Il Libano è sull’orlo di una nuova guerra civile

La crisi governativa libanese ha determinato la grave crisi umanitaria in cui si trova il Paese

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Libano

In Libano perdura sia la crisi economica che l’instabilità politica. Le stesse persone che avrebbero dovuto risollevare il paese dalla crisi stanno fuggendo dalle proprie responsabilità politiche. Lasciando, così, la popolazione libanese in balia di un disastro umanitario ed economico.

Da quanto dura la crisi del Libano?

Il disastro economico libanese perdura da almeno un anno prima dall’esplosione avvenuta al porto di Beirut, il 4 agosto 2020. Da quel momento, in poi, la crisi economica si è aggravata e il valore della lira libanese è crollato. La crisi economica attuale è ancora peggio di quella post guerra civile del 1975-1990. Poiché, in più, vi è stata anche la crisi pandemica. Il cambio attuale della lira equivale, oggi, a 0,00056 euro e ha perso più del 90% del suo valore. L’estrema conseguenza della svalutazione della lira è la povertà estrema della popolazione. Secondo le stime dell’UNICEF, del primo luglio, più della metà della popolazione vive al di sotto della linea di povertà.


Hariri rinuncia a formare un governo


Il disastro politico libanese

La crisi politica, invece, dura da più di due anni, e coinvolge i due principali partiti libanesi. Il Future Movement di Saad Hariri e il Movimento Patriotico Libero di Michel Aoun. Entrambi non in grado di garantire stabilità politica e un sano processo di riforme. Il sistema politico libanese garantisce la libertà delle sue comunità religiose ma limita la competizione e l’ascesa di nuovi partiti. Dopo l’esplosione al porto, l’allora primo ministro Hassan Diab si dimise. Al suo posto salì come primo ministro Saad Hariri nominato dal presidente Aoun con l’incarico di formare un nuovo esecutivo. Da allora il primo ministro si è costantemente scontrato con lo stesso Presidente libanese. Lo scontro tra i due è principalmente ideologico settario. Secondo gli accordi di lunga data, il presidente libanese deve essere cristiano maronita, il primo ministro musulmano sunnita e lo speaker della camera musulmano sciita.

La rinuncia di Hariri

Il primo ministro Hariri, il 15 luglio 2021, dopo i vari tira e molla col Presidente dall’ottobre 2020 ha rinunciato al proprio mandato. Siccome non è riuscito a trovare un consenso per il nuovo governo. Mentre il Paese sta affrontando la peggiore crisi socio economica della sua storia. Difatti, senza un governo stabile nel paese non possono giungere gli aiuti internazionali necessari soprattutto alla popolazione dilaniata dalla fame.


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Il disastro economico libanese

Ma, lo scontro tra i due leader politici non è l’unica causa della crisi in cui si trova il Libano. Dalla fine della guerra civile, nel 1990, le élite al potere hanno accumulato potere e processi corrotti senza incentivare una reale partecipazione attiva della popolazione e sono aumentate le restrizioni settarie per l’accesso politica. Queste hanno contribuito ad escludere i cittadini dal percorso decisionale e concentrare il potere in mano di pochi. Negli anni ’70, il Libano era noto come la Svizzera del Medio Oriente in quanto il governo non limitava gli investimenti stranieri nel Paese. Oggi, invece, gli investimenti nel paese soffrono di grave lunghezza delle procedure democratiche, corruzione degli apparati istituzionali, decisioni arbitrarie sulle licenze da concedere e tasse e procedure doganali complesse. Inoltre, dopo la guerra civile, il Libano ha ricostruito gran parte delle sue infrastrutture fisiche e finanziarie distrutte dalla guerra prendendo ingenti prestiti soprattutto dalle banche nazionali. Le quali hanno appesantito il bilancio governativo di un enorme debito. Oggi, infatti, il debito pubblico libanese ha superato il 180% del Pil.

Promesse di trasparenza mancate

Le promesse finanziarie di trasparenza e di riforme economiche strutturali fatte durante le varie conferenze internazionali sono sempre state disattese dai governi degli ultimi 20 anni. La Banca Mondiale, nell’autunno 2020, aveva definito la crisi del Libano come una “depressione deliberata” perché una crisi del genere di solito è dovuta a una guerra e non determinata della cattiva gestione politica, dalla corruzione e dal disprezzo dell’élite al potere nei confronti del benessere dei cittadini. Per esempio, l’evento di investimento “CEDRE” ospitato dalla Francia, nell’aprile 2018, aveva radunato la comunità internazionale per assistere il Libano con finanziamenti agevolati e alcune sovvenzioni per il miglioramento delle infrastrutture di capitale. Le condizioni per il rilascio dei finanziamenti erano che il Paese facesse delle riforme economiche strutturali, da lungo tempo ritardate, nella gestione fiscale, nelle tariffe elettriche e negli appalti pubblici trasparenti si facessero nel più breve tempo possibile, ma così non è stato.


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Il disastro umanitario libanese

Vi è anche un’altra crisi in Libano quella dei vicini rifugiati siriani e palestinesi che scappano dai rispettivi paese in guerra. Secondo Terre des Hommes, il Libano ospita quasi un milione di rifugiati siriani e 175000 rifugiati palestinesi, i quali versano in precarie condizioni sanitarie e di salute. Inoltre, l’afflusso di una così grande quantità di persone ha accresciuto le tensioni sociali nel Paese.

L’imminente problema idrico

Anche l’approvvigionamento idrico è sull’orlo della crisi. Nella giornata di ieri, l’Unicef ha annunciato che più del 71% della popolazione del paese è a rischio. Si parla di 4 milioni di persone tra cui 1 milione di rifugiati, i quali sono in immediato pericolo di perdere l’accesso all’acqua potabile. Secondo l’agenzia delle Nazioni Unite, il pompaggio dell’acqua dovrebbe gradualmente cessare in tutto il paese nelle prossime quattro-sei settimane, a causa della carenza di fondi, di carburante e di altre forniture come cloro e pezzi di ricambio. La carenza dilagante di carburante, nelle ultime settimane, ha visto gran parte dell’economia libanese fermarsi. Perciò la popolazione è in piena crisi sociale e forse anche sull’orlo di una nuova guerra civile contro le élite al potere.