I Paesi poveri puntano sulle donne

Quindici anni fa al vertice c’erano i Paesi scandinavi,ora fanno invidia all’Unione Europea.


Lo scopriamo esaminando la classifica dell’IPU, l’organizzazione mondiale dei Parlamenti, fondata nel 1889 e che collabora strettamente con le Nazioni Unite. Questa graduatoria viene stilata dal 1997. 

Per esempio il Ruanda è il Paese al mondo con più donne in Parlamento, il 61,3%: non ha una storia “femminista” alle spalle, bensì uno di quei traumi che – in maniera non troppo dissimile da quanto avvenuto in Europa durante e dopo i due conflitti mondiali – lo hanno indotto a una rivoluzione interna, per ricostruire dal poco che era rimasto in piedi. Infatti, in seguito all’atroce guerra del 1994, la popolazione maschile era stata decimata e molti perpetuatori del genocidio erano fuggiti all’estero: rimaneva così un popolo composto da circa il 70% di donne, e per ricostruire non si poteva che ripartire da esse. Il primo passo fu, nel 1999, una legge che riformava il regime successorio, che permetteva anche alle donne di ereditare; nel 2003, la nuova Costituzione introduceva le quote rosa al 30% in diversi settori importanti, e già nel 2008, con un elettorato così in maggioranza femminile, le donne erano in Parlamento prevalse sugli uomini.

Il secondo Paese è Cuba (53,2%), dove la rappresentanza femminile in tutti gli ambiti è effetto di politiche di lunga data, e il terzo è la Bolivia (53,1%): anche in quest’ultimo Paese, invece, la “rivoluzione” è avvenuta più recentemente. La Bolivia è uno dei Paesi più alti nella triste classifica della violenza sulle donne, che ha dimensioni gravemente patologiche. Nel 1997, per iniziare a superare l’enorme disparità di genere, è stata introdotta una legge – assai contrastata e ostacolata anche da un punto di vista pratico – che impone ai partiti di candidare almeno il 30% di donne; l’obiettivo della parità è poi stato anche esplicitato nella Costituzione del 2009, voluta dal governo di Evo Morales, all’art. 8, e ulteriormente perseguito attraverso la legge contro la violenza politica e le molestie verso le donne (legge 348 del 2012) e un’agenda politica delle donne (2014) che tra l’altro include “lo smantellamento culturale, simbolico e materiale del patriarcato”; a tutto ciò si è unita l’azione di movimenti e organizzazioni femminili partiti dal basso.

Tutti e tre i Paesi che dominano la lista, e che sono gli unici in cui le quote femminili superano le maschili, sono realtà povere, ma nel contempo in forte ripresa rispetto al passato.

Il quarto Paese è il Messico (49,2%), anch’esso una realtà che per brevità si potrebbe definire altamente “machista”, e che tuttavia si è mossa in maniera mirata, soprattutto attraverso il Programa Nacional para la Igualdad de Oportunidades y No Discriminación contra las Mujeres (Proigualdad) 2013-2018 e l’introduzione graduale di quote rosa, raggiungendo con ogni evidenza – almeno a livello di rappresentanza politica se non ancora di profondo cambio culturale – ottimi risultati: si calcoli che nel 2005 alla Camera dei deputati le donne rappresentavano solo il 22,6%. Laddove la discriminazione di genere è molto pesante, e alle donne viene offerta una possibilità di riscatto, esse non se la lasciano sfuggire.

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