Il sistema penitenziario norvegese, visitato nei giorni scorsi da alcuni giornalisti della BBC, ha offerto non poche sorprese agli inglesi che aveva interesse a verificare affinità e differenze tra il metodo d’organizzazione delle carceri in Gran Bretagna e nel paese scandinavo.

Le impressioni dei giornalisti al loro arrivo

Sin dall’arrivo l’impressione di non entrare in una prigione è stata subito molto forte. Nella loro visita al penitenziario di Halden i reporter si sono trovati ad attraversare un immenso parco recintato da un muro alto circa nove metri, senza filo spinato o reti elettrificate. I detenuti, 258 in tutto, vivono in camere singole con doccia privata e a mensa mangiano insieme alle guardie. Il primo incontro con i carcerati è avvenuto durante una lezione di yoga. “Serve a mantenere queste persone calme e a fargli vivere appieno le esperienze che svolgeranno durante la giornata”, la quale si svolge nel seguente modo.

Le celle del carcere di Halden

La giornata tipo dei detenuti

La sveglia è fissata alle 7:30. alle 8.15 i “prigionieri” della prigione (che non sarebbe sbagliato neanche chiamare “ospiti”) cominciano a lavorare. Le attività che possono svolgere sono le più varie: ci sono meccanici, uomini e donne che cuciono a macchina dei vestiti, c’è chi si occupa del parco. Ciascun lavoro, sorvegliato dagli ufficiali carcerari in maniera discreta e senza mai far pesare la loro presenza alle persone impegnate al lavoro, si svolge in un clima rilassato, ma al tempo stesso dimostrando anche una certa abilità ed efficienza degli uomini impegnati.

La mission della prigione di Halden

“Qui non abbiamo a che fare con criminali da punire” ci ha tenuto a sottolineare il comandante delle guardie penitenziarie “qui il nostro compito e seguire in un percorso di crescita, consapevolezza e responsabilità, delle persone che hanno commesso degli errori nella loro vita, ma che un giorno usciranno da qui e diventeranno i nostri vicini.” Lo scopo della prigione, infatti, secondo il modello norvegese, non è quello di rappresentare la vendetta della società offesa da chi ha commesso un reato, ma quello di lavorare insieme a delle persone, che una volta tornate in libertà, potranno dare il loro contributo per il benessere della collettività.

Un weekend in famiglia

Nella loro visita, i reporter hanno notato anche la presenza di librerie e di aree dedicate a famiglie con bambini. Sono Hoidal, governatore della prigione, ha spiegato che per qui detenuti meritevoli di un premio, per l’impegno dimostrato nelle attività da loro svolte, per la condotta e per il lavoro fatto su se stessi in relazione al crimine commesso, è prevista la possibilità di “invitare” la propria famiglia all’interno della struttura, trascorrere due o tre giorni con moglie e figli e poter così, in qualche modo mantenere un contatto continuo con quella che, prima di entrare in prigione, era la loro quotidianità. “Lo scopo della prigione è togliere la libertà ad una persona per punirla della sua colpa. Ma questo principio non deve spingersi mai fino al punto di offendere la dignità della stessa.”

L’attività formativa di detenuti e guardie

Oltre ad una variegata offerta lavorativa, all’interno della struttura, i detenuti possono anche seguire corsi di formazione. C’è chi spera di poter lavorare come grafico una volta scontata la pena, chi segue corsi di cucina, chi studia le lingue per avere maggiori possibilità di trovare un lavoro in Norvegia o all’estero. La formazione non riguarda, però, solo i detenuti. Per poter lavorare come guardie all’interno delle prigioni norvegesi che più fortemente puntano su un’impostazione dell’istituzione carceraria che abbia finalità educative, è necessario studiare dai due ai tre anni (contro le dodici settimane sufficienti nel Regno Unito); le materie oggetto di studio sono tra le più varie e vanno dall’inglese all’apprendimento di metodologie e filosofie didattiche.

La biblioteca

La presenza delle donne

Un altro aspetto molto importante, che ha subito attirato l’attenzione dei giornalisti, è stata l’elevata presenza di donne tra gli agenti. In Norvegia non è insolito trovare una donna impegnata in attività che, in molti altri paesi, vengono ancora visti come prettamente maschili, che si tratti di poliziotte, ma anche di autiste di camion o muratrici. La presenza femminile nel carcere di Halden ha avuto un impatto molto positivo sulla vita all’interno dello stesso. Sono gli stessi detenuti intervistati, che hanno sottolineato come la presenza delle donne in parte attenui il distacco dal mondo “fuori” e dall’altro mantenga bassa la tensione tra detenuti e guardie. Nel paese scandivano anche quando in strada c’è una lite o un principio di rissa, sono spesso le donne ad intervenire per prime per parlamentare. Così in carcere, un detenuto, che vedesse di fronte a sé un uomo in divisa che gli ordini qualcosa o lo rimproveri per una mancanza, potrebbe molto più facilmente cercare lo scontro con questo, che se non a fargli gli stessi richiami fosse una donna.

Nessun caso di violenza

A sorprendere i giornalisti inglesi è stato anche l’aver scoperto che negli ultimi anni in Norvegia, non si sono verificati atti di violenza tra i detenuti o tra questi e le guardie, se si escludono alcuni episodi nei quali alcuni prigionieri avrebbero sputato in faccia ad alcuni agenti. Le ragioni di questa convivenza pacifica tra criminali e forze dell’ordine è da ricercarsi, ancora una volta, nella rinuncia da parte delle autorità, di qualunque atteggiamento repressivo che leda la dignità della persona. Questo modo di pensare è anche alla base della scelta delle forze di polizia, di non dare in dotazione agli agenti armi da fuoco, se non in casi eccezionali. Alcuni studi sociologici hanno, infatti, evidenziato una proporzione diretta tra il tasso di criminalità di un paese ed il fatto che la polizia disponga o meno di pistole. La Norvegia è, ad oggi, uno dei paesi più sicuri al mondo, con appena 63 detenuti ogni 100.000 abitanti.

La sala ricreativa per detenuti e guardie

Una visione d’insieme

Nel trarre delle valutazioni o nell’esprimere delle opinioni su questi dati, è tuttavia importante fare almeno un paio di considerazioni. Innanzitutto, la bassissima densità della popolazione, di appena 5 milioni e mezzo di abitanti, distributi su 300.000 km quadrati circa (un territorio grande quasi quanto quello italiano). L’alto tenore di vita, redditi medi molto al di sopra della media europea, uno stato sociale finanziato con le infinite risorse di cui dispone il paese, rendono determinate politiche più facili d’attuare nel paese scandinavo rispetto a quanto è, invece possibile fare nel nostro o nella stessa Inghilterra. Chiedendo maggiori informazioni ai responsabili dell’istituto, i reporter hanno scoperto che l’intera area utilizzata a scopi detentivi è costata 138 milioni di sterline, una cifra inimmaginabile per una prigione inglese, che debba per altro “ospitare” meno di 300 detenuti. Il governo norvegese è stato quindi agevolato, al momento della scelta delle politiche sociali da seguire, dall’enorme disponibilità di risorse cui poter attingere e per questo ha potuto negli ultimi 50 anni investire tantissimo nel welfare, non escludendo da questo nemmeno il sistema carcerario, il quale ha ricevuto, per la qualità del servizio offerto, in molti casi come in quello di Halden, numerosi riconoscimenti e premi.

Ander Breivik, autore della strage di Utoya nel 2011

Il caso Breivik

Considerato quanto sopra, si possono (anche se con enorme fatica) comprendere alcune scelte della magistratura norvegese negli ultimi anni, come, ad esempio, nel caso di Breivik, responsabile nel 2011 del massacro di Utoya a Oslo. Come previsto dal codice penale della Norvegia, lo stragista è stato condannato al massimo della pena, ossia 21 anni (periodo questo che potrà essere prolungato di ulteriori 5 anni nel caso in cui il detenuto non venisse ritenuto ancora pronto per tornare in società. Breivik, dopo essere entrato in carcere, ha denunciato, tramite i suoi avvocati, lo Stato norvegese, reo, a suo dire, di aver violato i suoi diritti come persona e di aver dimostrato nei suoi confronti un accanimento eccessivo, manifestatosi soprattutto con l’imposizione allo stesso di un “troppo lungo periodo d’isolamento”. Ebbene, il detenuto Breivik ha vinto la sua causa contro lo Stato che ha dovuto subito rimediare a questo suo errore tanto da fornire allo stesso, una palestra in camera ed altri comfort richiesti dallo stesso. Se il metodo norvegese dovesse funzionare anche in questo caso specifico, forse sarebbe opportuno studiarlo e valutarne, anche in altri paesi, Italia inclusa, l’applicazione.

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