I cinque sensi del benessere: l’udito

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Proseguiamo il nostro percorso nei cinque sensi del benessere. Oggi facciamo tappa sull’organo di senso dell’udito.  Anche un corretto funzionamento ed utilizzo dell’udito sono essenziali per il nostro benessere fisico e psichico.

Udito: un po’ di anatomia

L’udito è il senso preposto a captare i suoni che provengono dall’esterno del corpo umano e a trasmetterli, attraverso un complesso meccanismo che ha origine nel padiglione auricolare, alla corteccia temporale. Questa è l’area del cervello in grado di riceverli e decodificarli. L’apparato uditivo è formato da una sezione periferica e da una centrale.

L’apparato uditivo periferico

L’apparato uditivo periferico, a sua volta, è formato da orecchio esterno, orecchio e orecchio interno.

L’orecchio esterno è formato dal padiglione e dal condotto uditivo esterno che hanno il compito di captare le onde sonore e di convogliarle verso il timpano.

Quello medio è formato da tre ossicini (martello, incudine e staffa) che hanno la funzione di captare le vibrazioni trasmesse dal timpano e di trasmetterle all’orecchio interno.

Quello interno (chiamato anche labirinto per la complessa forma che lo caratterizza) ha il compito di amplificare l’informazione uditiva e di tradurla in messaggio nervoso. E’ formato anteriormente dalla coclea (o chiocciola) e posteriormente dal vestibolo e dai dotti semicircolari (la coclea contribuisce al senso dell’udito, mentre vestibolo e dotti sono implicati nel senso dell’equilibrio).

L’apparato uditivo centrale

L’apparato uditivo centrale è formato dal nervo acustico (o vestibolo cocleare od ottavo nervo cranico) e dalla corteccia temporale, l’area cerebrale deputata alla percezione del suono. Il compito del nervo acustico è quello di trasmettere al cervello il suono sotto forma di impulso nervoso e di farlo arrivare alla corteccia temporale, che decodifica l’impulso nervoso affinché venga percepito dal soggetto come suono.

I cinque sensi del benessere: l’udito in salute

Secondo i dati dell’Oms, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, superiamo quasi tutti i giorni la soglia di sicurezza dell’inquinamento acustico, che è pari a 65 decibel. Il rumore è il primo nemico dell’udito. Alla lunga, infatti, danneggia le cellule uditive e purtroppo lo fa in maniera irreversibile. A peggiorare la situazione contribuiscono anche cattive abitudini, come disturbi trascurati, che possono aumentare i rischi persino nei bambini, con conseguenze che vediamo già oggi. Infatti, un adolescente su cinque non sente bene. I problemi dell’udito, sempre secondo l’Oms, costa al mondo 750 miliardi di dollari, 21 miliardi di euro solo in Italia.

Le regole per proteggere l’udito

Vediamo le 11 buone regole per mantenere il nostro udito in salute secondo gli otorini:

1. Con l’iPod/smartphone, la musica “a palla” nelle orecchie sfiora i 100 decibel e soprattutto è ripetuta per ore. Questo è uno stress che porta quasi inevitabilmente a un calo delle prestazioni uditive. Dunque è meglio usare le cuffie anziché gli auricolari. Inoltre bisogna mantenere il volume al livello che permette di sentire in sottofondo i rumori attorno a noi.

2. Quando laviamo le orecchie, fermiamoci alla parte esterna e puliamola solo con acqua e sapone neutro senza troppa schiuma. Nella zona interna, infatti, ci sono delle piccolissime ghiandole che secernono micro-quantità di una sostanza oleosa (cerume). Questo è una protezione del nostro orecchio. Se con le dita spingiamo dentro il cerume, questo si può accumulare pian piano fino a provocare la formazione di un tappo che ci può impedire di sentire bene.

3. Evitiamo i bastoncini di cotone per la pulizia delle orecchie. Infatti se le usiamo in modo scorretto, rischiamo di danneggiare il timpano oppure di spingere troppo all’interno il cerume. Piuttosto, in caso di abbondante produzione di cerume periodicamente usiamo delle gocce auricolari che sciolgano il cerume senza fare danni.

4. Quando siamo in un locale con musica ad alto volume (discoteca/locali affollati), per limitare il rischio di danni mettiamo in pratica la regola dell’in&out. Questa consiste nell’uscire dal locale per 15 minuti ogni 90 minuti. Inoltre, non stiamo vicino alle casse e, se in generale proviamo un senso di fastidio, cambiamo locale. Significa che quel volume è veramente troppo alto per il nostro udito.

5. Sette fumatori su 10 hanno un rischio raddoppiato di problemi di udito rispetto a chi non ha il vizio. La nicotina (come anche alcool, caffeina, sali e zuccheri in quantità elevate) irrigidiscono le pareti dei vasi sanguigni che irrorano l’apparato uditivo, peggiorando la circolazione locale e riducendo l’apporto di ossigeno. Questo mette a dura prova le cellule sia uditive che della cute del condotto uditivo esterno.

Continuiamo con i consigli

6. Ci sono farmaci ototossici, cioè potenzialmente dannosi per l’organo dell’udito, come alcuni antibiotici, che vanno assunti solo in caso di necessità e sempre su consiglio medico.

7. L’aereo può mettere alla prova l’udito. In atterraggio e in decollo, i passaggi repentini di quota possono alterare la pressione nel cavo del timpano. Quelle a distanza possono dare ipoacusia e acufeni. In più, c’è il rischio della rottura della membrana timpanica che provoca anch’essa problemi di udito. Allora come consiglio mastichiamo un chewing-gum ai primi segnali di orecchie tappate. Oppure cominciamo a deglutire o a bere acqua a piccoli sorsi. O, ancora, soffiamo aria dal naso tenendo le narici tappate.

8. Alcuni germi e funghi dannosi proliferano soprattutto in mare in piscina o alle terme. È sufficiente allora il ristagno di poche gocce di acqua “non pulita” nel canale uditivo per favorire un’infezione della parte esterna dell’orecchio. Dopo il bagno, dunque, laviamo le orecchie con acqua dolce potabile (oppure con soluzioni antisettiche tipo acqua borica diluita) e asciughiamole con molta cura.

9. Curiamo bene le otiti dei bambini, perché le infiammazioni ripetute mettono a rischio il suo delicato apparato uditivo. Proseguiamo la terapia antibiotica come prescritto dal pediatra e non abbandoniamola appena passa il dolore. Nella maggior parte dei casi il disturbo non è ancora guarito e può persistere o ripresentarsi.

10. Attenzione a morbillo e rosolia. Queste malattie se contratte in gravidanza possono alterare il corretto sviluppo dell’apparato uditivo del feto e il bambino potrebbe nascere con una forma di sordità.

Per concludere

11. Il consiglio più importante di tutti: la prevenzione precoce. Numerosi studi dimostrano che i bambini nei quali si pone diagnosi di ipoacusia già nei primi mesi di vita presentano uno sviluppo del linguaggio adeguato alla loro età grazie alla possibilità di poter intervenire tempestivamente. Infatti con un intervento precoce il bambino raggiunge un miglior livello di abilità linguistiche migliorando di conseguenza la sua capacità di interazione sociale e comunicativa.

Oggi grazie allo screening, l’età media della diagnosi di sordità è scesa a 2-3 mesi da 24-30 mesi. Esiste da qualche anno un percorso di screening audiologico che fa parte in molte regioni italiane dello screening neonatale. L’obiettivo dello screening audiologico alla nascita è quello di identificare i neonati affetti da ipoacusia (sordità) congenita precocemente. Questo consente di effettuare la diagnosi prima dei 3 mesi ed intervenire entro i sei.

I cinque sensi del benessere: proteggi l’udito anche a tavola

L’acido folico che è tanto utile per le donne in gravidanza si è visto che serve anche a ridurre il rischio di sordità, che negli uomini è più elevato. Questo lo dimostra una ricerca presentata all’ultimo congresso dell’American Academy of Otolaryngology-Head and Neck Surgery Foundation. L’acido folico si trova in abbondanza in alcuni alimenti come le verdure a foglia verde (spinaci, broccoli, asparagi, lattuga), le arance (e il succo di arancia dal concentrato), i legumi, i cereali, frutta come limoni, kiwi e fragole, e nel fegato.

Lo studio scientifico

 I dati sono stati raccolti su poco meno di 3.600 uomini con una perdita più o meno accentuata dell’udito, le cui abitudini sono state passate al setaccio soprattutto per capire l’introito di vitamine, antiossidanti e altri micronutrienti. La loro dieta è stata valutata regolarmente nel tempo perché i partecipanti provenivano dall’Health Professionals Follow-Up Study, che ha seguito dal 1986 al 2004 oltre 50 mila uomini sottoponendo loro ogni anno anche questionari specifici per valutare l’alimentazione.

Le conclusioni dello studio

I risultati dell’analisi svelano che non ci sarebbe alcun effetto protettivo sull’orecchio da parte di antiossidanti come la vitamina C, la vitamina E o il betacarotene. La perdita dell’udito, in questo campione, è stata cioè indipendente dalla quantità di antiossidanti introdotti con la dieta. Invece, gli over 60 che consumavano molti cibi ricchi di folati o prendevano supplementi a base di acido folico (o vitamina B9) registravano una riduzione del 20 per cento del rischio di sordità più o meno consistente.

Negli uomini

Allo stesso congresso è stato presentato uno studio che dimostra la maggior fragilità dell’orecchio maschile. Gli autori, analizzando i test audiometrici di 5.290 persone fra i 20 e i 69 anni, si sono accorti che il 13 per cento soffre di perdita dell’udito indotta dal rumore, ma soprattutto che negli uomini il rischio è due volte e mezzo superiore a quello delle donne. Ascoltare musica a tutto volume o fare un lavoro in cui si è esposti a lungo a rumori molto intensi, quindi, fa più male alle orecchie maschili. Se davvero i folati possono aiutare a prevenire disturbi all’udito, è un bene dunque assumerli in quantità adeguate.

Negli anziani

Due anni fa uno studio olandese che aveva coinvolto oltre 700 persone fra 50 e 70 anni dimostrò che i folati riducono l’entità dell’inevitabile perdita dell’udito anche negli anziani. In quel caso ai partecipanti erano stati dati per tre anni 800 milligrammi di acido folico al giorno (l’introito giornaliero raccomandato è 200 milligrammi, 400 per le donne in gravidanza) o un placebo.

Le conclusioni furono che chi prendeva l’integratore ci sentiva meglio e soprattutto aveva perso di meno la capacità di udire i suoni bassi. Secondo gli autori, che pubblicarono i loro risultati sugli Annals of Internal Medicine, tutto potrebbe dipendere dall’omocisteina circolante, che l’acido folico sarebbe in grado di ridurre esercitando così i suoi effetti benefici sia sull’orecchio sia sulla prevenzione cardiovascolare.

I cinque sensi del benessere: l’orecchio e la musica

La musica è presente in ogni età dell’uomo e in ogni cultura, dall’epoca intrauterina alla vecchiaia. La musica accompagna l’essere umano nelle sue attività, lo aiuta a esprimere le sue emozioni, funge da stimolo all’attività psicomotoria e tanto altro. All’essere umano, già in epoca fetale, la presenza del mondo si è annuncia essenzialmente attraverso le vibrazioni che il corpo materno riceve, produce e gli trasmette. Tanto che molto particolare appare la straordinaria somiglianza tra feto in gestazione e padiglione auricolare: l’uno sembra quasi sovrapponibile all’altro. Non a caso per la medicina cinese, il padiglione è la traduzione delle varie parti del corpo.

La stessa prima relazione intersoggettiva, e quindi la prima comunicazione dell’essere umano, è altamente musicale. A dimostrarlo è la “baby talk”, la comunicazione preverbale tra madre e bambino, caratterizzata da semplificazioni, amplificazione del tono di voce, enfatizzazione dei contorni melodici.

La musica e il cervello

Nella storia dell’umanità, la musica e la medicina hanno sempre mantenuto una stretta relazione.

L’approfondimento sulla musica nel campo delle neuroscienze si è sviluppata notevolmente negli ultimi anni. L’evoluzione di strumenti tecnologici come la Risonanza magnetica funzionale (fMRI) o la Stimolazione magnetica transcranica (TMS) ha permesso di visualizzare le parti attive del cervello durante l’elaborazione degli stimoli musicali. Questi esami diagnostici hanno dimostrato che lo stimolo sonoro musicale è capace di attivare più aree cerebrali distinte tra loro. Per capire quanto complessa sia questa facoltà, basta pensare che intonare una semplice nota coinvolge diversi meccanismi tra cui: attenzione, memorizzazione, integrazione senso-motoria.

La plasticità celebrale

Recenti ricerche hanno dimostrato che, dopo alcuni mesi, il cervello dei bambini che avevano seguito approfondito l’uso di uno strumento musicale risultava modificato in maniera diversa da quello dei coetanei che non avevano studiato musica. In sostanza, la musica produce plasticità cerebrale, ossia la capacità del cervello di modificare la propria struttura e la propria funzionalità, in base sia a stimoli interni e sia stimoli ricevuti dall’ambiente esterno che in questo caso sono stimoli sonori.

Sembra ci sia anche una connessione tra disturbi e accesso alla musica. Infatti bambini con deficit di apprendimento basati sul linguaggio, spesso, mostrano deficit proprio negli specifici processi stimolati dalla pratica musicale. Altri studi hanno dimostrato gli effetti benefici della pratica musicale sull’elaborazione del linguaggio. Quindi, il suono, la musica, in virtù delle sue caratteristiche può perciò facilitare un intervento sui disturbi della sfera espressivo-comunicativo-relazionale.

Le recenti scoperte dimostrano, inoltre, che l’ascolto della musica è un’esperienza gratificante e che il semplice ascolto della musica attiva il sistema dopaminergico della gratificazione. Quindi la pratica musicale può essere lo strumento perfetto per la riabilitazione.

La musicoterapia: i benefici della musica per corpo e mente

La musicoterapia è una tecnica che utilizza i suoni come strumento terapeutico, per promuovere il benessere della persona nella sua complessità. “La musica aiuta a conoscersi meglio, sondando con cautela e tranquillità le fragili pieghe del nostro corpo psichico”. È il messaggio lanciato dalla Federazione Italiana Musicoterapia (FEDIM). Questo messaggio sottolinea come “le motivazioni che muovono le persone ad ascoltare o a produrre musica nascono per lo più dalla necessità pressante di entrare in una dimensione mentale che permetta il contatto con la propria sfera emotiva, dove è possibile la strutturazione di uno spazio immateriale gestibile secondo le regole della propria fantasia”.

Musicoterapia: breve storia

La musica come cura ha una storia antica. Già nell’antica Grecia, infatti, filosofi come Platone, Aristotele e Pitagora cercarono di studiare gli effetti della musica sull’uomo. Nella prima metà del 1700 un medico e musicista inglese scrisse un libro sugli effetti della musica sul corpo e la psiche umane diventando il primo studioso a indagare gli effetti della musica in senso musicoterapico.

I primi utilizzi della musicoterapia

Nei primi anni del 1800 la musicoterapia iniziò ad essere utilizzata in Francia con pazienti sofferenti di patologie psichiatriche. Infatti negli ospedali venivano organizzate delle vere e proprie sedute di musicoterapia dove ai pazienti veniva fatta ascoltare della musica attraverso un grammofono. Il primo corso universitario di musicoterapia fu organizzato nel 1919 negli Stati Uniti presso la Columbia University. Il primo corso di specializzazione quadriennale in musicoterapia risale al 1944 (Stati Uniti).

Che cos’è la musicoterapia

La musicoterapia è una tecnica che utilizza la musica come strumento terapeutico, grazie ad un uso razionale dell’elemento sonoro, per promuovere il benessere della persona nella sua complessità, includendo il corpo, la mente e lo spirito. Ricorrendo alla musica – ma anche al suono – come strumenti di comunicazione non verbale, per rieducare, riabilitare oppure curare.

Gli utilizzi della musicoterapia

La musicoterapia viene utilizzata in ambiti differenti, spaziando da quello della salute (come prevenzione, riabilitazione e supporto) a quello del benessere, con l’intento di raggiungere un maggiore equilibrio e una migliore armonia psico-fisica. Il musicoterapeuta è uno “strumento” attraverso cui il paziente fa emergere la sua sfera emozionale.

I principi base

Entrando nello specifico, i principi alla base della musicoterapia – nell’ambito del rapporto tra musicoterapeuta e paziente – sono:

-ruolo attivo del paziente nel corso del processo terapeutico;

-centralità del rapporto di fiducia e accettazione assoluta rispetto al paziente;

-scambio reciproco di proposte tra musicoterapeuta e paziente;

-adeguamento e personalizzazione della tecnica volta per volta.

Bisogna precisare che la musicoterapia tradizionale, dunque quella psicoterapeutica, ricorre ad un codice alternativo rispetto a quello verbale, nel tentativo di aprire – attraverso il suono, la musica e il movimento – una serie di canali di comunicazione nell’interiorità dell’individuo.

Come si svolge un percorso di musicoterapia?

La musicoterapia presenta due possibilità di impiego: attiva (o produttiva) e passiva (o ricettiva).

La musicoterapia passiva

Nella musicoterapia passiva si fa ascoltare al paziente della musica o dei suoni, lasciando che gli effetti vadano direttamente a modificare il terreno neuropsichico. Si ottiene così il miglioramento delle funzioni neuro-cognitive (ideazione, attenzione, concentrazione, memoria), il miglioramento della capacità di modulazione dell’umore (con effetti sulla psicomotricità e sul rilassamento) e si riesce ad incidere su attività corticali superiori come l’apprendimento e l’immaginazione.

La musicoterapia attiva

La musicoterapia attiva si presenta invece come una tecnica specialistica di miglioramento della comunicazione, che cerca di favorire il contatto con le proprie emozioni e la possibilità di esprimerle. Il paziente suona e produce musica utilizzando strumenti musicali, si muove utilizzando il suo corpo, canta. La voce non è solo considerata uno strumento musicale ma è qualcosa di più profondo. E’ la persona stessa che si esprime e si manifesta attraverso il suono.

 Per quali problematiche può essere utilizzata la musicoterapia?

La musicoterapia produce ottimi risultati con individui di tutte le età in un’ampia varietà di condizioni: per Disturbi della comunicazione e di tipo relazionale (Disturbi dello Spettro Autistico); per i disturbi dell’apprendimento in quanto lo accelera e lo migliora; disturbi dell’umore, stanchezza psicologica e stress in quanto la musica facilita il rilassamento e la riduzione dello stress; ha effetti anche su traumi, ritardo mentale, handicap fisici, handicap sensomotori, disturbi psichiatrici, problemi emotivi e comportamentali, dipendenze, effetti dell’invecchiamento ed altro.

Altre problematiche di utilizzo

Inoltre anche in malattie degenerative (come il morbo di Alzheimer) che causano perdita di memoria, i pazienti riescono ancora a ricordare la musica del passato e ascoltare la musica può quindi facilitare il recupero di altri ricordi. L’ascolto della musica durante lo stadio immediatamente successivo all’ictus invece, può aumentare il recupero cognitivo e prevenire l’umore negativo.

Concludendo, quando si pensa a percorsi per la salute e lo sviluppo dell’essere umano, non si può che non pensare alla musica e le espressioni sonoro musicali come parte integrante di questo processo.

Vi saluto con un frase di Platone:

“La musica è per l’anima quello che la ginnastica è per il corpo.”

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