Ibernazione dei ricordi

Ibernazione dei ricordi? Recupero delle informazioni codificate nel cervello? Si può, ma il prezzo è la vita. Se qualche tempo fa si discuteva dell’ibernazione come tecnica di conservazione del corpo, ora è tempo di riparlarne, ma a proposito del cervello. Lo scopo è quello di conservare i ricordi post-mortem, in modo da riuscire, quando la tecnologia lo permetterà, a trasferirli su un computer. Una delle condizioni necessarie è la conoscenza globale del connettoma, cioè di tutte le connessioni neurali del cervello: a oggi è ancora un miraggio. In questo modo si assisterebbe a una sorta di “resurrezione” cognitiva. È davvero tutto così semplice? In quanti si fidano di tale proposta? Cosa ne pensano i neuroscienziati?

“Una forma di imbalsamazione molto avanzata che preserva non solo i dettagli esterni ma anche quelli interni e mantiene intatti tutti i ricordi”, si legge sul sito della società. Parliamo quindi di ricordi vivi, attivi, come quelli di una cena natalizia o della particolare sensazione di freddo pungente in una sera di gennaio.

I pareri di fattibilità

Nectome, la società californiana che si occuperebbe di questa imbalsamazione neurobiologica, sostiene che il cervello non va incontro a nessun tipo di alterazione se correttamente trattato. Infatti, finora è riuscita a conservare perfettamente le strutture nervose di un maiale: tutte le sinapsi sono perfettamente integre. Bisogna dire però che non sappiamo se l’integrità sinaptica sia condizione sufficiente per l’effettiva salvaguardia dei ricordi, né tanto meno se quest’ultimi siano effettivamente contenuti nelle sinapsi.
Sam Gershman, un neuroscienziato computazionale della Harvard University, è infatti particolarmente critico.“No, la memoria completa di una persona non può essere ricostruita da una serie di micrografie elettroniche”, sostiene il ricercatore e aggiunge: “è necessario conoscere i punti di forza sinaptici, se sono eccitatori / inibitori, varie costanti di tempo, quali neuromodulatori sono presenti, lo stato dinamico delle spine dendritiche. E tutto ciò sempre che i ricordi vengano veramente archiviati nelle sinapsi”.

Dettaglio non trascurabile è l’effetto collaterale. Il co-fondatore della compagnia Robert McIntyrehe, ammette infatti che il processo è “al 100% fatale”. Per conservare il connettoma è infatti necessario il trattamento con un cocktail di agenti chimici imbalsamanti sul cervello ancora “fresco”. Ovviamente i candidati ideali sarebbero i pazienti terminali o quelli in stato vegetativo irreversibile.

Fiducia nel progetto

Nonostante le poche certezze, la titubanza di alcuni esperti e la sostanziale necessità di un suicidio assistito, esiste già una lista d’attesa di coloro che vorranno usufruire dell'”ibernazione dei ricordi” (sono già 25). Bastano 10.000 dollari. La somma, assicurano dalla California, è solo una cauzione. Se chi aderisce al progetto ha poi in futuro un ripensamento, l’importo gli viene completamente rimborsato. Anche il neuroscienziato e presidente della Brain Preservation Foundation pare fiducioso in questo curioso investimento, “parlando personalmente, se fossi di fronte a una malattia terminale probabilmente sceglierei l’eutanasia con questo metodo”, rivela lo studioso. La società è stata finora finanziata dallo stato per un milione di dollari e da privati per altri 200 mila dollari circa.

Non resta quindi che attendere gli sviluppi futuri. Anzitutto quelli legali, dato che si tratta di un progetto eticamente controverso. In seguito quelli tecnologici, considerando che la conoscenza del cervello è ancora molto parziale e che gli strumenti a nostra disposizione, nonostante i notevoli avanzamenti recenti, rimangono per ora rudimentali.

Sei appassionato di neuroscienze?? Ecco un paio di link che fanno al caso tuo:
https://www.periodicodaily.com/loggettivazione-della-donna-e-confermata-dalle-neuroscienze/
https://www.periodicodaily.com/la-morte-spegne-il-cervello-uninnovativa-risposta/

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