Il Beaujolais si fa bianco

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Non è un trucco. Così con non lo fu quando i Romani piantarono le viti lungo la riva sinistra della Saône, dovevano tenere allegri i legionari, raccontano a Lione.
In quei vigneti che si estendono per 34 miglia e da 7-9 miglia di larghezza, oggi regna incontrastato il gamay, e l’icona di quel territorio è il Beaujolais, il Beaujolais Nouveau, il Beaujolais Villages e il Beaujolais Cru.
Fu il Duca di Beauje, da lui deriva il nome, a rendere il vino della zona attraente, anche se ci volle la costruzione della ferrovia per elevare la popolarità del Beaujolais; infatti appena giunto a Parigi ci fu una vera e propria esplosione e tutti diventarono pazzi per il Nouveau e per il Primeur: era l’inizio del 1900, e il vino era rosso.
Non è che la situazione sia cambiata nel 2014, il Beaujolais è ancora identificato come vino rosso: è chiamato il terzo fiume di Lione; però si produce anche del Beaujolais rosato e, ed è quello che ci ha colpito e sorpreso, del Beaujolais bianco.
Una disamina del territorio ci ha ricondotto alla ragione enologica di questo oggetto strano in un mare di rosso, ed è che il terreno del Beaujolais ha due distinti segmenti.
A nord c’è granito, ci sono delle rocce metamorfiche e anche la sciste, a sud il suolo è argilloso e calcareo. Nel sud lo Chardonnay si trova benissimo a lasciar affondare le proprie radici ed estrarre alla fine tutte quelle essenze nell’acino che creano un vino dai sentori di mango e pesca gialla, che costruisce una freschezza “grassa” che si lascia insaporire da una sapidità al flavor di frutta esotica e dal finale sottilmente morbido.
Invece a nord, sul granito, lo Chardonnay entra in sofferenza se non lo si lascia maturare bene, infatti va raccolto dopo il Gamay. Solo con una maturazione perfetta diventa attraente, si carica di profumi vagamente erbacei, d’erbette aromatiche che lo si può scambiare per uno Chenin. Ha una struttura più rigorosa in acidità, però è capace di artigliare una resistenza fruttata nella persistenza gusto olfattiva che lo avvicina ai borgognoni.
Abbiamo avuto occasione di parlare del Beaujolais Blanc a Villefranche-sur-Saône, capoluogo della zona, e alcuni sommelier lo stanno coccolando per evitargli l’emarginazione enologica del brutto anatroccolo.
Anche lo scorso anno l’estensione dello Chardonnay è ancora diminuita, è già sotto i 200 ha, e l’unico modo per salvarlo è legarlo strettamente al concetto di regionalizzazione.
Eppure è un vino che ha poco da perdere se confrontato con un Bourgogne Aop, anzi, forse sale anche di un gradino. Ha tutto quello che appartiene allo Chardonnay: mela, pesca bianca e gialla, note di menta, albicocca, ananas, mango, frutti bianchi. Al gusto vira verso una saporita morbidezza, tipo burro salato, per cui la sua scivolosità vellutata è piacevole e si fa carinissima quando la barrique la arricchisce di un leggero speziato. Beh, che dire del Beaujolais blanc: speriamo che se la cavi!

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