Il 9 luglio 1861 Dostoevskj ultimò la stesura di “Umiliati e offesi”

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Umiliati e offesi

Il 9 luglio 1861 Fedor Dostoevskij ultimò la stesura dell’opera “Umiliati e offesi”, primo grande romanzo dopo il confino in Siberia in seguito alla condanna per la sua adesione ad una società segreta con fini sovversivi. Se si esclude il “diario” autobiografico “Memorie di una casa morta”, scritto subito dopo aver ricevuto la grazia nel quale racconta la sua esperienza di prigioniero è questo il primo testo creativo con il quale l’autore russo torna ad occuparsi delle condizioni sociali della sua gente e ad analizzare, come pochi altri scrittori nella letteratura mondiale han saputo fare, i misteri dell’animo umano.

Note sulla trama ed i personaggi

La storia racconta l’intrecciarsi delle vite di vari personaggi, tutti descritti con attenzione e con una “compassione” profondissima e che si trovano mossi quasi sempre dal caso, tanto da sembrare smarriti all’interno delle proprie vite. Uno dei protagonisti, Ivan Petrovic, è uno scrittore che ha appena pubblicato un libro molto apprezzato da critica e pubblico. Vania, come viene spesso chiamato nel libro utilizzando il diminutivo russo, è anche la voce narrante del racconto. È innamorato di Natalia Nikolajeva che però, non ricambia il suo sentimento, essendo innamorata di Aleksej, figlio di Piotr Valkovski, ricco principe impegnato in un processo contro il padre di Natalia, Nikolaj Ikhmeniev per questioni di denaro e d’onore.

Un intreccio di vite

Questo, però, è solo un bozzetto della trama che sarebbe molto complicato sintetizzare in poche frasi tanti sono i piccoli incidenti e le piccole storie che accompagnano le due o tre più importanti. C’è la storia d’amore tra Natalia e Aleksej, ma c’è anche l’organizzazione del matrimonio di questi, ad opera del padre, con Katerina Fiodorovna, ma c’è anche la vita domestica di Ikhmeniev con la moglie Anna. C’è Vanja, che impegnato in mille faccende e tormentato da più parti per differenti ragioni, prova a scrivere un nuovo romanzo e al tempo stesso a tenere insieme tutte le vite che gli ruotano attorno.

“Tutti in un punto”

Di queste vite, subito una gli diventa cara, quella di Elena, o Nelly. Elena è la nipote di Smith, un uomo di cui per puro caso il narratore si trova ad occupare casa. È nel tentativo di conoscere la storia di Nelly, seguendola Nelly, prendendosi cura di lei, che Ivan comincia ad esplorare le “case morte” in cui i cittadini di Pietroburgo vivono, conducendo vite miserabili, tanto sotto l’aspetto economico e sociale, quanto, e ancor più intensamente, sotto quello umano, vite di “povera gente” che sono oscure maschere per le diverse “memorie del sottosuolo”, personaggi doppi, “sosia” nelle storie e nelle anime, prima ancora che nelle fattezze, mentre un ricco “giocatore” (il principe) si diverte cinicamente con le esistenze altrui, manipolando il figlio, “un adolescente idiota” a cui fa (e fa far) di tutto per fargli interpretare il ruolo dell’ “eterno marito”, ed un altro (giocatore), Maslobojev fa la parte dell’oscuro benefattore e del buon criminale.

Le miti

Per concludere questo piccolo gioco con titoli tratti da opere di Dostoevskij è necessario citare “La mite”, la storia di una donna maltrattata dal marito che, in chiusura di romanzo si suicida. Considerando quanto sosteneva Calvino, ossia che “un classico è un libro che non ha mai finito di dire quello che aveva da dire”, non credo si possa parlare in questo caso di “spoiler”. Tornando al parallelo con “Umiliati e offesi”, un punto comune tra queste due storie è proprio nel carattere mite di tutte le donne che popolano il racconto ed anche di alcuni uomini. Sono donne che accettano con mitezza tragica le scelte di una figlia, o che covano una profonda rabbia sotto un velo di quiete, o che si sacrificano al loro amore per amore della persona amata, o che si fanno miti di fronte ad una personalità più forte. Miti con un cuore di madre, d’amante, d’amata…di bambina.

Il femminismo nell’800

Per quanto tutti siano “umiliati e offesi”, come indicato dal titolo del libro, sono le donne, nel racconto di Dostoesvskij ad esserlo maggiormente. Più o meno negli stessi anni Ibsen scriveva “Casa di Bambola”, un’opera in cui la donna si ribella alle regole sociali dettate da logiche maschiliste, così come farà Strindberg con “La signorina Julie”. Nell’autore russo critica del ruolo della donna sottomessa all’uomo, diventa ancora più profonda, facendosi critica della società nel suo complesso, analisi dettagliata e puntuale dell’animo umano, al di là del genere d’appartenenza. La crudeltà, in Dostoevskij, è tanto dell’uomo quanto della donna, ma è soprattutto quest’ultima a pagarne le conseguenze più pesanti.

Le donne e gli uomini

Nel romanzo emergono, attraverso i vari personaggi, quelle che sembrano essere, per l’autore, alcune caratteristiche tipiche dell’uomo e della donna, spunti di riflessioni ripresi, più o meno consapevolmente, nel secolo scorso, dai movimenti femministi e nella lotta per le pari opportunità. Se Aleksej sembra anticipare la figura del principe Myskin de “L’Idiota”, con il suo voler bene a tutti e non riuscire ad amare nessuno, Ikhmeniev rappresenta la figura del padre-padrone che ancora è presente in alcune regioni ed in alcune culture, mentre il Valkovski è il cinico calcolatore, l’anima “maschile” che valuta tutto in funzione del potere e del profitto senza alcuna attenzione per i sentimenti e le vite degli altri. Le donne, al contrario, vittime in vario modo delle scelte dell’uomo (ma in alcuni casi anche dell’egoismo di altre donne), pur facendo fatica a nascondere una maggiore sensibilità e capacità di avere una visione della realtà più aperta ed universale, dimostrano spesso un orgoglio potentissimo, anche quando è silenzioso, uno spirito di sacrificio che è anch’esso, in un certo qual modo, fondato su un calcolo, ma che non è finalizzato quasi mai ad un tornaconto personale ma sempre ad un bene più grande che si spera giovi soprattutto all’altro prima che a sé, tranne forse nel caso della Bubnova, la donna che tiene in casa e maltratta la piccola Elena, che rappresenta quasi un alter ego del principe e che Dostoevskij dimostra di “disprezzare” in egual misura.

L’amore

Oltre all’analisi spietata della società russa del suo tempo e più vicina, compassionevole ed attenta delle difficili condizioni in cui la donna era costretta a vivere, l’amore è un altro dei temi principali di quest’opera. Questo sentimento, che non è visto solo in quanto elemento costitutivo di un rapporto di coppia, ma anche all’interno di un tessuto familiare e, in senso più generale, nei rapporti tra esseri umani è rappresentato, ancora una volta soprattutto dalle donne. Potrebbe averne anche Ikhmeniev, se non avesse pudore o se fosse meno orgoglioso e legato a determinate logiche sociali, sicuramente ne ha Ivan, che è quasi il doppio maschile di Natalia, ma sono in particolar modo la stessa Natalia, sua madre Anna, Katerina, a suo modo e Nelly, su tutte, che ama tanto da amare anche quando disprezza ed odia ad esprimere questo sentimento e ad impedire che la catastrofe avvenga tanto più quanto più questa si fa prossima.

Oltre il desiderio triangolare

L’amore diventa in questo romanzo di Dostoevskij, quasi un sentimento che, tuttavia, esiste quasi a prescindere dagli esseri umani, come una pulsione della vita che usa gli uomini e che questi non possono controllare, che si sottrae a logiche umane o a interpretazioni di qualsiasi tipo. Per fare un esempio, il desiderio triangolare teorizzato da Rene Girard ne “La menzogna romantica e la verità romanzesca” dove oggetto desiderato, desiderante e “rivale” sono collegati (e divisi) da amore invidia e gelosia che reciprocamente si nutrono e si consumano, non sembra trovare piena conferma in quest’opera nella quale i “triangoli” si moltiplicano e frammentano in funzione delle particolari anime dei singoli personaggi.

Realismo e speranze

Essendo poi la vita solo un riflesso di quello che succede in amore, si capisce bene come nella visione che Dostoevskij ne ha, che a tratti è quasi più speranza che realismo, le dicotomie ed i contrasti (tra i generi, le classi sociali, ecc.) possano essere composti solo in un equilibrio delle parti, senza posizioni di dominio e sottomissione, in un’apertura all’altro che avvenga sullo stesso livello. Parlando dei personaggi del libro Stefan Zweig scrisse: “Estranei nel mondo per amore del mondo, irreali per passione della realtà, i personaggi di Dostojevskij sembrano dapprima semplici. Non hanno una direzione precisa, non hanno una mèta visibile: come ciechi o come ubriachi barcollano per il mondo, questi uomini pur adulti… Sono sempre spauriti e intimiditi, si sentono sempre umiliati e offesi.” La tristezza di questa verità è sicuramente presente in Dostoevkij, illuminata ed appesantita nella sua coscienza del genio russo, che esiste al mondo e per il mondo, anche la possibilità di essere altro.

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Sono Vittorio Musca, ho 39, sono originario di Torchiarolo, in provincia di Brindisi e vivo a Bologna anche se negli ultimi anni per studio o lavoro ho vissuto in Norvegia, Polonia, Repubblica Ceca e Germania. Ho conseguito due lauree. La prima in Scienze Politiche e la seconda in Lettere. Parlo inglese, italiano, spagnolo, tedesco e polacco. Mi piace leggere, prevalentemente classici della letteratura e della filosofia o libri di argomento storico, suono il clarinetto e provo, da autodidatta ad imparare a suonare il piano. Mi piacciono il cinema ed il teatro (seguo due laboratori a Bologna). Ho pubblicato un libro di poesie, "La vergogna dei muscoli, il cuore" e ho nel cassetto un paio di testi teatrali e le bozze di altri progetti letterari. Amo viaggiare e dopo aver esplorato quasi tutta l'Europa vorrei presto partire per l'Africa ed il Sud Est asiatico, non appena sarà concluso l'anno scolastico, essendo al momento impegnato come insegnante. I miei interessi sono vari (dalla letteratura alla politica, dalla società al cinema, dalla scuola all'economia. e spero di riuscire a dedicarmi a ciascuno di essi durante la mia collaborazione con peridicodaily.

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