Hora, il documentario sugli Arbëreshë, gli albanesi d’Italia

Hora (comunità). Chi sono gli arbëreshë? Che vita fanno? Dove si trovano? In cosa sono diversi dagli italiani? E sono diversi? E soprattutto, sono sempre quelli di secoli fa?

A queste domande cerca di rispondere un interessante documentario, Hora, in calendario nella rassegna Sguardi Altrove Film Festival, che in questi giorni spazia nelle culture altre da un punto di vista femminile. Il festival che solitamente ha luogo alla Cineteca, spazio Oberdan, di Milano, è ospite questa stagione delle sale del teatro Franco Parenti.

Sguardi altrove, locandina

Gli arbëreshë sono delle comunità italo-albanesi (o viceversa), che oltre all’italiano e alla lingua della zona, parlano in famiglia e tra loro l’albanese arcaico. L’antico idioma viene tramandato di generazione in generazione, come alcune tradizioni della vecchia Albania che costruiscono parte dell’identità arbëreshë. In Italia ci sono ancora diverse comunità italo- albanesi, che partono dall’Abruzzo fino a raggiungere il profondo sud. Nel documentario, girato da Maria Alba (giovane studiosa di origine arbëreshë) e Graziana Saccente, prodotto da Stefano Benni, l’attenzione è focalizzata non tanto sull’identità o la storia di questa etnia italo-albanese, ma sull’essere arbëreshë oggi.

Stefano Benni

Principio fondamentale di antropologia è infatti che le identità non sono mai statiche, ma “vita” che si evolve nel tempo, anche se un senso di appartenenza a un gruppo si mantiene, nonostante i cambiamenti inevitabili. E questo senso di appartenenza è quello che resta agli arbëreshë di oggi, in un mondo che si globalizza alla velocità della luce. Maria Alba, presente in sala, ha affermato che c’è un orgoglio arbëreshë, una lingua arbëreshë parlata in famiglia. Della vecchia cultura è mantenuto un “affetto” a radici che sono preziose e irrinunciabili.

Hora, una scena del documentario

Hora, sinossi

Protagonista del documentario è Anastasia, donna indipendente nata a San Nicola dell’Alto, un “hora” (in arbëreshë comunità), piccolo paese calabrese di origine arbëreshë, da dove è emigrata dopo l’adolescenza, per vivere a Bologna, ma in cui torna appena le è possibile. Le radici sono difficili da cancellare, anzi sono un porto sicuro di cui abbiamo bisogno. Definiscono la nostra identità, il nostro essere al mondo.

Anastasia ha la fortuna, perché di fatto è una ricchezza, di poter vivere in due mondi diversi e che la completano. Vive nella modernità di Bologna e può tornare nella sua terra “atavica”, ricca di storia. La donna, quando le è possibile, prende il treno e si rifugia nel suo “hora”, dove ritrova sempre se stessa. Nel documentario il lungo viaggio in treno lo fa con un’amica a cui spiega il suo essere e sentirsi arbëreshë. I paesaggi che le sono cari le scorrono veloci davanti agli occhi. Sono gli stessi paesaggi che sempre emozionano, che scaldano il cuore; fino a destinazione.

Hora, il forte legame con la comunità

Paradossalmente la globalizzazione ci rende ancora più legati alle radici, come a degli scogli, amata metafora utilizzata da Verga nei Malavoglia, anche se forse ora abbiamo imparato a nuotare altrove. Più il cerchio si allarga e più l’esigenza di tornare alle radici si fa forte. Anastasia di fronte a un panorama mozzafiato della sua terra si pone la domanda che forse si farebbe il “figliol prodigo”: “Avevo solo voglia di partire, di lasciare questi luoghi, di allontanarmi dalla mia terra. Ma poi?! Perché partire?! “.

Anastasia, abito arbëreshë

La domanda è lasciata aperta e sottintende la risposta, ovvero: siamo di chi ci sentiamo appartenere. Cosa meglio rappresenta il “senso di appartenenza” della nostra terra d’origine, se abbiamo l’immensa fortuna di averne una?!

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