I primi cento giorni di Donald alla Casa Bianca

Il bilancio della politica interna e di quella estera del Tycoon.

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“Non pensavo che fosse così difficile fare il Presidente degli Stati Uniti”. Donald Trump ha sintetizzato, così in un’intervista all’agenzia di stampa Reuters, i suoi primi cento giorni di lavoro. E’ interessante analizzare, per comprenderli fino in fondo, la sua immagine di imprenditore di successo che ha saputo farsi apprezzare da quei media che non avrebbero scommesso sulla sua candidatura e tantomeno sull’ottimo risultato ottenuto alle elezioni dello scorso anno. Radio, tv e giornali lo avevano criticato, ma non escluso dai loro palinsesti in quanto rispecchiava quella “media logic” che ogni leader deve conoscere bene per essere considerato dai mezzi di comunicazione di massa.

Il Tycoon è stato in grado di veicolare, poi, la concretizzazione, una volta insediato alla Casa Bianca, di alcune delle promesse divulgate nel periodo precedente. Ha annunciato, ad esempio, la decisione di diminuire le tasse al fine di incentivare i consumi e quella di eliminare lo spreco di denaro pubblico che era usato per promuovere gli aborti anche al nono mese di gravidanza (su cui la rivale alla presidenza, Hillary Clinton, aveva impostato buona parte della sua campagna elettorale) e le unioni gay.

Ha saputo difendere realmente, a differenza del predecessore Barack Obama, questi valori antropologici, ottenendo benevolenza da strati della popolazione che erano contrari persino alla sua candidatura.

Ha subìto, tuttavia, qualche piccola sconfitta come quella sull’Obamacare, dal momento che persino alcuni membri del suo partito, quello Repubblicano, hanno scelto di non dare il proprio appoggio all’abrogazione di tali norme che hanno rafforzato la sanità pubblica.

Trump si è mostrato molto deciso anche in politica estera, cercando di diradare le nubi attorno alle accuse di un eventuale aiuto russo perché fosse eletto. Ciò ha generato, purtroppo, la continuazione di tensioni con Mosca, che la comunità internazionale sperava di aver superato grazie alle parole concilianti espresse da lui in precedenza.

L’attuale Capo della Casa Bianca ha cercato di avviare la costruzione del muro col Messico, nonostante le critiche interne e internazionali, occupandosi pure dei grandi scenari di crisi. Non ha avuto paura nell’ordinare il lancio dell’ ordigno più potente dopo quello atomico contro i terroristi in Afghanistan, ma rimangono numerose realtà che stanno tenendo il Pentagono e il mondo col fiato sospeso: il mancato accordo col Cremlino sulle sorti del Rais Bashar al Assad e la decisione di considerare il suo alleato Iran come una “minaccia alla sicurezza nazionale”. L’eventuale avvio delle ostilità contro Teheran e nuovi raid verso l’esercito di Damasco significherebbero una quasi automatica dichiarazione di guerra nei confronti di Russia e Cina che hanno numerosi interessi, grazie a importanti accordi di natura commerciale e militare, in quelle zone.

C’è anche la guerra per procura tra l’Arabia Saudita, alleata della Casa Bianca, contro il Regime degli Ayatollah nello Yemen e per la crisi nordcoreana che potrebbe trasformarsi, come affermato dallo stesso Trump, in “un grande, grande conflitto”.

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