Il mondo, senza turisti…

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Per cosa vale la pena vivere… Vediamo, il vecchio Groucho Marx, Joe di Maggio, poi il secondo tempo della sinfonia Jupiter, i film svedesi, i granchi da Jon Wo…
Woody Allen, Manhattan

La Norvegia è un luogo sostanzialmente senza turisti da mesi, anche i viaggi interni sono vietati senza una valida ragione, e questo arcipelago preso d’assalto da migliaia di turisti resta ai legittimi proprietari, i pescatori, le balene e le renne. La mia barca, senza passeggeri e solo con l’equipaggio, è ormeggiata allo stesso molo di un grosso gommone con 400 CV su cui il turista mordi e fuggi è prima impacchettato come un merluzzo, poi romanticamente ‘briffato’ sull’eccentricità delle onde la fuori, poscia scaraventato a 30 nodi in cerca di orche che sono use pasteggiare nel fiordo prima di Natale. Diverse ore d’autobus da Tromso per arrivare al gommone e ritornarvi, una storia mal raccontata, e a intere famiglie di splendidi cetacei viene massacrato l’udito sul far del mezzogiorno polare, nelle poche ore di luce disponibili, per lo ‘scatto del viaggio’, l’orca che pinneggia sotto le montagne innevate. Perché il turismo è e deve essere democratico, e tutti hanno il diritto, una volta nella vita, di percepire l’inimmaginabile effetto sul battito cardiaco che ha il vedere un giocoso cucciolo bianco e nero saltare di gioia vicino al papà e alla mamma, che ci scivolano a fianco grandi come un camper e lucidi come una lacrima, con una grazia infinitamente superiore a quella del grosso gommone.

Da 22 anni mi guadagno la vita con il ‘turismo’, e pertanto mi arrogo il diritto di dissentire, perché nessuno ha questo diritto. Nessuno di noi ha il diritto di devastare un ambiente e rintronare il sofisticato GPS dei cetacei per la breve gioia di grandi e piccini, per giunta immersi in un contesto che non ha nulla a che vedere con le tradizioni e la realtà dei luoghi. Qui la gente pesca e alleva renne, non orche o cani da slitta, questi ultimi per le renne come i gommoni per le orche, peste. E allunga il caffè con l’aqvavit fino a che si può vedere la moneta sul fondo della tazza. E ti presta la macchina per andare a sciare.

No, cercare di vedere una famiglia di orche per me è un dovere, non un diritto, perché secondo me è una delle cose per cui vale la pena vivere, come i film di Bergman per Woody Allen. E va fatto senza disturbare le orche o devastare l’ambiente per concentrare l’incontro nei tempi fantozziani del turismo di massa. Così, egoisticamente, vedo un briciolo di giustizia, di rivalsa dell’ambiente, nell’osservare come un microscopico virus abbia per qualche mese azzerato l’incremento delle calamite attaccate ai frigoriferi, dei post social da collezione e da cartolina, perché nessuno di noi ha il diritto, in questa vita, di salire sull’Everest, cacciare un elefante, andare in gondola a Venezia, scalare Uluru, e ronzare intorno a una balena. Perché così ci stiamo fottendo l’Everest, gli elefanti, Venezia, la cultura aborigena e le balene per un cazzo di fotografia.  

Il viaggio è una cosa diversa, è saper scegliere i luoghi e le genti che vale la pena sentire nella vita, e gettarvisi a capo fitto, senza riflettere, vivendo luogo e persone, come una barca a vela nell’oceano, lasciando solo una scia. E questo deve diventare un dovere nella nostra vita di viaggiatori, e farlo con i tempi giusti e la motivazione giusta. E se pensi che sia tuo dovere viaggiare, allora fai tutto quanto in tuo potere per farlo, come diventare giornalista, attraversare in auto l’Europa ai tempi del covid, navigare i neri mari nella stagione della pesca al merluzzo, facendo domande, tante domande, a pescatori, navigatori, gente normale, gente del posto… tante domande. Anche a te stesso.