Arriva alla settima edizione “La Boulè, Giudizio sul Mito”, progetto dedicato alla cultura e al teatro ideato e diretto dall’associazione “Identità Mediterranee”, per la seconda volta presso il Parco Archeologico di Paestum (SA).

All’ombra del Santuario Meridionale, ad andare in scena (domenica 6 agosto alle ore 21:30) sarà “I persiani”, celebre tragedia di Eschilo. Allo spettacolo seguirà una profonda e coinvolgente riflessione sul tema della hybris, su quello del rifiuto della “diversità” e sulla tracotanza del potere, fattori che, sommati insieme, generano conflitti e violenze e recano sofferenze a popoli innocenti. Il direttore artistico de “La Boulè, Giudizio sul Mito”, l’architetto Carla Maurano, dopo i successi degli scorsi anni e la netta posizione sempre assunta nei confronti della difesa dei diritti umani, ha infatti deciso di proporre per questa settima edizione, tramite la rappresentazione della tragedia di Eschilo, un tema, la guerra, le cui logiche trovano ancora oggi facili appigli in un errato senso di superiorità e nel non riconoscimento dei valori dell’Altro. Per la regia di Annarita Colucci, lo spettacolo vede in scena gli allievi dell’Accademia Internazionale di Teatro di Roma e i giovani dell’Associazione Identità Mediterranee.

I Persiani di Eschilo è la sola tragedia di argomento politico che ci sia pervenuta. La scena si svolge a Susa al tempo delle guerre tra Greci e Persiani. Siamo circa nel 480 a.C., anno della seconda guerra persiana.

A Susa, capitale persiana, dopo la partenza dell’esercito di Serse erano rimasti solo vecchi, donne e bambini ed era ormai passato del tempo da quando l’ armata aveva lasciato il regno per andare in Grecia e da quando non giungesse notizia per rassicurare coloro che erano rimasti in patria.

L’ansia crebbe quando Atossa, vedova di Dario e madre di Serse, rimase turbata da un brutto sogno: due donne, alte e belle, una vestita con ricchi abiti persiani, l’altra con il peplo dorico, litigavano tra di loro. Serse intervenne e le legò al giogo del carro, ma mentre la donna persiana si era placata, quella greca si era ribellata rovesciando il carro. La regina svegliatasi dal sonno volle scacciare il cattivo presagio facendo un sacrificio agli dèi, ma durante la cermonia avvenne un altro segno di cattivo augurio: un’aquila, uccello simbolo della regalità, piombò sull’altare inseguita da un avvoltoio, che ne dilaniò la testa. Giunse poi un messaggero di Serse: la flotta del re era stata distrutta a Salamina e il suo esercito sconfitto. I principi che lo comandavano sono tutti morti, mentre Serse è scampato con una disonorevole fuga.

Confortata dalla certezza che il figlio è sopravvissuto la regina Atossa si domanda come fosse possibile che un’armata così grande rimanga battuta da avversari di gran lunga inferiori per numero. Pensa ad un intervento di un dio e decide di evocare Dario: l’ombra compare e critica l’atteggiamento di Serse che accecato da arroganza e orgolio ha osato sfidare persino la natura, perforando il monte Athos per abbreviare il percorso della flotta e permetterle di passare l’Ellesponto. Nessun uomo che creda di poter superare i propri limiti può sfuggire all’ira divina, che opera non per arbitrio ma per giustizia. I dolori dei persiani, vittime del loro sfrontato re, non sono ancora finiti, perché morte e sofferenze attendono i superstiti. Con questo presagio l’ombra di dario svanisce. Compare poi sulla scena Serse e senza alcun segno della sua regalità, folle dalla disperazione e il rimorso. La tragedia termina con il lamento del sovrano accompagnato dal coro dei Persiani.

Il confronto fra i greci e i persiani è qualcosa di più di un confronto militare; è un confronto culturale, fra comunità di cittadini-soldati che si autogovernano e un impero autocratico che riconosce solo sudditi.

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