Che l’Antica Grecia abbia gettato i semi della civiltà occidentale è storia vecchia ormai. Le sue braccia hanno coltivato tantissimi fiori: musica, arte, scultura, architettura, scienze, matematica, letteratura, teatro, filosofia, politica. Le straordinarie esperienze di questa civiltà sono innegabilmente parte della nostra identità, ma si è spesso caduti nella presunzione di essere i diretti discendenti di esperienze in realtà diametralmente opposte alle nostre.

E’ il caso della democrazia greca, di quella dell’Atene di Pericle, che è stata sì uno straordinario laboratorio politico ed il primo compiuto esempio di democrazia storicamente attestato, ma che nulla ha a che vedere con la democrazia dei nostri tempi. Non esagera Canfora quando dice che <<democrazia è una delle parole più inflazionate>>. Anzi è un luogo comune così diffuso che è diventato un grande falso storico. E’ bene dunque sfatare un mito: non esiste nessuna continuità ideologica del valore democratico tra il mondo antico e quello moderno.

Tanto per cominciare gli Ateniesi non la chiamavano democrazia ma isonomia, anzi il termine nasce negli ambienti ostili al sistema democratico e raramente assume un’accezione positiva. La stessa etimologia della parola può ingannare, soprattutto i non addetti ai lavori: è vero che demos significa popolo e kratos potere, ma la questione non è così semplice.Demos vuol dire tante cose e kratos è più precisamente la forza usata per prevaricare, per affermare una volontà. Insomma un potere che presuppone una violenza che oggi non potrebbe trovare nessuna logica.

E poi la democrazia di Atene non era rappresentativa ma diretta. Certo i cittadini esprimevano direttamente la loro volontà nell’assemblea e direttamente svolgevano tutte le funzioni pubbliche. Ma non è tutto oro quel che luccica, perché a godere della cittadinanza era una piccola fetta della popolazione. Donne e stranieri erano esclusi e non bastava mica essere un adulto di sesso maschile per essere un soggetto di diritto: occorreva essere un purosangue, figlio di genitori entrambi ateniesi. Senza dimenticare l’efebia, quell’addestramento militare necessario per entrare nell’età adulta e quindi nella vita cittadina.

Del resto Atene giocò molto sul binomio cittadino-soldato: l’uomo valido per la guerra è il vero detentore della cittadinanza, parola del Pericle tucidideo. Questa resta l’idea di fondo anche quando la polis si trasforma in una strepitosa potenza imperiale. Cosa ci trova di democratico l’uomo del XXI secolo in tutto questo?

Per non parlare dello schiavismo che era alla base del sistemo economico ateniese ed ebbe un peso decisivo nel successo del progetto democratico. Schiavismo e libertà erano due facce della stessa medaglia. Una libertà tra l’altro tutt’altro che individuale. L’esistenza del cittadino ateniese si risolveva interamente nell’appartenenza alla polis: il cittadino era libero perché parte del corpo politico. Era una libertà tutta in funzione della collettività.

Libertà è la parola chiave per capire quanto è sbagliato credere di essere un prodotto di quell’antica democrazia. La libertà degli antichi è inconciliabile con le conquiste delle libertà dei moderni: la democrazia diretta rappresenterebbe un altissimo rischio per la preziosa libertà individuale di scegliere se esercitare i propri diritti, senza che venga messo in discussione lo status di cittadino. Il polites era chiamato ad esistere per la Polis. Oggi è lo Stato che esiste per i cittadini.

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