Il maxiprocesso di Palermo: 34 anni fa lo Stato affrontava la mafia

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Palermo , Tribunale penale , febbraio 1986. Maxiprocesso contro la mafia - Imputati dietro le sbarre

Sono passati 34 anni dal maxiprocesso di Palermo contro la mafia, quando calava il sipario sopra il lato più oscuro della Sicilia, e in particolare sopra al gruppo di Cosa Nostra, l’organizzazione criminale e mafiosa che da anni e anni ormai, aveva il controllo su un territorio troppo vasto per passare inosservato.

Un maxiprocesso che portava finalmente in superficie tutto ciò che per un tempo troppo lungo era stato tenuto nascosto. Perché, al tempo, il processo raccontava una verità ricordata anche dall’Espresso nel 2016, ovvero che «la mafia ha assassinato il leader del governo locale. Il leader dell’opposizione. Il prefetto. Il capo della polizia anti-crimine. I capi della caccia ai latitanti. Due capi della Procura. Un capo dell’Ufficio Istruzione. Il medico legale. E giudici, carabinieri, poliziotti, giornalisti, pentiti, familiari dei pentiti. Tutti scomparsi in una guerra efferata che durava da anni».

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Palermo , Tribunale penale , febbraio 1986. Maxiprocesso contro la mafia

Al tempo infatti, Cosa Nostra aveva lasciato molti morti dietro di sé. Tra questi il generale Carlo Alberto dalla Chiesa, il commissario Boris Giuliano, il presidente della regione Sicilia Piersanti Mattarella, il procuratore Gaetano Costa, il segretario regionale siciliano del Pci Pio La Torre e molti altri ancora, tra cui giornalisti e civili. In più, Cosa Nostra colpì anche il consigliere istruttore Rocco Chinnici, il primo a valutare l’ipotesi di una squadra di giudici istruttori per combattere il problema mafioso. Progetto portato avanti poi da Antonio Caponnetto, giudice chiamato a sostituire Chinnici, che creò un pool antimafia formato da giudici quali Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Leonardo Guarnotta e Giuseppe Di Lello, coadiuvati dal sostituto procuratore Giuseppe Ayala.

L’inizio del maxiprocesso di Palermo

Il Maxiprocesso ha avuto inizio il 10 febbraio 1986, con il processo di primo grado tenutosi all’interno di un bunker costruito appositamente vicino al carcere dell’Ucciardone a Palermo, vicino al quartiere di Borgo Vecchio. Bunker che passerà alla storia con il nome di Astronave. Questo, ideato da Francesco Martuscelli, era a forma di ottagono con 30 gabbie costruite a semicerchio e pensate per ospitare fino a 450 persone. Accanto a queste, le ultime tre gabbie, erano state costruite con un vetro blindato per separare i pentiti dagli altri detenuti. Tra questi, l’ex mafioso Tommaso Buscetta (ha iniziato a deporre il 3 aprile 1986) e Contorno. Contro di loro si schierò al tempo anche parte della città. I ragazzi gridavano l’uno contro l’altro «un fari ‘u Buscetta!» mentre fuori dalle trattorie si leggeva «qui non si serve il Contorno».

L’Astronave poi, aveva uno spazio dedicato anche ai familiari delle vittime, tra cui la famiglia del generale Dalla Chiesa e di Boris Giuliano, in più lo stesso sindaco Leoluca Orlando, attuale primo cittadino di Palermo, si era dichiarato parte civile per la città. Oltre a loro, la presenza di oltre 600 giornalisti ha aiutato il processo ad uscire dai confini della città siciliana, portando la questione mafiosa in tutto il mondo.

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Le prime condanne ai vertici mafiosi

Il processo, durato in tutto 638 giorni, è stato il primo processo ad accusare l’organizzazione conosciuta sotto il nome di Cosa Nostra per reati quali omicidio, traffico di stupefacenti, estorsione e associazione mafiosa. Nonché, il primo processo a condannare vertiti del mondo mafioso. In tutto si sono contati 19 ergastoli, 343 condanne e oltre a 11 miliardi e 14 milioni di vecchie lire di multa, ma anche 114 assoluzioni, tra cui il boss Luciano Liggio – che secondo la Corte, essendo in carcere condannato all’ergastolo per l’omicidio di Michele Navarra, non avrebbe potuto rappresentare un ruolo di rilievo all’interno di Cosa Nostra. Presidente della Corte d’Assise è stato Alfonso Giuliano, mentre Pietro Grosso aveva il ruolo di giudice a latere.

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Palermo, febbraio 1986. Maxiprocesso contro la mafia – Il boss mafioso Luciano Liggio

Tra i detenuti vi erano Luciano Liggio, Pippo Calò e Giovanni Botante. In particolare, Pippo Calò venne accusato nel corso della sua vita per la cosiddetta Strage del Rapido 904 – una bomba scoppiata sul treno Napoli-Milano che causò la morte di 17 persone e altri 267 feriti), oltre ad avere il ruolo di cassiere di Cosa Nostra che lo ha portato ad essere accusato di riciclaggio di denaro sporco per il banchiere Roberto Calvi e Licio Gelli. In più, secondo alcuni collaboratori di giustizia, Calò, legato anche alla Banda della Magliana, sarebbe responsabile anche dell’omicidio di Mino Pecorelli, giornalista ed ex appartenente alla Loggia P2.

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Pippo Calò dietro le sbarre nel Maxiprocesso di Palermo

Tornando al processo, pur avendo l’obbligo di presentarsi, Salvatore Riina, Bernardo Provenzano e Leoluca Bagarella decisero di non prendere parte al processo.

Il Maxiprocesso si è concluso il 30 gennaio 1992 quando, in un’ora e mezza di intervento, il Presidente della Corte d’Assise Giuliano ha elencato tutti i nomi e le pene che hanno portato alla carcerazione del gruppo di Cosa Nostra, dopo 36 giorni di camera di consiglio.

Dopo il Maxiprocesso

Una volta conclusosi il processo antimafia, Cosa Nostra iniziò il contrattacco con una nuova stagione di attentati. Tra questi, nel 1992 la strage di Capaci con l’assassinio di Falcone, mentre, solo un mese dopo, Borsellino perse la vita nella strage di via D’Amelio. Anno in cui morì anche Salvo Lima, parlamentare siciliano della Democrazia Cristiana, per il cui omicidio vennero condannati all’ergastolo tra gli altri anche Salvatore Riina e Pippo Calò.

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Giovanni Falcone e Paolo Borsellino durante il Maxiprocesso di Palermo

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