Il mondo oltre la pandemia

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I migranti che si avventurano a rischio della vita nel Mediterraneo ci ricordano che esiste altro oltre al COVID e al Recovery Fund: oltre a ciò che ci tocca direttamente.

Una strage annunciata

Lo scorso 21 aprile tutte le autorità europee sapevano da due giorni che nel Canale di Sicilia c’erano tre barconi messi in mare dai trafficanti libici. Eppure nessuno ha inviato navi per soccorrere i migranti in balia del mare grosso.

“Gli Stati si sono opposti e si sono rifiutati di agire per salvare la vita di oltre 100 persone. Hanno supplicato e inviato richieste di soccorso per due giorni prima di annegare nel cimitero del Mediterraneo”. È l’accusa della portavoce dell’Oim, l’organizzazione dell’Onu per i migranti, Safa Msehli.

Dopo gli sbarchi a Lampedusa delle scorse settimane, il 18 maggio 8.000 migranti sono arrivati in Spagna. Da più parti si invoca una presa di posizione a livello europeo.

Il tema è globale, e non si può nuovamente correre il rischio che venga affrontato dai singoli Stati, tanto meno alimentare derive xenofobe o anche solo politiche di respingimento.

Se fossero nostri parenti, amici, figli

È vero: l’accoglienza porta con sé una quota inevitabile di problemi da gestire (è così praticamente per tutto quello che entra a far parte delle nostre vite, solo che ne cogliamo anche le ricadute positive), ma il salvataggio di queste persone si configura né più né meno che come un dovere.

E pensare che garantendo il diritto ad essere soccorsi si arricchiscano i criminali che gestiscono il traffico di uomini, è come dire che curando le malattie si favoriscono le case farmaceutiche e il personale medico.

Ma se in pericolo fossero nostri parenti, amici, figli – persone a cui vogliamo bene, non staremmo a perdere tempo a discutere, semplicemente correremmo a salvarli.

Evidentemente, ai migranti che rischiano (e sempre più spesso perdono) la vita attraversando il Mediterraneo inseguendo una speranza, non vogliamo bene nemmeno un po’. Neanche quel minimo previsto dai trattati internazionali – che è davvero poco.

Alla ricerca di un futuro negato

Non si rischia la vita in mare perché qualcuno – a caro prezzo – ci mette a nostra disposizione un posto su un relitto: lo si fa (e a qualunque costo) perché al rischio di morire si contrappone la sicurezza di non avere un futuro.

Queste persone fuggono dalla guerra o dalla fame. Hanno rischiato la vita prima di partire e durante il viaggio. Sanno benissimo che la loro scelta di affrontare il mare può rivelarsi fatale, ma l’accettano perché non hanno altra scelta.

E non stupiamoci se quando sbarcano sulla terraferma portano con loro tutto il peso dei traumi che hanno subito. Perché i migranti non sono semplicemente degli ospiti (desiderati o indesiderati), ma persone a forte rischio di disagio psichico.

L’orda barbarica

A maggior ragione, questa folla di disperati mette paura. Lo straniero è tale perché in stato di bisogno: nessuno si sogna di negare il diritto di entrare in Italia ad un ricco turista, da qualsiasi parte del mondo esso venga.

La discriminazione spesso ha a che fare anche con il censo, oltre che con l’etnia, ma adeguati livelli di sicurezza delle nostre società sono possibili solo se non deroghiamo ai nostri doveri di civiltà.

Aiutiamoli a casa loro

Ma: ripeto: tutti questi restano però solo discorsi: se in pericolo – su quei gommoni in balia delle onde – ci fossero nostri parenti, amici, figli, non c’è dubbio che ragioneremmo diversamente; non potremmo fare finta di non saperlo, dire che non ci riguarda.

E solo questo basta a farci capire l’ipocrisia dolosa di chi si arrocca dietro l’irricevibile “aiutiamoli a casa loro”, quando “casa loro” non esiste (come per il popolo curdo) o è il luogo dove vengono perseguitati o muoiono di fame.

L’ipocrisia di chi, solo poco tempo fa, plaudiva alla sciagurata decisione di chiudere i porti (come se voltarsi dall’altra parte di fronte ad una richiesta di aiuto fosse una prova di forza, anziché di debolezza).

Due pesi e due misure

L’abbiamo detto e lo ripetiamo: i processi di integrazione sono difficili, e non esenti da problemi. Ma ricordiamoci sempre che, prima di condannare, il compito di uno Stato di diritto è quello di chiedere il rispetto delle regole solo dopo aver messo le persone nelle condizioni di poterlo fare.

Non assumerci la nostra quota di responsabilità nella traiettoria di vita di chi sta peggio di noi significa partecipare attivamente al compiersi del loro destino.

Quando la morte di una persona assume nella nostra percezione un peso diverso a seconda della sua etnia, status sociale, orientamento politico, religioso, sessuale o quant’altro, il dramma dell’umanità si sta già consumando.

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uffici, alberghi, comunità – lavorando dove e come potevo e continuando a studiare senza un piano, accumulando titoli di studio senza mai sperare che un giorno servissero a qualcosa: la maturità scientifica, poi una laurea in “Scienze Politiche”, un diploma di specializzazione come “Operatore per le marginalità sociali”, un master in “Counseling e Formazione”, uno in “Programmazione e valutazione delle politiche pubbliche”, un dottorato di ricerca in “Analisi dei conflitti nelle relazioni interpersonali e interculturali”. Dai 35 ai 53 mi sono convertito in educatore, progettista, docente universitario, ricercatore, sociologo, ma non ho dimenticato tutto quello che è successo prima. È questa la peculiarità della mia formazione: aver vissuto contemporaneamente l’esperienza del lavoro necessario e quella dello studio – due percorsi completamente diversi sul piano materiale ed emotivo, di cui cerco continuamente un punto di sintesi che faccia di me Ein Anstàndiger Menschun, un uomo decente. Ho cominciato a leggere a due anni e mezzo, ma ho smesso dai sedici ai venticinque; ho gettato via un’enormità di tempo mentre scrivevo e pubblicavo comunque qualcosa sin dagli anni ‘80: alcuni racconti e poesie (primo classificato premio letterario nazionale Apollo d’oro, Destinazione in corso, Città di Eleusi), poi ho esordito nel romanzo con "Le stelle sul soffitto" (La Strada, 1997), a cui è seguito il primo noir "Sotto gli occhi" (La Strada, 1998 - segnalazione d’onore Premio Mario Conti Città di Firenze); ho vinto i premi Città di Firenze e Amori in corso/Città di Terni per la sceneggiatura del cortometraggio "Un’altra vacanza" (EmmeFilm, 2002), e pubblicato il racconto "Solitario" nell’antologia dei finalisti del premio Orme Gialle (2002). Poi mi sono preso una decina di anni per riorganizzare la mia vita. Ricompaio come finalista nel 2014 al festival letterario Grado Giallo, e sono presente nell’antologia 2016 del premio Radio1 Plot Machine con il racconto "Storia di pugni e di gelosia" (RAI-ERI). Per i tipi di Delos Digital ho scritto gli apocrifi "Sherlock Holmes e l’avventura dell’uomo che non era lui" (2016), "Sherlock Holmes e il mistero del codice del Bardo" (2017), "Sherlock Holmes e l’avventura del pranzo di nozze" (2019) e il saggio "Vita di Sherlock Holmes" (2021), raccolti nel volume “Nuove mappe dell'apocrifo” (2021) a cura di Luigi Pachì. Il breve saggio "Resistere è fare la nostra parte" è stato pubblicato nel numero 59 della rivista monografica Prospektiva dal titolo “Oltre l’antifascismo” (2019). Con "Linea Gotica" (Damster, 2019) ho vinto il primo premio per il romanzo inedito alla VIII edizione del Premio Garfagnana in giallo/Barga noir. Il mio saggio “Una repubblica all’italiana” ha vinto il secondo premio alla XX edizione del Premio InediTO - Colline di Torino (2021). Negli ultimi anni lavoro come sociologo nell’ambito della comunicazione e del welfare, e svolgo attività di docenza e formazione in ambito universitario. Tra le miei ultime monografie: "Modelli sociali e aspettative" (Aracne, 2012), "Undermedia" (Aracne, 2013), "Deprivazione Relativa e mass media" (Cahiers di Scienze Sociali, 2016), "Scenari della postmodernità: valori emergenti, nuove forme di interazione e nuovi media" (et. al., MIR, 2017), Identità, ruoli, società (YCP, 2017), "UniDiversità: i percorsi universitari degli studenti con svantaggio" (et. al., Federsanità, 2018), “Violenza domestica e lockdown” (et. al., Federsanità, 2020), “Di fronte alla pandemia” (et. al., Federsanità, 2021), “Un’emergenza non solo sanitaria” (et. al., Federsanità, 2021) . Dal 2015 curo il mio blog di analisi politica e sociale Osservatorio7 (www.osservatorio7.com), dal 2020 pubblicato su periodicodaily.com. Tutto questo, tutto quello che ho fatto, l’ho fatto a modo mio, ma più con impeto che intelligenza: è qui che devo migliorare.