Il Grande Incendio e la Nuova Roma di Nerone

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L'incendio di Roma, Robert Hubert (1733- 1808)

L’incendio scoppiato a Roma nel luglio del 64 d.C. è passato alla storia come il Grande Incendio.

Iniziato nella notte tra il 18 e il 19 luglio, fu una catastrofe: passeranno 10 lunghi giorni prima che l’incendio sia completamente domato. Gli sfollati furono circa 200.000, diverse migliaia le insulae distrutte. Le fiamme erano divampate dalla zona del Circo Massimo confinante con Celio e Palatino -luogo ricco di baracche di legno, merci infiammabili addossate al muro del Circo -e, sospinte da un forte vento, avevano raggiunto il Foro Romano, il Velabro, il Foro Boario.

Apocalisse a Roma

Un resoconto dell’avvenimento lo abbiamo dallo storico Tacito, che ci informa che solo quattro dei venti quartieri di Roma erano rimasti intatti: uno scenario apocalittico. Fra i monumenti pubblici avevano subito grandissimi danni i templi di Giove e Apollo sul Palatino, quello di Vesta, la Biblioteca Palatina, il teatro di Marcello, ma anche la Domus Tiberiana e la stessa dimora dell’imperatore Nerone, la Domus Transitoria.

Dagli scavi sono riemerse evidenze di questo devastante incendio: nelle vicinanze dell’Arco di Costantino, ad esempio, sono venuti alla luce i resti dell’antico santuario delle Curiae Veteres, le cui gradinate sono state trovate calcinate dalle altissime temperature.

Accidente o dolo?

La strettezza e l’intasamento dei vicoli a Roma, lo stretto accostarsi delle insulae, la concentrazione di legname e altri materiali infiammabili rendevano l’ambiente favorevole al nascere e propagarsi di incendi. Ma quell’incendio, il Grande Incendio, fu accidentale o doloso?

Tacito ci riporta una voce che circolava a Roma riguardante Nerone, che governava in quell’anno, che proprio mentre la città bruciava, fosse salito sulla cima al suo palazzo e avesse cantato la distruzione di Troia.

Per stornare le accuse alla sua persona l’Imperatore arrivò a servirsi dei cristiani come capro espiatorio, facendo ricadere su di loro la colpa del disastro.

persecuzione dei cristiani ad opera di Nerone

Nonostante però l’accusa mossa ai cristiani, continuò a circolare la voce che fosse stato proprio lui ad appiccare il fuoco allo scopo di impadronirsi di certi terreni che gli servivano per la costruzione di una nuova lussuosa residenza, la Domus Aurea.

Dure sono le parole di Svetonio a questo proposito: «Non risparmiò né il popolo né le mura della sua patria». Tacito ci lascia intendere la sua posizione affermando che «delle rovine della patria Nerone si servì per costruirsi un palazzo».

Probabilmente popolo e senatori avevano visto una sorta di arroganza nel desiderio di costruzione della Domus Aurea, tanto più che Nerone aveva espropriato il suolo pubblico, privatizzandolo.

Nel resoconto dell’incendio di Dione Cassio troviamo scritto di come da lungo tempo Nerone accarezzasse l’idea di veder perire una città tra le fiamme durante la sua vita, come Priamo di Troia, che egli riteneva estremamente felice per aver visto la sua patria e il suo potere abbattuti contemporaneamente.

Nerone durante il grande incendio di Roma

Ci furono però anche storici e scrittori come Cluvio Rufo, Flavio Giuseppe, Marziale che, pur essendo fortemente ostili all’imperatore, ne sostennero l’innocenza.

Tacito ci racconta anche di come si comportò l’Imperatore di fronte alla devastazione: per prestare soccorso al popolo rimasto senza dimora, aprì il Campo Marzio e i giardini di Agrippa, fece costruire baracche provvisorie, fece arrivare beni di prima necessità da Ostia e città limitrofe e abbassò il prezzo del frumento.

Una nuova Roma

Nerone aveva capito l’enorme vantaggo che poteva trarsi da una simile devastazione: la possibilità di rimodellare la città, sottoponendo così Roma ad uno degli sconvolgimenti urbanistici più radicali della sua storia. Scrive Tacito:

«(..) fu ben misurato il tracciato dei rioni dove furono fatte larghe strade, fu limitata l’altezza degli edifici, furono aperti cortili, a cui si aggiunsero portici».

foro romano (Roma)

Nerone volle una riorganizzazione urbanistica secondo criteri più razionali e funzionali, prescrivendo una serie di norme in vista di una maggiore sicurezza.

Prescisse ad esempio che gli edifici dovessero essere, in alcune loro parti, privi di travi di legno e costruiti in pietra di Gabi o Albano, refrattaria al fuoco. Volle anche che davanti alle case e agli isolati ci fossero dei portici sormontati da terrazzi, da dove si potevano combattere gli incendi. Inoltre istituì dei sorveglianti dell’acqua, poiché accadeva che venisse deviata per abuso di privati.

Prescrisse inoltre che ciascuno dovesse tenere quanto potesse servire a spegnere il fuoco. Il sistema degli acquedotti venne rafforzato: si aggiunse così un ramo nuovo all’Aqua Claudia, l’acquedotto che incanalava l’acqua verso il Celio.

Tra le altre opere volute da Nerone: il tempio della Fortuna Seiani –situato all’interno della sua nuova residenza –la ricostruzione della Sacra via e la Porticus Miliaria, la ricostruzione del Circo Massimo, il nuovo anfiteatro di legno, la casa delle Vestali, il Campo neroniano, l’acquedotto Celimontano, il ponte neroniano, la pavimentazione del Clivio Palatino, il Bagno di Tigellino e il prolungamento delle condutture dell’acquedotto dell’Aqua Marcia sino all’Aventino. «Roma si trasformava in un cantiere nel quale si lavorava da ogni parte e in ogni forma di attività umana, come accade in tempi di grande ripresa edilizia. Da ogni parte dell’impero si richiedevano, merci, tecnici, lavoratori», scrive lo storico M.A. Levi nel suo Nerone e i suoi tempi.

Età dell’oro

Agli occhi di Nerone la ricostruzione della città di Roma doveva apparire come una rinascita, una rifondazione simbolica, segno di una nuova “età dell’oro” e lui un nuovo Romolo, fondatore della nuova Roma, come sembra suggerire anche un affresco del mercato di Pompei, realizzato poco dopo l’incendio, che rappresenta Nerone come un principe su uno sfondo di teatro, con in mano un trofeo, seduto su un cumulo di armi e coronato dalla Vittoria.

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