Hong Kong, ritirata la legge sull’estradizione

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Il Governo della Regione Amministrativa Speciale di Hong Kong ha ufficialmente ritirato la proposta di legge sull’estradizione dei latitanti in Cina. Le proteste dei cittadini di Hong Kong, iniziate in estate, tuttavia non si fermano. I manifestanti chiedono democrazia, il suffragio universale e maggiore libertà dalla Cina, oltre alle dimissioni del premier Carrie Lam, considerata troppo filo-cinese.

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La proposta di legge sull’estradizione

La proposta di legge sull’estradizione, chiamata “Fugitive Offenders and Mutual Legal Assistance in Criminal Matters Legislation Bill” era stata presentata lo scorso 4 giugno in Parlamento. L’esigenza di questa legge era legata a un vuoto legislativo emerso nel caso dell’omicidio di una giovane donna di Hong Kong, uccisa dal fidanzato mentre erano in vacanza a Taiwan. Dal momento che non esiste un accordo di estradizione tra Taiwan e Hong Kong, il principale indagato per l’omicidio della giovane donna, Chang Tong-kai, al momento sta scontando una pena minima di 18 mesi di reclusione per furto di beni appartenenti alla fidanzata. A seguito di questo episodio la Lam ha lanciato una proposta di legge per riformare le norme sull’estradizione anche verso Pechino.

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Una riforma che ha destato forti timori nella popolazione di Hong Kong, con il timore che il provvedimento potesse diventare un mezzo per le estradizioni politiche in Cina. Da giugno, infatti, si susseguono ogni giorno manifestazioni e proteste per le strade di Hong Kong e sono già stati registrati più di mille arresti. Il provvedimento è stato ritirato ufficialmente pochi giorni fa, a 6 mesi dalla prima lettura in Parlamento e a 8 mesi dall’annuncio del progetto. Lam, infatti, aveva preso tempo in questi mesi, rimandando la discussione della proposta di legge a dopo la riapertura del Parlamento, danneggiato durante le manifestazioni di giugno.

Le proteste continuano

Nonostante la decisione di ritirare la proposta di legge sull’estradizione, le proteste a Hong Kong non si fermano. Dopo il messaggio di 7 minuti della leader di Hong Kong, diffuso a reti unificate, i manifestanti hanno fatto sapere che continueranno la loro protesta. Durante questi mesi, infatti, oltre a manifestare contro la proposta di legge sull’estradizione, si sono sviluppati altri argomenti di protesta contro l’attuale governo e la dipendenza dalla Cina. In generale i manifestanti chiedono maggiore democrazia, con l’inserimento del suffragio universale, ma anche l’istituzione di una commissione indipendente sull’operato della polizia durante questi mesi di protesta.

La Lam ha ribadito il suo no anche alla concessione dell’amnistia per i manifestanti arrestati durante le proteste. Anche l’amnistia era una delle richieste avanzate dalla popolazione che continua a protestare in questi giorni, ma la Lam considera questa richiesta “contro lo stato di diritto e contro la Basic Law”, la legge fondamentale che regola il rapporto tra Pechino e Hong Kong.

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Le voci sulla sostituzione di Lam

Intanto dagli Stati Uniti trapela la notizia della probabile sostituzione del premier Lam da parte della Cina. Secondo alcune fonti statunitensi, tra cui il Financial Times, il governo cinese starebbe pensando di sostituire a marzo 2020 la governatrice Carrie Lam con una nomina ad interim. Il nuovo governatore, in tal caso, dovrebbe essere nominato entro la fine del mese. L’idea, attualmente smentita dai vertici di Pechino, potrebbe essere legata al fatto che Lam è diventata, negli ultimi mesi, oggetto di attacchi e di proteste da parte della piazza. Sostituirla adesso, tuttavia, vorrebbe dire arrendersi alle richieste dei manifestanti e quindi la decisione deve essere ben valutata nei modi e nei tempi.

Per il momento, sulla vicenda, si è espressa ufficialmente il ministro degli esteri Hua Chunying, che ha ribadito il supporto di Pechino alla governatrice per frenare l’ondata di violenza e di caos che ha invaso Hong Kong e per “ripristinare l’ordine il più presto possibile”.

Le proteste per le strade, intanto, continuano in modo costante e sempre più violento, tra lanci di molotov, scontri e sparatorie, che ogni giorno fanno lievitare il numero di feriti e di persone arrestate. Tutto in nome della democrazia e della libertà.

 

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