I SAPERI DEL TERRITORIO

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I saperi che transitano nei contesti accademici non riescono ancora ad interfacciarsi compiutamente con i saperi del quotidiano comune.

Nel quotidiano comune, l’uomo contemporaneo si muove spesso in spazi di cui non conosce le dimensioni, in direzioni di cui gli sfugge la destinazione, in progetti di cui gli sfugge la fattibilità.
L’atteggiamento più comune e costante, allora, è proprio quella di adattarsi, quando non aggrapparsi, ad una realtà spesso già determinata da altri, su cui si sente di non poter incidere significativamente.
A non venire intravisti sono proprio i significati guida, quelli che dovrebbero funzionare da ispirazione o, almeno, da orientamento. Ne risulta una condizione dove al progetto spesso si sostituisce il rimedio, che non può dotarsi, ovviamente, di respiro lungo e rassicurante.

Una percezione di tale generale precarietà si completa e si rinforza con quella di sfuggevolezza, quando si avverte che gli altri hanno una collocazione incerta. Diventa indefinito anche il percepirsi come troppo vicino o troppo lontano dagli altri, quando la distanza da mantenere con gli esseri umani è vaga, perché indefinita è la percezione di dove ci si trova e dove si trovano gli altri.
Uno dei timori più pronunciati, così, diventa quello di perdere il collegamento con gli altri.

Il collegamento con gli altri si declina, oggi, nelle forme della connessione, specificamente quella virtuale, quella dei social e delle app. Connessioni alle quali sacrifichiamo, forse anche perché ce ne siamo scordati, la nostra intimità, nella illusione che la pantomima dei rapporti virtuali possa riuscire a nutrire il nostro imprescindibile bisogno di appartenenza e di riconoscimento.
Il danno principale dei rapporti virtuali, non dell’universo virtuale che in sé pur contiene qualcosa di funzionale, è la difficoltà di costruzione e manutenzione dei rapporti e delle relazioni. L’evidenza rivela come i fili gettati tra una persona ed un’altra, tra un evento ed un altro, non riescono quasi mai a diventare trame, orditi. I fili rimangono fili e non tessuti, stoffe, abiti.

Di fronte ai saperi accademici, di fronte alla illusorietà dei saperi del web, le persone, alcune persone, si stanno confrontando con una consapevolezza nuova: quella che anche nel quotidiano ordinario possa reperirsi qualcosa. Qualcosa che faccia crescere aspirazioni ed ispirazioni, desideri e timori, slanci e ripensamenti. Nonostante alcune certezze, in fondo, si rivelino labili e potrebbero far rimanere fermi, nella gente prevale la voglia di provare a disegnare ipotesi, a darsi delle possibilità.

Nel loro provare a dare senso e direzione al proprio progetto di vita, emergono certamente insicurezze ed incertezze. Tradurre le incertezze in quesiti, riuscire ad avere coscienza del dubbio e sapersi porre le domande è sicuramente un primo apprezzabile avvio di un percorso di emancipazione. E’ un volersi consentire aperture a stili di vita e soprattutto a praticabilità nuove che allontanino da obbligatorietà obsolete di pensiero e di comportamento acquisite, o meglio tramandate e quasi mai sottoposte a revisione o ad alternative. Un dubbio, meglio se espresso in forma di domanda, è già un apprezzabile tentativo di mettersi in cammino e guardarsi intorno. Nell’intento, quasi sempre premiato, di apprendimento operante di modelli esistenziali privati più funzionali.

In una provincia come quella ciociara, ma credo che il discorso valga per la provincia italiana in generale, è vitale valorizzare gli spazi esistenti. E promuovere spazi nuovi, supportandoli con quelle risorse che ancora stentano a darsi forma ma che, non appena iniziano a prendere forma, legittimano anche psicologicamente la giustezza dei tentativi che si fanno in questo senso. Come se il percepire che qualcosa può nascere da ciò che si credeva fosse sommerso, e perciò sommergesse l’esistente, desse fiducia e conforto agli sforzi ed alle intuizioni praticabili. Diventa necessario, allora, creare uno spazio di accoglimento per l’intelligenza collettiva. E di stimolo delle coscienze, per mostrare come porsi su prospettive altre, impensate se si rimanesse nel chiuso della propria individualità o nel proprio codice di riferimento abituale.

Spazi, allora, di accoglienza, informazione, consulenza, comunicazione, mediazione. Spazi che facciano crescere l’appartenenza al territorio. Spazi di dialettica e di competenza non giudicante. Che rappresentino un incoraggiamento alla tridimensionalità, utilmente lontana da una idea di vita schiacciata su un foglio da disegno, di quelle senza prospettiva e senza profondità di campo.

Per poi scoprire che tutti custodiamo dentro di noi disegni ed architetture molto più funzionali, più sapienti e divertenti di quelle che comunemente ci consentiamo di visitare.

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