Il monastero del Buon Pastore cambia volto

Un progetto nato nel cuore della capitale italiana

0
473
Buon Pastore

“A house is not a home when there’s no one there to hold you tight and no one there you can kiss goodnight”. Così cantava Dionne Warwick. “Un’abitazione non è una casa, se dentro non vi è nessuno che ti stinga a sé e ti dia il bacio della buonanotte”. Sebbene non sia semplice chiamare “Casa” un luogo che non si ritiene familiare, c’è comunque chi ci prova. Il progetto della comunità di Sant’Egidio che ha coinvolto il monastero del Buon Pastore ne è la prova tangibile.

In cosa consiste il progetto del monastero del Buon Pastore?

Ci troviamo a Roma. La capitale italiana, storico simbolo d’arte, cultura, ma anche di vita mondana e vitalità, non sempre riesce ad accogliere tutti i suoi abitanti. Per quanto questa metropoli rappresenti il cuore pulsante dello stivale, non è raro scovare tra le sue strade qualcuno che non sia avvolto dal suo calore. Sono sempre in aumento le persone prive di una dimora fissa. Individui che si ritrovano ad alloggiare tra i sentieri. Cercando di non venire divorati dal freddo e dalle avversità. Ecco dunque che, in maniera direttamente proporzionale, aumentano i centri d’accoglienza per coloro che si ritrovano in difficoltà. In questo caso, ci troviamo nel quartiere di Trastevere. Qui, il monastero del Buon Pastore assume vesti differenti dal solito. E si trasforma in una casa. Una dimora che spalanca le sue porte a chiunque ne abbia bisogno.

Tra queste mura, numerosi/e volontari/e impiegano il loro tempo per aiutare il/la prossimo/a. Quindi, si rimboccano le mani a trecentosessanta gradi. Preparando pasti caldi, in particolare la cena e la colazione. Donando un letto per la notte a chi lo desidera. Indirizzando gli ospiti ad altre strutture, nel caso se ne presentasse la necessità. Barcamenandosi tra documenti e curriculum vitae, in modo da prestare assistenza anche in ambito burocratico. Possiamo affermare di trovarci di fronte a persone di buon cuore? In parte sì. D’altro canto, però, dovremmo renderci conto che si tratta più che altro di soggetti consapevoli. Consapevoli di possedere una serie di privilegi per nulla scontati. E che, di conseguenza, s’adoperano per far sì che questi diventino diritti estesi a più persone possibile.


Libri umani: alla Biblioteca Vivente migranti e senzatetto si raccontano


La nostra casa siamo noi

È la storia più antica dell’universo. Nel momento in cui c’allontaniamo dalle mura che ci hanno visti/e muovere i nostri primi passi, ecco che scatta la nostalgia. Quel senso di mancanza per quel luogo chiamato “Casa”. Per quanto questa sensazione possa definirsi fisiologica, dovremmo comunque porci di fronte a una riflessione. Noi esseri umani tendiamo a trasferire le nostre emozioni sul circostante. Regaliamo l’affetto agli oggetti personali. I nostri ricordi ai luoghi fisici che visitiamo. Senza però renderci conto di un aspetto fondamentale. Non è negli atomi che ci circondano, che è racchiusa la nostra essenza. Nel momento in cui un suppellettile viene distrutto, non è con esso che svanisce il vissuto che lo lega a noi. Le emozioni rimangono racchiuse dentro di noi.

Come il corpo non è che la scatola che racchiude la nostra mente. Il mezzo che ci consente d’esplorare la vita in tutte le sue sfumature. Così vale per tutto ciò che si trova attorno a noi. È la nostra attitudine ad attribuire un valore affettivo all’esistenza. Al passato. A quegli oggetti inanimati che silenziosi assistono al fluire vitale. Noi, al contrario, in quanto esseri viventi pensanti e attivi, non possiamo lasciare che la vita ci scorra tra le dita. Senza tuffarci nel suo immenso mare. Le emozioni e i ricordi non sono circoscritte in uno spazio limitato. Nemmeno nel luogo che usiamo appellare “Casa”. Ecco perché quel bacio della buonanotte e quell’abbraccio possono essere ritrovati ovunque. Poiché essi risiedono già dentro di noi. Sta ai nostri occhi ritrovarli nei gesti altrui e nelle mete inesplorate.