Il nuovo coronavirus scatena comportamenti anti-cinesi in tutto il mondo

la paura del contagio e gli atteggiamenti anti-cinesi ingiustificati che rischiano di sfociare in razzismo.

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Il timore per la diffusione del nuovo virus, rivelatosi anche letale per l’uomo, ha determinato atteggiamenti anti-cinesi in diversi Paesi del mondo.

Già da qualche giorno anche in Italia infatti, i ristoranti cinesi hanno visto cancellare buona parte delle loro prenotazioni da parte di clienti, timorosi addirittura di contrarre il virus sol mangiando cibo cinese.

Venerdì, a Roma un caffè pubblicava un avviso all’ingresso dicendo “a tutte le persone provenienti dalla Cina non è consentito l’accesso in questo luogo“, poi è stato rimosso.

Cosa sta accadendo nel mondo

Ma nel mondo è accaduto di peggio.

Addirittura ristoranti in Corea del Sud, Giappone, Hong Kong e Vietnam hanno rifiutato di accettare clienti cinesi.

E molte sono le denunce di comportamenti razzisti nei confronti del popolo cinese.

In Corea del Sud, un famoso ristorante di pesce a Seoul, frequentato da turisti cinesi, ha pubblicato un cartello con l’avviso “Nessun ingresso per i cinesi“, ritirandolo poi mercoledì dopo che si è scatenata una forte reazione sul web.

Più di 650.000 sudcoreani hanno firmato una petizione online per chiedere al Presidente un divieto d’ingresso temporaneo per i turisti cinesi.

Il quotidiano JoongAng Ilbo scrive “La xenofobia incondizionata contro i cinesi si sta intensificando“. “Le malattie infettive sono una questione di scienza, non un problema che può essere risolto attraverso uno sfogo emotivo“.

Ad Hong Kong, la scorsa settimana, Carrie Lam, capo dell’esecutivo, ha sospeso i traghetti e i servizi di treni ad alta velocità per la terraferma e ha ridotto i voli tra Hong Kong e le città cinesi.

Tenno Ramen, un ristorante di noodle giapponese a Hong Kong, rifiuta di servire i clienti provenienti dalla terraferma e, senza alcun timore di poter mettere in atto atteggiamenti razzisti ha scritto su Facebook “Vogliamo vivere più a lungo. Vogliamo salvaguardare i clienti locali. Per favore, ci scusi“.

In Giappone si è scritto sui social chiedendo ai turisti cinesi di non viaggiare. In un tweet si legge: “Vi preghiamo di vietare immediatamente i turisti cinesi“.

Un negozio di dolciumi in una città a ovest di Tokyo, ha pubblicato un avviso in cui si leggeva: “L’ingresso del popolo cinese nel negozio è proibito“. Zhang Jiaqi, studente cinese a Tokyo, ha dichiarato invece di non aver subito alcun comportamento spiacevole da parte dei suoi compagni di classe e amici giapponesi, ma ha aggiunto: “Ho notato che alcune persone si sono voltate o mi hanno guardato con un’espressione arrabbiata sul viso quando ero parlando con i miei amici in cinese“.

Nel Sud-est asiatico, diverse centinaia di residenti nella città turistica indonesiana di Bukittinggi hanno marciato verso il Novotel, dove alloggiavano circa 170 turisti cinesi, per protestare contro il loro ingresso in Indonesia, tanto che le autorità locali hanno deciso di far tornare i turisti in Cina nel corso della giornata.

Un hotel a Danang, in Vietnam, si è rifiutato di accettare turisti cinesi.

Un ex ufficiale di polizia e sindaco della città, Abner Afuang, ha dichiarato di aver bruciato una bandiera cinese venerdì davanti al National Press Club di Manila, per protestare contro le difficoltà che la Cina ha creato alle Filippine e agli altri paesi del sud-est asiatico.

L’ufficio del presidente filippino ha dichiarato “Non impegniamoci in comportamenti discriminatori, né agiamo con alcun pregiudizio verso i nostri simili. La realtà è che tutti sono sensibili al virus“.

Negli Stati Uniti invece, comportamenti anti-cinesi si sono verificati addirittura nei campus. Dopo la notizia che qualcuno che frequentava la Arizona State University avesse contratto il virus, Ari Deng, studente cinese americano, ha detto di essersi seduto a un tavolo di studio nel campus di Tempe, in Arizona, vicino ad altri cinque studenti, ma questi “Sono diventati molto tesi e hanno rapidamente raccolto le loro cose e se ne sono andati allo stesso tempo“, ha detto. “Fa male, ma non lascio che questo pensiero prena il sopravvento nella mia mente o mi pesi sulla coscienza”.

Il direttore nazionale del Consiglio nazionale degli asiatici del Pacifico americano, Gregg Orton, ha dichiarato “Non importa quanto tempo trascorriamo in questo paese, a volte siamo quasi immediatamente visti come stranieri“. “È una realtà piuttosto frustrante per molti di noi.”

In Europa

In Francia, un insegnante di francese ha segnalato su twitter numerosi casi di discriminazione, dai bambini scherniti nel cortile della scuola ai passeggeri della metropolitana che si allontanano da persone che asiatiche.

In Francia vive una grande comunità asiatica e i turisti cinesi sono un pilastro del turismo francese, ma i pregiudizi sono numerosi. Un giornale regionale nel nord della Francia ha pubblicato un avvertimento in prima pagina, “avviso giallo“, scusandosi poi per quanto scritto.

Così, Soc Lam, consulente legale delle comunità cinesi a Parigi dichiara “È un virus che proviene da una regione della Cina. Potrebbe venire dal Nord Africa, dall’Europa o da qualsiasi altra parte“. “Le persone non dovrebbero considerare che solo perché siamo asiatici, abbiamo maggiori probabilità di diffondere il virus“.

Su una rivista tedesca, Der Spiegel, veniva pubblicato un titolo “made in China” insieme a una foto di un individuo con indumenti protettivi.

Contenere il timore del contagio è certamente difficile, ma sfociare in comportamenti razzisti nei confronti di persone sol perché siano di nazionalità cinese, va oltre ogni limite di rispetto nei confronti di chi, dalla diffusione del virus, ha raccolto solo dolore, sofferenza e perdita di vite umane.

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