Il primo Pianoforte Elettrico trasportabile è stato fabbricato il 18 giugno del 1956 – esattamente 63 anni fa – dalla Rudolph Wurlitzer Company, una società tedesco-americana specializzata nella produzione di strumenti musicali.

La Rudolph Wurlitzer Company

Si tratta del modello 112 con funzionalità base, molto ridotte; presenta una manopola per regolare il volume, il pedale sustain per prolungare il suono e le gambe rimovibili. Artisti di grande successo hanno utilizzato i pianoforti elettrici prodotti dalla Wurlitzer, da John Lennon a Bob Dylan ed anche i Doors.

La sua produzione è interrotta solo nel 1982. Negli anni successivi la Rudolph Wurlitzer Company ha prodotto nel settore di organi e jukebox. Il suono del pianoforte elettrico – strumento musicale a testiera – è caratteristico grazie alla presenza di martelletti che battono sulle lamelle metalliche. La sua amplificazione avviene per mezzo del pick-up, di moda negli anni ‘60 e ’70.

Il primo pianoforte elettrico è stato costruito dalla C. Bechstein Pianofortefabrik nel 1931: un pianoforte a coda munito di pick-up elettromagnetici. Durante la seconda guerra mondiale è Harold Burroughs a creare lo strumento che avrebbe rivoluzionato il genere.

La produzione del suono

Sono i pezzi ricavati da un bombardiere a costruire il pianoforte; arriva fino a due ottave e mezza e consiste in una serie di barrette d’alluminio che vibrano tramite martelletti. Questa prima versione prende il nome di Army Air Corps Piano, perché nasce dalla necessità di animare l’aeronautica militare, Army Air Corps. In seguito al progresso dell’elettronica, negli anni ’80, l’industria abbandona i modelli elettromeccanici favorendo i modelli più moderni, basati sui sintetizzatori.

Il pianoforte elettrico ha una natura elettromeccanica, i suoi suoni non sono prodotti elettronicamente, ma analogicamente e trasformati in impulsi elettrici attraverso i pick-up posti accanto alla fonte naturale del suono. Ogni tasto fa muovere i martelletti – strutturati proprio come quelli del pianoforte – che producono una vibrazione sulla “barretta d’acciaio” in asse con il pick-up. Da qui viene prodotto il campo magnetico che, successivamente, viene trasformato in impulsi elettrici.

Negli anni sono stati notevoli i miglioramenti del suono, cercando di renderlo più pulito e naturale possibile. D’altronde il pianoforte – così come ogni altra forma d’arte – è la voce del cuore. Ogni suono riprodotto dai suoi tasti può raccontare una storia, ed esprimere ciò che a voce non è sempre esprimibile.

La musica che salva

La musica è, ad oggi, uno dei mezzi più potenti di comunicazione. Il messaggio che si lascia passare attraverso di essa può “influenzare” positivamente (ed anche negativamente) ogni persona che ascolta. Soprattutto, la musica – a prescindere dallo strumento che la produce – è occasione di incontri, anche fra culture diverse. Insegna la capacità di essere “aperti” e il modo in cui anche due suoni completamente diversi, possono generare armonia.

Come spesso si sente dire, “la musica salva” perché senza dire parole riesce ad essere un mezzo di consolazione e a dare speranza. Suonare un pianoforte, ad esempio, è un atto “liberatorio”. Ogni melodia sembra spalancare una nuova dimensione dove è possibile mettere a freno la quotidianità, e godere di una pace interiore.

<<Il pianoforte reclama l’abbandono: esso non vuole essere suonato, ma è lui che vuole suonare tramite il pianista. L’esecutore abbandonato al suo strumento diviene egli stesso strumento, in un gesto impersonale e per questo totale, e la Musica, misteriosamente, inizierà a sgorgare, fresca e leggera>>. (Giovanni Allevi)

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