Il cutting nell’adolescenza

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L’autolesionismo oggi è un problema importante che coinvolge il 20% degli adolescenti italiani. Circa il 12% sono ragazze. Una delle forme più diffuse è il cutting, termine che deriva dall’inglese to cut, e che significa tagliare.

Come iniziano a praticare cutting gli adolescenti?

I ragazzi che si avvicinano al cutting spesso non si rendono conto di cosa realmente sta accadendo in loro. Iniziano a provare rabbia, frustrazione e senso di fallimento in tutto quello che fanno. Per procurarsi dei tagli usano tutto quello che ha una punta per tagliare e ferire il loro corpo, dalle lamette, ai taglierini ad oggetti in metallo appuntito. Le parti del corpo maggiormente colpite sono le braccia, ma quando i tagli iniziano ad essere tanti, passano ad altre zone del corpo, sempre nascoste. Ed ecco che indossano felpe con maniche troppo lunghe, anche nei mesi più caldi, cambiano spesso umore e passano velocemente dall’essere nervosi e arrabbiati alla calma totale. Molti genitori non si accorgono di questo fenomeno. Spesso non sono neanche a conoscenza di quali possano essere i segnali a cui prestare attenzione. Piombano improvvisamente in una situazione che non conoscono e soprattutto non sanno come gestire, parlare con il proprio figlio scatena litigi e incomprensioni maggiori. Quasi sempre si tratta di malessere non esternato, la paura di parlare del dolore che li affligge. Con il tagli procurati comunicano senza dire nulla. Quel taglio serve a non stare male con la testa. Quando inizia a sgorgare sangue, il male che provano dentro si sposta sulla loro pelle. Improvvisamente stanno meglio, sembra addirittura che non sia successo nulla. Con il passare dei giorni tutto si ripete, fino ad arrivare ad nuovo ed ennesimo taglio. Il cutting per chi lo pratica non è farsi del male ma al contrario è farsi del bene.

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Come vive un adolescente che pratica cutting? Harry si racconta

“Io non ho mai pensato fosse un problema, era un modo per sfuggire alla realtà e sentirsi meglio, come se il dolore che avevo dentro uscisse per un secondo da me. Mi faceva sentire vivo per un pò. Ero allegro e sorridente e dentro non sentivo davvero niente. Al mattino mi svegliavo e non provavo niente, non ero felice, ne triste. Capisci di avere bisogno di aiuto quando chiedi aiuto. Se vuoi nasconderlo lo fai tranquillamente, io l’ho fatto per anni e nessuno si è mai accorto di nulla. Ho fatto dei percorsi con gli psicologi ma in quel periodo per me era normale tagliarsi. Mi faceva stare meglio. Ho iniziato a capire che forse potevo sfogare il mio dolore diversamente solo quando ho smesso di andare in terapia. Il cutting è qualcosa che ti lascia il segno nell’anima. A volte sono lì a pensarci, e a guardare i segni sulla mia pelle. Sono stato senza per mesi e poi ho ricominciato. Ho capito che era un problema quando era diventata un’ossessione, vedere il sangue mi faceva sentire al massimo, più dolore provavo più stavo bene. Come un rituale tutto si ripeteva, e ogni volta cerotti a non finire, le cicatrici che prudono sotto i vestiti e poi la felpa ad agosto è il segnale più chiaro, più del taglio stesso. Per nascondere tutto perdi davvero un sacco di tempo. Inevitabilmente lascerai delle attività che ti piaceva fare, e inizierai ad odiarle perché ti espongono troppo”.

Dal cutting puoi uscirne e tornare a fare progetti

“Autolesionismo è essere i pazzi di turno. Autolesionismo sono gli sguardi della gente, sono le bugie e i pianti dei tuoi genitori che non sanno cosa fare. È essere soli ma alla fine non esserlo mai, perché chi ti vuole bene ti segue ovunque. E se per sbagli ti tagli affettando il pane non ti crederanno. Quello che posso dire oggi a chi vuole uscirne è non iniziare mai, ma se ci sei già dentro chiedi aiuto e non vergognarti mai di avere bisogno di qualcuno. Gli amici e la famiglia mi hanno salvato da questo incubo. Si può uscire ma devi volerlo. Oggi sono un ragazzo consapevole con qualche segno in più sulla pelle e sul cuore, ma, con un sacco di cose da fare.”