Il lato oscuro del rock

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1993
Fonte: Tumblr

La radio è accesa e trasmette i migliori pezzi della musica rock. Sono passati molti giorni dal suicidio più chiacchierato dell’anno, quello di Chris Cornell, e ancor meno da quello di Chester Bennington. Cosa sta accadendo? Vedo parate dell’ipocrisia sfilare su Facebook e decine di persone che si chiedono perché. Avevano tutto. Fama, popolarità, ricchezza, giovinezza. Ad un tratto, una voce calda e graffiante canta un verso di Nutshell “I feel better dead”. Mi sentirei meglio da morto. Layne Stanley cantava questa canzone in un famoso unplugged, con i suoi capelli rosa, gli occhiali neri per nascondere uno sguardo vitreo e un corpo tremante tipico di chi ha imboccato il tunnel dell’eroina. Una delle voci grunge per eccellenza, quella degli Alice in Chains, cantava di qualcosa di oscuro, di un male interiore capace di mangiare la vita giorno dopo giorno.

Non stiamo parlando di abuso di sostanze o farmaci, che pure hanno il loro peso nella propria autodistruzione, ma del male di vivere che ti spinge ad un ultimo atto di rivalsa. Contro i ricordi che graffiano il vetro, contro il dolore che non si placa mai, contro la vita stessa che ti ha portato a quel momento.

Il bello e il brutto della musica è che qualunque cosa succederà ai suoi artisti, è possibile trovarne traccia nei testi delle loro canzoni. Tutto si macchia di nuove ombre e proprio lì, in una frase stonata, in un verso struggente, che si nasconde tutto il male.

“Ho lo spirito, ma ho perso i sentimenti, ho lo spirito, ma ho perso i sentimenti” cantava Ian Curtis in Disorder. Disordine. Un titolo profetico per il cantante dei Joy Division, figura culto di questo disordine interiore che ha trovato la pace a soli 23 anni, impiccandosi nel maggio del 1980. Ian Curtis fu uno dei primi rocker a suicidarsi non in seguito a overdose di droga, alcool o farmaci. Fu uno dei primi a creare un precedente e a strappare la coltre dell’autodistruzione che ti obbligava a morire per eccessi e non per sofferenza. Prima di Ian sembrava quasi normale morire per una dose eccessiva di eroina ma… ehy, non puoi suicidarti! Hai tutto! Già, tutto. Peccato che questo tutto a volte significhi solo TUTTO il dolore del mondo.

Per alcuni l’idea della morte diventa vera e propria ossessione come per Dead, cantante dei Mayehm. Di stramberie ne faceva parecchie durante tour e concerti, come seppellire gli abiti dopo i concerti per poi indossarli poco prima così da avere un aspetto cadaverico, oppure conservare la carcassa di un corvo per respirarne l’odore di putrefazione quando ne sentiva il bisogno. Affetto dalla sindrome di Cothard cominciò a convincersi di essere già morto, arrivando addirittura a scriverlo su un album del gruppo “Non sono un essere umano. Questo è solo un sogno e presto mi risveglierò. Faceva troppo freddo ed il sangue continuava a coagularsi”. L’8 aprile del 1991, quando i membri del gruppo si allontanarono da casa, Dead si tagliò la gola e le vene ma non era abbastanza. Decise di spararsi un colpo di fucile alla testa per accelerare la sua fine. Quando Euronymus ritornò a casa trovò un bigliettino scritto a mano in cui Dead si scusava per tutto quel sangue e decise di fotografare la scena (una delle foto diventerà poi la copertina di un successivo album) prima ancora di chiamare la polizia.

Stesso giorno, stesso mese ma anno diverso, è il 1994, per il suicidio rock che ha cambiato le sorti della musica. Quello di Kurt Cobain. La datazione è inesatta dato che il suicidio avvenne il 5 aprile ma venne ritrovato solo 3 giorni dopo da un’elettricista. Il corpo di Cobain era nel suo garage, riverso in un lago di sangue e, al suo fianco, un fucile, l’arma del delitto. Un’anima fragile, delicata e romantica quella del giovane Kurt che non voleva diventare famoso e si ritrovò a combattere contro l’apatia da palcoscenico, contro l’aridità dei sentimenti e un’ansia costante che lo allontanava da ciò che più avrebbe dovuto dargli gioia: il suo pubblico. Nella sua lunga lettera di addio ammette di non provare alcun piacere nel suonare e di sentirsi come un dipendente che timbra il cartellino ogni qualvolta si presentasse sul palco. Ammette di provare troppa empatia per le persone e proprio quell’empatia lo allontanava dal genere umano, così vicino ma così distante dai suoi sentimenti.  Ammette di non avere più quella fame di vita che hanno i bambini, lasciando un pensiero per sua figlia, che al tempo aveva solo 20 mesi, ammettendo che sarebbe stata molto più felice senza una figura triste e decadente come la sua.  Il suo pensiero è comprensibile in questa frase tratta dalla sua lettera: “è meglio bruciare in fretta che spegnersi lentamente“. 

Facendo un passo in avanti nel tempo, il suicidio di Chris Cornell e Chester Bennington, entrambi con problemi di depressione e un passato di abusi, ha riportato alla luce quanto sia concreto questo male di vivere e quanto sia democratico. Non fa differenze di sesso, età o prestigio sociale. Attacca le fragilità più nascoste e non dovremmo sorprenderci se così tanti rocker hanno deciso di incanalarsi nella via dell’autodistruzione. Quando hai un’anima pura e un cuore troppo aperto, lasci che le parole si tramutino in musica e che il calore del pubblico ti faccia sentire vivo per due ore. Ma chiusi nel camerino o in una stanza d’albergo, la solitudine alimenta i propri mostri. E quando il mostro ti dilania non c’è fama, popolarità, giovinezza o soldo che tenga.