Il massacro di Ekaterinburg: nel 1918 la caduta dello zar

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il massacro di ekaterinburg

Nei primi del Novecento la situazione in Russia era molto diversa rispetto a soltanto pochi anni prima. Una delle dinastie più potenti della Storia correva inevitabilmente verso la sua completa estinzione, e nel modo più tragico: con il massacro di Ekaterinburg.

I ROMANOV DECADUTI

Lo zar Nicola II di Russia aveva abdicato rinunciando ai suoi poteri, e da mesi ormai viveva prigioniero dei bolscevichi. Questi, capitanati prima da Avdeev e poi da Jurovskij, avevano spostato più volte la famiglia reale, fino alla destinazione finale.

Un grosso edificio, noto col nome di Casa Ipat’ev, a Ekaterinburg, nella zona degli Urali.

Condividevano la sorte dello zar la moglie, la zarina Alessandra (nata Alice d’Assia e del Reno) e i cinque figli: Olga (ventitré anni), Tatiana (ventuno), Maria (diciannove), Anastasia (diciotto) e l’erede Alessio (quattordici). Nel corso della detenzione le figlie in particolare dovettero sopportare i pesanti apprezzamenti e le molestie delle guardie.

Il figlio minore invece, già di salute cagionevole, era spesso malato. Il giovane Alessio soffriva infatti di emofilia, nota anche come “il male dei re”. Era stata la madre, portatrice sana come la nonna, a trasmettergli la malattia: solo le donne, infatti, pur non sviluppando la patologia potevano passarla ai figli maschi.

Non è chiaro quando sia maturata la decisione di sterminare la famiglia reale, ma era ovvio che essi dovevano sparire dalla scena. La Rivoluzione Russa era scoppiata nel febbraio 1917, ed era la causa per cui lo zar aveva dovuto lasciare il trono. Rimaneva però, insieme alla sua famiglia, un personaggio scomodo. Un personaggio da eliminare.

LA NOTTE DEL MASSACRO

Era la notte fra il 15 e il 16 luglio del 1918. Un telegramma aveva informato Lenin della fatale decisione; e all’una e trenta del mattino Jurovskij svegliava la famiglia reale, dando loro la falsa informazione che lo scontro fra l’Armata bianca e l’Armata rossa minacciava la città. Di conseguenza, per la loro sicurezza dovevano essere trasferiti nel seminterrato.

Nicola II non aveva motivo di dubitare delle sue parole, così prese in braccio il figlio minore e con la famiglia seguì il loro carceriere. Con loro erano rimasti quattro servitori, il medico, una cameriera, il cuoco e un domestico. Undici persone in totale, dunque, si radunarono nei sotterranei, dove Jurovskij lesse loro la sentenza di morte.

<<Il praesidium del soviet regionale, adempiendo al volere della Rivoluzione, ha decretato che l’ex zar Nicola Romanov, colpevole di innumerevoli sanguinosi crimini contro il popolo, debba essere fucilato>>

Non fu dato tempo all’attonito zar e alla famiglia di reagire a ciò che stava velocemente accadendo intorno a loro. Il plotone d’esecuzione radunatosi alle spalle di Jurovskij iniziò subito a fare fuoco, colpendo per primo proprio Nicola II. In seguito la moglie, la zarina Alessandra, cadde colpita alla testa: e le figlie, che avevano fatto corona intorno alla madre. Ma con stupore (e terrore) dei carnefici, le granduchesse sembravano non rimanere neppure ferite dai numerosi colpi di arma da fuoco. Nessuno di loro sapeva che le donne avevano nascosto i loro gioielli e pietre preziose nei corsetti dei loro abiti, e che questi deviavano i proiettili. Il panico li indusse a colpire i corpi ormai inerti con le baionette.

L’intera mattanza durò venti lunghi minuti. La famiglia dello zar e i quattro servitori giacevano a terra, e allora cominciò l’opera di rimozione dei cadaveri.

L’OCCULTAMENTO E I DUBBI SUCCESSIVI

I bolscevichi caricarono gli undici corpi su una camionetta e li gettarono inizialmente in una miniera, poi in un pozzo che tentarono di far saltare, senza riuscirci. Spogliati degli abiti e dei gioielli, li cosparsero quindi di acido per camuffarne il più possibile le tracce, ma senza riuscirci completamente.

Per molto tempo la sorte della famiglia reale rimase ignota. Si ipotizzò che fossero fuggiti dai loro parenti in Europa, e per molto tempo i bolscevichi continuarono a ripetere di non sapere nulla. Anche quando nel 1926 venne confermata la morte, continuavano a negare di aver avuto qualche responsabilità nella vicenda.

Negli anni successivi i dubbi non andavano diminuendo, anzi. Alcune persone si fecero vive sostenendo di essere Anastasia o Alessio, sfuggiti chissà come al massacro: la più famosa fu Anna Anderson. La donna, salvata da un tentativo di suicidio da un poliziotto, inizialmente affermò di non sapere chi era, ma poi confessò di essere proprio Anastasia Romanov. Per tutta la vita, fino al 1984, anno della sua morte, la Anderson continuò a sostenere questa versione. A oggi i dubbi sulla sua identità rimangono.

Infine, nel 1991 ci furono nuove scoperte. Alcuni scienziati si recarono a Ekaterinburg, ma ritrovarono soltanto nove corpi: quelli mancanti appartenevano al piccolo Alessio e alla granduchessa Maria. I rilievi sui poveri resti permisero di accertare l’identità delle vittime, ma dovette arrivare il 2007 perché anche i due figli mancanti venissero ritrovati e tumulati insieme agli altri, nella cattedrale dei santi Pietro e Paolo di San Pietroburgo.

Nel 2000 la Chiesa ortodossa canonizzò come martiri Nicola, Alessandra e i figli, riconoscendo loro un giudizio storico molto più generoso di quello dei contemporanei. Come tanti altri sovrani (Maria Antonietta, ad esempio) lo zar commise molte leggerezze, e sottovalutò i grandi cambiamenti che stavano avvenendo nel suo Paese. Ma di certo ciò non giustificava il tragico epilogo della sua storia, e tantomeno quello della sua famiglia. Tra i quali, ricordiamo, c’erano quattro giovani donne ed un adolescente, per di più già malato. Una storia crudele, sotto ogni punto di vista, ma che forse oggi ha avuto giustizia.

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