democratico Barack Obama per finire col repubblicano Trump – la strategia di penetrazione militare in Medio Oriente puntava ad acquisire fonti di petrolio e fonti di gas anche a costo di vite umane.

Lo sfondamento in Medio Oriente è una tappa obbligata per le amministrazioni USA visto e considerato che la Russia ha mantenuto ben saldo il controllo sulla cintura caucasica ex sovietica e la “tappa” afgana non ha dato i risultati sperati in termini di efficacia dell’intervento militare e di efficienza dell’apparato economico e produttivo di quel martoriato Paese.

L’opzione militare in Iraq, quindi, è funzionale all’accaparramento dei giacimenti petroliferi in funzione della continuità del rifornimento del mercato interno a prezzi bassi, impossibile da garantire con le sole, scarse riserve nazionali statunitensi, all’epoca (inizio anni duemila) stimate in 22 miliardi di barili (mld/b) all’anno.
Per correre ai ripari, la potentissima lobby petroliera Usa – alla quale non erano estranei gli interessi della famiglia Bush padre – decise una strategia mirante ad accaparrarsi risorse petrolifere in gran quantità e a condizioni di massima agibilità politica. Dove andare? Ancora una volta nel Golfo, nell’area a più alta concentrazione petrolifera del mondo vista l’impossibilità di sfondare altrove. come detto, sulle risorse del Caucaso e dell’Asia centrale ha allungato gli artigli l’orso di Mosca.

Da sole, infatti, le ingenti riserve dell’Arabia Saudita non avrebbero potuto assicurare agli USA, nel medio-lungo periodo, la continuità del rifornimento alle condizioni desiderate dalle compagnie a stelle e strisce e perciò a Bush urge mettere le mani sull’Iraq, ovvero sul secondo Paese al mondo per riserve petrolifere accertate (112,5 mld/b) dove, da quando al potere c’è Saddam Hussein, nessuna compagnia statunitense ha messo piede.  È nel Medio Oriente che si gioca la grande partita dell’approvvigionamento petrolifero perché le risorse irachene – aggiunte a quelle di Arabia Saudita (262,6 mld/b), Emirati Arabi Uniti (97,8 mld/b), Kuwait (96,5 mld/b), Qatar (15,2 mld/b), Oman (5,8 mld/b) – costituiscono una riserva pari a di 590, 4 miliardi di barili all’anno: quantità 27 volte superiore al totale delle riserve Usa.

Già nel 1990-1991, con la prima guerra del golfo scatenata da George Bush padre contro Saddam Hussein, si erano intraviste le avvisaglie di una partita che si sarebbe giocata tra i pozzi petroliferi allorquando l’invasione del Kuwait da parte delle truppe irachene aveva inferto un duro colpo economico agli USA ed aveva fatto temere che il prossimo obiettivo militare sarebbe stato l’invasione dell’Arabia Saudita, fedele gendarme americano nel Golfo.

Il Presidente USA, poco convinto dell’opzione militare, tentò di dissuadere il suo omologo iracheno in tutti i modi ma proprio mentre si era deciso ad usare la “linea rossa” per contattarlo apprese dell’invasione del Kuwait – erano le due di notte del 2 agosto 1990 – e si decise a scendere in guerra. L’incertezza regnò sovrana sia in fase di allestimento della coalizione militare che nel corso delle operazioni militari che Bush decise di fermare quasi alle porte di Bagdad, convinto che la “lezione” avrebbe dissuaso Saddam dal riprovarci. Sappiamo come è andata a finire.

Ma oltre ai pozzi di petrolio, per gli USA era necessario mettere le mani anche sui giacimenti di gas perché, più del petrolio, questa fonte di approvvigionamento – decisamente meno inquinante per il pianeta – è destinata a durare nel tempo a fronte invece dell’inevitabile esaurimento delle riserve petrolifere. Da qui, la decisione di attaccare la Siria, con motivazioni “politiche” simili a quelle usate per l’aggressione all’Iraq, cioè liberare il popolo oppresso da uno spietato dittatore. Ma questa è l’unica similitudine che possiamo azzardare tra i due conflitti, perché quello in Iraq ha soddisfatto la “sete” di petrolio che avevano gli USA (a cui l’Italia ha contribuito solo con i soldati morti a Nassiriya) e sta dando “da bere” anche ad imprese russe e cinesi i cui Paesi si erano prudentemente tenuti fuori dal conflitto iracheno, mentre per quello ancora in corso in Siria il risiko diventa davvero globale: sulla pelle di centinaia di migliaia di morti e mutilati, e di milioni di fuggiaschi, è in atto una sfida tutta economica per il profitto derivante dalle forniture di gas all’Europa necessariamente in transito lungo gasdotti che devono attraversare in largo ed in largo questo martoriato Paese. Infatti, un gasdotto esteso in una fascia di territorio divisa tra Iran e Qatar sarebbe dovuto partire proprio da quest’ultimo Paese per arrivare fino in Europa: mille e cinquecento chilometri di linea con attraversamento di Arabia Saudita, Giordania, Siria e Turchia. Assad ed il governo siriano rifiutarono nel 2009 il passaggio di questo gasdotto proposto dal Qatar, proponendone un altro che sarebbe dovuto partire dalla parte iraniana del giacimento di gas in questione, attraversare la Siria fino a raggiungere i porti del Libano. Questo secondo gasdotto avrebbe reso l’Iran sciita, non il Qatar sunnita, il principale fornitore del mercato energetico europeo. In tutto questo contesto si scatena un pauroso conflitto regionale dove però USA e Russia manovrano le proprie pedine e le supportano anche con ingenti dispiegamenti di truppe di terra e di cielo e di ventura.

Diversi ed ovviamente contrastanti gli interessi delle potenze coinvolte nel risiko: (a) la Russia è coinvolta nel conflitto al fianco del governo siriano non tanto per appoggiare la costruzione di un gasdotto rispetto ad un altro – Gazprom si verrebbe a trovare comunque un concorrente in più per il mercato europeo – quanto piuttosto per questioni di geopolitica militare. La pressione della NATO ai suoi confini occidentali, la paura dell’accerchiamento dal Giappone e la probabile adesione dell’Ucraina all’Alleanza militare occidentale, hanno convinto Putin a scendere in campo ed a posizionare le truppe russe nella base strategica di Tartus – sulla quale il governo siriano ha concesso alla Russia sovranità per 49 anni – da dove controllare e tenere sotto tiro la Turchia e la flotta USA nel Mediterraneo orientale, potendo tra l’altro sfruttare le acque territoriali siriane per dispiegate la unità tattiche di pronto intervento della sua flotta; (b) gli USA puntano a ridurre l’influenza iraniana nella regione in appoggio alle richieste degli alleati, nemici fino a ieri ma oggi in riavvicinamento, Arabia Saudita ed Israele ma senza esporsi con truppe di terra e “limitandosi” da un lato ad armare ed addestrare i curdi con la promessa (che potrebbe essere foriera di altri, peggiori, fattori di instabilità tra Turchia, Iraq e Siria) della creazione di uno Stato curdo indipendente da usare come avamposto tra Turchia, Iraq e Siria, e dall’altro a ricordare la propria presenza in campo con massicci ed indiscriminati bombardamenti aeronavali. Da notare che nessuno scrupolo hanno avuto i governanti americani nell’organizzare, addestrare, armare e finanziare gruppi terroristici del sedicente Stato Islamico (ISIL ed ISIS) o legati ad Al Qaeda, come Al-Nusra, per destabilizzare prima Iraq e poi Siria per poi dover ammettere (per bocca di Hilary Clinton) di averne perso il controllo; (c) La Turchia ha più di una motivazione a supporto del suo intervento, indiretto nei confronti della Siria ma diretto e micidiale nei confronti dei Curdi. L’ultima offensiva militare in grande stile nel nord della Siria – il Rojava, nel Kurdistan siriano – può avere diverse chiavi di lettura: può essere stato un chiaro messaggio rivolto alle forze ribelli curde interne del PKK oppure piò essere stata un’azione volta a delimitare bene l’area di influenza dove passa l’importantissimo oleodotto Baku-Tbilisi- Ceyhan che porta il petrolio del mar Caspio in Turchia ma attraversando giacimenti in territorio curdo Quindi un’opzione strettamente militare di intimidazione oppure propriamente economica parimenti intimidatoria. Lo tesso Erdogan cerca di mantenersi in equilibrio tra russi e americani, da un lato firmando accordi per la realizzazione della prima centrale nucleare del valore di 20 miliardi di dollari e con tecnologia russa e, dall’altro, fiancheggiando la NATO quando USA, Francia e Inghilterra fanno partire i loro missili dal territorio turco per colpire postazioni siriane. Le mosse di Erdogan stanno di certo a significare che la Turchia – da sempre comunque ostile alla Siria anche per motivi religiosi – stia cercando di barattare al meglio l’allentamento delle pressioni sui Curdi e quindi sulla Siria per quanto riguarda il controllo dei flussi petroliferi del mar Caspio  in cambio, da punto di vista economico, della costruzione della prima centrale nucleare di Akkuyu e, dal punto di vista politico, della partecipazione paritaria con Iran e Russia ai tavoli della trattativa sul futuro della Siria e del Medio Oriente; (d) L’Iran è coinvolto in pieno dal punto di vista militare nella guerra in Siria con milizie religiose e con pasdaran della Rivoluzione in prima linea contro i terroristi dello Stato Islamico ma anche contro i Takfiri, gli Arabi e le milizie jihadiste. Il governo iraniano sta assumendo anche politicamente un ruolo strategico nella regione mediorientale: ha ricomposto la rottura politico-miliare con l’Iraq laddove milizie volontarie e battaglioni regolari iraniani hanno appoggiato l’esercito regolare irakeno nella lotta contro i terroristi islamici ed è nel comando unificato delle operazioni in Siria unitamente anche alla Russia. Ma soprattutto, il governo iraniano ha potuto “accorciare” il fronte con Israele posizionando proprie truppe e proprie postazioni missilistiche e di osservazione a ridosso del Golan parte siriana tenendo sotto costante minaccia gli israeliani posizionati sulle colline del Golan occupato durate la “guerra dei sei giorni” nel 1967.

Se l’Iraq sta faticosamente cercando di ricostruire l’unità politica – minata comunque dalle dichiarazioni USA di appoggio al referendum autonomistico del 2017 svoltosi nel Kurdistan irakeno e che ha ottenuto un plebiscito in termini di votanti (3.085.935 su 4.581.255 aventi diritto) pari al 72,16%) ed in termini di voti (2.861.471 voti a favore e 224.464 contrari) pari al 92,73%  – tenendo sospesa, non si sa fino a quando, la definizione dell’organizzazione politica dello Stato ed il rapporto con i diversi Partiti politici curdi, in Siria il discorso è ancora lungi dal definirsi. Il Presidente Assad sta ricucendo i rapporti con i Partiti ed i movimenti avversari del suo Partito (Baath) per ricondurre la disputa al livello politico, la ricostruzione del Paese è iniziata con ingenti capitali russi ma anche iraniani e cinesi, i profughi siriani accampati in Giordani e in Turchia stanno rientrando alle loro case per quello che trovano, i pozzi di petrolio sono stati messi in sicurezza e le infrastrutture economiche stanno cominciando a riattivarsi. Ma sul terreno militare la situazione è ancora caoticamente in movimento: a parte la sacca di Idlib – nella quale sono circondati i terroristi ancora in armi che si fanno però scudo di centinaia di migliaia di civili – continuano i bombardamenti indiscriminati da parte degli USA che sembrano proiettati ad “allungare” la guerra difendendo dall’alto le postazioni dei terroristi. Anche da parte israeliana continuano gli attacchi concentrati su postazioni iraniane ma anche siriane collocate ai confini con la striscia di Golan, sebbene le batterie dei moderni missili terra-aria S300 di fabbricazione russa e le batterie antiaeree dell’Esercito Arabo Siriano stiano abbattendo con sempre maggiore frequenza aerei e missili con la stella di David. La sensazione è che questo conflitto, nonostante ormai la schiacciante superiorità militare delle forze siro-russo-iraniane, non possa essere vinto o fermato militarmente, ma si debba piuttosto “giocare” la partita finale sul piano politico: il problema è su quali e quanti tavoli gli USA con i suoi alleati e la RUSSIA con i propri abbiano intenzione di sedersi. Intanto il popolo siriano soffre e muore.

 

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