Il 14 settembre 2005 il giallo irrisolto della bomba di Latina che uccise un carabiniere

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Il 14 settembre 2005 una bomba esplose nella caserma dei carabinieri di Latina.

Un mistero destinato a restare tale dopo l’archiviazione da parte della magistratura e l’impossibilità di dare un nome ai responsabili della morte del carabiniere Alberto Andreoli. Il 14 settembre 2005 nella caserma dei carabinieri di Latina esplose una bomba che uccise proprio il militare 35enne e ferì un suo collega. Quando le forze dell’ordine entrarono nel luogo in cui si era verificata la deflagrazione, si trovarono di fronte ad una scena straziante: il volto della vittima era quasi completamente sfigurato e la parte destra del suo corpo dilaniata. Nel corso della serata, dopo i primi accertamenti, il procuratore aggiunto della città laziale, Francesco Lazzaro, affermò senza mezzi termini che si era trattato di un «ordigno costruito per uccidere».

Da quel momento però la verità non è mai venuta veramente a galla, con tanti interrogativi rimasti irrisolti in tutti questi anni. Dalle ricostruzioni degli inquirenti si apprese che Andreoli avrebbe dovuto cominciare il suo turno come carabiniere di quartiere intorno alle ore 14. Stefano De Rinaldiis, carabiniere rimasto ferito dopo l’esplosione, ancora sotto shock e stordito riuscì a dire che in quei drammatici istanti si trovava in corridoio, di spalle all’ufficio nel quale c’era la vittima, aggiungendo che quando aveva lasciato quella stanza «sulla scrivania non c’era nulla».

Alberto Andreoli, il carabiniere ucciso dall’esplosione della bomba di Latina.

L’appuntato Alberto Andreoli, che perse la vita a causa della deflagrazione del 14 settembre 2005, aveva 35 anni, era sposato e aveva due figli. Lavorava da circa dieci anni a Latina e per questo motivo era conosciuto e stimato praticamente da tutti. Quando si diffuse la notizia della tragedia, furono numerose le persone che si riversarono in Piazza Caduti di Nassiriya per cercare fin da subito di capire perché il giovane era andato incontro a quel terribile destino. Intanto nei locali interni alla caserma gli uomini del Raggruppamento Carabinieri Investigazioni Scientifiche (RACIS), giunti da Roma, iniziarono ad effettuare dei rilievi e a raccogliere impronte nella speranza di trovare indizi utili per individuare il colpevole.

Latina, l’esplosione del 14 settembre 2005 è ancora avvolta nel mistero

A partire da quel terribile 14 settembre 2005 si batterono diverse piste: attentato terroristico, delinquenza comune, criminalità organizzata o un residuato bellico, ma nessuna ipotesi investigativa si concretizzò. Non arrivò alcuna rivendicazione e nessuna testimonianza riportò di aver visto Andreoli armeggiare con l’oggetto letale. L’ufficio nel quale si trovava il militare al momento dell’esplosione della bomba a Latina era chiuso al pubblico.

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Alcuni testimoni riportarono di aver visto il 35enne al distributore automatico delle bibite pochi minuti prima di entrare nel locale. Gli inquirenti cominciarono a pensare che l’esplosivo potesse trovarsi all’interno di una lattina, ma ben presto anche questa congettura venne messa da parte perché dai rilievi era emerso che l’ordigno era stato progettato per uccidere e che aveva causato troppi danni per trovarsi in un oggetto piccolo come il contenitore di una bevanda. Il magistrato di turno aggiunse che probabilmente, oltre all’esplosivo, la bomba contenesse dell’altro materiale come chiodi o bulloni per essere ancora più implacabile.

Archiviate le indagini sulla morte del carabiniere Andreoli dopo l’esplosione del 14 settembre 2005.

Quando ci si soffermò sulla possibilità che la vittima potesse essere entrata in possesso in qualche modo del pacco esplosivo prima di entrare in caserma, emersero delle versioni che non confermarono questa traccia. Coloro che si trovavano al portone d’ingresso della caserma si dissero sicuri che il militare fosse arrivato lì a mani vuote. Inoltre sembrò strano che, se fosse stato un plico sospetto, non fosse scattata la procedura di sicurezza. In quei casi il protocollo prevedeva che ad occuparsi dell’apertura di un involucro potenzialmente pericoloso fossero gli artificieri. Ma tutto ciò non avvenne il 14 settembre 2005. Inoltre l’appuntato Andreoli non aveva avvisato nessuno, non aveva parlato con i colleghi di un ipotetico pacco allarmante. Era andato in ufficio e probabilmente lo aveva aperto. Fu avanzato il sospetto che potesse averlo sequestrato da poco, magari da un venditore ambulante, ma nemmeno in questo caso fu possibile verificare l’ipotesi.

Circa dieci anni dopo l’esplosione della bomba nella caserma dei carabinieri di Latina costata la vita ad Alberto Andreoli, arrivò come unica certezza la constatazione che il militare era stato ucciso dallo scoppio di un ordigno che era stato utilizzato dagli eserciti dell’ex Jugoslavia e che forse era di fabbricazione sovietica. Invece non arrivò alcuna indicazione sugli eventuali responsabili, anzi, il caso e il relativo procedimento contro ignoti vennero archiviati. Un giallo rimasto tale e una morte, quella dell’appuntato 35enne, rimasta senza colpevoli.

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