Homo Naledi Leti usava le grotte come cimitero

Il progenitore visse tra 335mila e 241mila anni fa e utilizzava il fuoco. Era contemporaneo di Sapiens

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Homo Naledi
L'articolo è comparso su PaleoAnthropology

Uno studio comparso sulla rivista rivista “PaleoAnthropology” ricostruisce le vicende del cranio rotto di Homo Naledi Leti. La presenza dei resti all’interno delle grotte non trova altre giustificazioni se non la sepoltura.


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Come è avvenuta la scoperta di Homo Naledi Leti?

Nel 2013 geologi e speleologi hanno individuato nelle grotte di Rising Star in Sud Africa i fossili di 24 individui. L’antro in cui è avvenuto il ritrovamento è accessibile solamente attraverso un ingresso di 12 metri, The Chute. Il cranio di Leti, abbreviazione di “Letimela” o “Lost One”, però si trovava a 80 centimetri dal suolo, sopra una mensola. Il gruppo di Homo Nadali ha quindi deposto la testa al sicuro, all’interno dell’area definita la Camera Dinaledi.

Leti

Il cranio frantumato apparteneva a un individuo che visse tra 335.000 e 241.000 anni fa, contemporaneo di Homo Sapiens. Naledi era infatti capace di utilizzare il fuoco con cui illuminava le grotte e camminava eretto. Il teschio era spezzato in 28 pezzi, tra cui i denti, alcuni permanenti e due da latte usurati. Dallo sviluppo della dentatura, gli studiosi di Louisiana State University hanno capito che Leti era un bambino di 4-6 anni. Inoltre, la scatola cranica conteneva un cervello con un volume compreso tra 480 e 610 cm cubici.

Homo Naledi e le grotte

I fossili del bambino non presentano segni di morsi e quindi le ipotesi che riguardano gli animali sono da escludere. Pertanto il progenitore utilizzava gli anfratti come cimitero in cui conservare i morti. I resti non sono mescolati a sedimenti e detriti e non ci sono strumenti che indichino la frequentazione delle grotte di Rising star. Forse utilizzavano uno cunicolo si restringe a in alcuni punti per far scivolare i morti nella cavità. All’interno però ci sono anche le ossa di due esemplari di giovani babbuini.