Hong Kong: rimossa statua di Tienanmen

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Hong Kong: rimossa statua di Tienanmen

È stata rimossa la statua di Tienanmen dal campus dell’università di Hong Kong. Questo rappresenta l’ultimo atto di repressione da parte delle autorità contro la democrazia e la libertà nell’ex colonia britannica.

Statua di Tienanmen rimossa da Hong Kong: cos’è successo?

Un’importante università di Hong Kong ha rimosso una statua dal suo campus che commemorava i manifestanti pro-democrazia uccisi durante la repressione di piazza Tienanmen in Cina nel 1989. L’opera, conosciuta come il “Pilastro della vergogna”, rappresentava un simbolo chiave della libertà promessa a Hong Kong. Il Consiglio dell’Università di Hong Kong (HKU) ha affermato di aver preso la decisione di rimuovere la statua “sulla base di una consulenza legale esterna e di una valutazione del rischio per il migliore interesse dell’Università”. HKU ha affermato nella sua dichiarazione che nessuno ha mai ottenuto l’approvazione per esporre la statua nel suo campus e che ha il diritto di intraprendere “azioni appropriate” in qualsiasi momento. Ha anche definito la statua “fragile” e ha affermato che poneva “potenziali problemi di sicurezza”.

Lo scultore danese Jens Galschot, creatore della statua, ha dichiarato di essere “totalmente scioccato” e che avrebbe “richiesto un risarcimento per eventuali danni alla sua proprietà privata”.  La statua ha un valore di circa 1,4 milioni di dollari.

Pechino reprime la libertà

La rimozione della statua nel campus della HKU è l’ultimo passo delle autorità di Pechino per cancellare gli eventi di Tienanmen. Le autorità stanno attuando una repressione senza precedenti da quando è stata introdotta la legge sulla sicurezza nazionale imposta dal governo cinese. Secondo i critici, la legge è utilizzata per sopprimere la società civile, incarcerare gli attivisti pro-democrazia e oppositori e limitare le libertà fondamentali. Le autorità affermano invece che la legge ha ripristinato l’ordine e la stabilità dopo le massicce proteste di piazza nel 2019. Insistono che la libertà di parola e altri diritti rimangano intatti e che i procedimenti giudiziari non siano politici.


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