Di questo film (La migliore offerta, Giuseppe Tornatore) hanno parlato in molti, lo so, ed è difficile pensare di poter dire qualcosa di originale. Tuttavia, quello che questo articolo si propone di fare, è spiegarvi perché dobbiate vederlo.


Non è per il soggetto, che a qualcuno apparirà banale; non è per la fotografia, seppur impeccabile; non è per la sceneggiatura, anch’essa di alto livello ma anch’essa piuttosto ‘digeribile’, come un piatto che ti piace moltissimo, ma che hai mangiato mille volte. La forza di questo film, secondo me, non è da ricercare in una qualche originalità, ma piuttosto in una speciale interpretazione e rivisitazione di aspetti dell’animo umano che sono noti, assodati. Quello che affascina, che riesce a tenerti sulla poltrona per oltre due ore senza tentare la fuga, è la resa delle manie, degli squilibri, delle patologie di un uomo. E il loro sgretolarsi pian piano, nonostante siano state assecondate o addirittura nutrite per una vita. Io non vi svelerò nulla, sia ben chiaro, della storia in sé. Dico solo che quel pizzico di filantropia che è in ognuno di noi gode della visione di questo film. E, se non riuscite ad apprezzarlo adesso, dovreste assolutamente riprovare tra dieci anni.

Il meglio: la caratterizzazione del protagonista, interpretato magistralmente de Goeffrey Rush.

Il peggio: alcune zone ‘buie’ nella trama, fatti che comprendiamo a grandi linee ma non ci vengono esposti con chiarezza; la prevedibilità di alcuni sviluppi.

Una frase emblematica: i sentimenti umani, come le opere, si possono simulare.

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