Il lato oscuro della transizione elettrica: l’estrazione del litio

0
641

Il mondo sembra sempre più concentrato sulla transizione elettrica. Ma in ogni cosa c’è il lato oscuro, e anche in questa.

Estrazione del litio il lato oscuro dell’elettrico?

Sappiamo tutti che per cercare di inquinare il meno possibile, è necessario ridurre rapidamente le emissioni di carbonio. Questo sarà possibile soltanto passando dai combustibili fossili alle energie rinnovabili. In questa transizione, quello delle batterie al litio sarà un contributo chiave: alimentano i veicoli elettrici, e immagazzinano energia sulle reti rinnovabili. Questo contribuisce a ridurre le emissioni nei trasporti e nell’energia.


Auto elettriche e minerali: un’arma a doppio taglio


La Salina di Atacama

La distesa di sale di Atacama, in Cile, nasconde la maggior parte delle riserve mondiali di litio, e il Paese rifornisce quasi un quarto del mercato globale. Estrarlo, però, ha un costo ambientale e sociale non indifferente. Gli impianti minerari occupano più di 78 kmq, e sono gestiti dalle multinazionali SQM e Albemarle. Qui l’acqua salata viene pompata in superficie, e disposta in bacini di evaporazione, ottenendo così un concentrato ricco di litio. Tutto questo processo utilizza enormi quantità d’acqua, in un paesaggio già estremamente arido.

Gravissimi danni ambientali: il lato oscuro della transizione

Intorno al perimetro della Salina vivono 18 comunità indigene di Atacameño, e gli habitat di molte specie, come i fenicotteri andini, non esistono più. Il crollo climatico ha indotto la zona alla siccità, ma importanti sono anche gli effetti di estrazione e lavorazione del rame, di cui il Cile è il primo produttore mondiale. Non ultimo, spesso lo stato cileno ha aggirato le norme sul diritto al consenso preventivo delle popolazioni indigene in oggetto.

Un quesito cruciale

La domanda dunque è delle più importanti: combattere la crisi climatica può giustificare il sacrificio di comunità ed ecosistemi? Secondo un recente rapporto pubblicato dall’Agenzia Internazionale per l’Energia, il raggiungimento degli obiettivi climatici dell’accordo di Parigi farebbe lievitare la domanda per i “minerali critici”, usati per produrre tecnologia energetica pulita. Ad esempio, la previsione è che entro il 2040 la domanda di litio aumenterà di 42 volte rispetto al 2020.

Una nuova guerra fredda

Le risorse in oggetto, dunque, sono diventate un nuovo motivo di tensioni geopolitiche. Negli Stati Uniti e in Europa si parla di una corsa per assicurarsi i minerali legati alla transizione energetica, contrapponendosi alla Cina. A conseguenza di questo, nel nord del Portogallo e in Nevada sono previsti nuovi depositi di litio. Quanto al Cile, attivisti e comunità indigene protestano esprimendo la loro preoccupazione. Ciò non deve sorprendere, in quanto i settori delle risorse naturali sono responsabili del 90% della perdita di biodiversità.

Violazione dei diritti umani

Si stima che il settore minerario produca 100 miliardi di tonnellate di rifiuti ogni anno. Estrazione e lavorazione consumano alti livelli di acqua ed energia, contaminando corsi d’acqua e terreni. Ma c’è dell’altro: violazione dei diritti umani, disturbi respiratori, espropriazione dei territori indigeni, sfruttamento del lavoro. Dopo l’estrazione dei minerali dal terreno le compagnie minerarie accumulano i loro profitti, lasciandosi alle spalle povertà e contaminazione. A fronte di tutti questi danni, i benefici ottenuti dalle comunità sono spesso nulli.

Decarbonizzare, ma come?

La domanda non è dunque se decarbonizzare, la cui risposta è scontata: la domanda è come farlo. Non necessariamente devono sorgere nuove miniere per soddisfare la domanda di minerali: il riciclaggio e il recupero dei metalli delle batterie esaurite possono essere alternative altrettanto valide. In tutti i casi, le operazioni minerarie dovrebbero essere strettamente regolate da leggi internazionali, ed è a questo che stanno puntando i movimenti sul campo in Cile.

Il triangolo del litio

Si intende con questa definizione la zona umida del deserto tra Cile, Bolivia e Argentina, con un enorme valore ecologico, scientifico e culturale. Qui opera l’Osservatorio Plurinazionale delle Saline Andine, che riunisce attivisti e indigeni. Ma anche movimenti studenteschi e femministi sono a esso correlati, tutti schierati in prima linea per contrastare il riscaldamento globale.