Il NY Times lascia Hong Kong: trasferirà parte dello staff

La nuova legge sulla sicurezza di Hong Kong sconvolge le organizzazioni giornalistiche e mina i diritti di stampa e informazione

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NY Times lascia Hong Kong

Il NY Times lascia Hong Kong e trasferirà parte dello staff a Seul a causa delle preoccupazioni relative alle nuove e più severe misure sulla sicurezza.

Per l’emittente statunitense la legge “ha sconvolto le organizzazioni di stampa e creato incertezze sulle prospettive della città come centro per il giornalismo“.

Gli editorialisti – assicura il NY Times – continueranno a lavorare nell’ex colonia britannica ma il team digitale sarà via via trasferito.

Il NY Times lascia Hong Kong

Il NY Times ha deciso di trasferire parte del suo personale da Hong Kong a Seul, a seguito dell’approvazione della legge sulla sicurezza che punisce penalmente gli atti “sovversione, secessione, terrorismo e collusione con le forze straniere”.

A darne notizia sono stati gli stessi dirigenti attraverso la pubblicazione sul sito web dell’agenzia di una mail diretta al personale.

Nel comunicato si legge che: “La nuova disposizione sulla sicurezza nazionale cinese a Hong Kong ha creato incertezza sulle nuove regole riguardanti il nostro operato e il nostro giornalismo. Riteniamo prudente elaborare piani di emergenza e ridistribuire il nostro staff di redazione in tutta la regione“.

Il personale trasferito e i motivi

Anche se non è specificato il numero complessivo dei dipendenti che verranno trasferiti, sembrerebbe che almeno un terzo del personale sia pronto a lasciare Hong Kong.

Il trasferimento non includerà il personale editoriale, che, al contrario, consoliderà la propria presenza nell’ex colonia britannica, ma riguarderà i dipendenti addetti al digitale, ossia il personale di supporto agli uffici di Londra e New York quando offline.

Alla BBC il direttore delle comunicazioni del NY Times, Ari Isaacman Bevacqua, ha spiegato:”Manterremo una notevole presenza a Hong Kong e abbiamo tutte le intenzioni di continuare la nostra copertura sulla Cina e su Hong Kong“.

E ha aggiunto: “Abbiamo in programma di continuare la nostra attività e mantenere il nostro centro stampa a Hong Kong trasferendo, nel tempo, il nostro centro di editing digitale a Seul“.

Secondo il rapporto allegato, molti corrispondenti hanno riscontrato difficoltà nell’ottenere i permessi di lavoro necessari, “ostacoli comuni in Cina ma che raramente avevano sollevato problemi” a Hong Kong.

New York, proteste
Proteste del 1 Ottobre 2014, Città di New York

Pressioni alla libertà di stampa?

CNN, CNBC, Bloomberg e BBC sono solo alcune delle agenzie di stampa internazionali presenti a Hong Kong.

Hong Kong è da decenni leader nel sostenere il diritto a una stampa libera in Asia ed è essenziale che continui ad esserlo, soprattutto considerato il trattamento riservato ai media indipendenti all’interno della Cina continentale“, ha spiegato Bevacqua alla BBC.

Con la legge sulla sicurezza licenziata nelle scorse settimane, il governo di Pechino ha tentato l’ennesima incursione alle libertà sostanziali riconosciute a Hong Kong nel 1997 con la restituzione alla Cina dell’ex colonia britannica, sulla scorta del principio “un paese con due sistemi”.

Si ricordino le ripercussioni politiche contro Victor Mallet, reporter del Financial Times e vicepresidente del gruppo di corrispondenti esteri a Hong Kong, cui nel 2018 era stato negato l’ingresso in città con visto turistico a qualche settimana del mancato rinnovo del suo permesso lavorativo.

O ancora l’espulsione di tre giornalisti – del New York Times, del Washington Post e del Wall Street Journal – avvenuta all’inizio di quest’anno.

Per approfondire: Coronavirus: in Cina espulsi 3 giornalisti americani con l’accusa di “razzismo”

In cosa consiste la legge sulla sicurezza

Ora l’ordinamento sanziona penalmente chiunque inciti all’odio contro il Governo centrale e l’amministrazione regionale di Hong Kong, consente procedimenti a porte chiuse e acquisizioni probatorie invasive – quali le intercettazioni – di competenza dei tribunali cinesi.

Inoltre, impone ai fornitori di servizi Internet di consegnare i dati alla polizia se richiesto.

Benché i funzionari di Pechino abbiano assicurato che saranno garantiti i diritti fondamentali dei cittadini, i maggiori timori riguardano la particolare interpretazione totalizzante di “sicurezza nazionale” dimostrata dal governo.

Il sospetto è che ne venga fatto un uso strumentale e arbitrario per reprimere qualsiasi manifestazione democratica di dissenso.

A complicare la situazione è la portata stessa del dettato normativo che include una gamma eterogenea e non specificata di violazioni, tra cui il danneggiamento a strutture di trasporto pubblico, equiparate ad atti terroristici.

Le autorità periferiche e centrali insistono nel sostenere che le nuove disposizioni non incideranno sulla libertà di parola.

Da quanto riferito, tali provvedimenti sono necessari per contenere i disordini del 2019, nati in reazione ai provvedimenti sull’estradizione e alle istanze di maggiori tutele democratiche.

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