“Guido Reni a Roma”: l’artista e il paesaggio agreste

La mostra ruota attorno al dipinto "Danza campestre", da un anno tornato a fare parte della collezione Borghese con un'acquisizione

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Con “Guido Reni a Roma. Il Sacro e la Natura” Galleria Borghese inaugura, la prima di una serie di mostre internazionali sul Maestro del Seicento. L’evento è in programma dall’
1 marzo al 22 maggio, a più di trent’anni dall’ultima esposizione italiana.


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Qual è l’opera principale della mostra “Guido Reni a Roma”?

L’esposizione ruota attorno al dipinto di Reni “Danza campestre” che da un anno è tornato a fare parte della collezione del museo. Apparteneva alla collezione del cardinale Scipione Borghese e è citato negli inventari sin dall’inizio del Seicento, per essere venduto nell’Ottocento. Poi è considerato disperso, ma ricompare nel 2008 sul mercato antiquario londinese come anonimo bolognese. Nel 2020 la Galleria ha riacquistato il quadro, dopo le opportune verifiche attributive. Rappresenta pertanto un’importante integrazione storica del patrimonio del museo. La mostra rimarca anche l’importanza della committenza Borghese per Guido Reni. Inoltre, indaga il rapporto del pittore col soggetto campestre e la pittura di paesaggio, finora ritenuti “estranei” alla sua produzione.

Il percorso espositivo di “Guido Reni a Roma”

L’allestimento comprende oltre 30 opere e ricostruisce i primi anni del soggiorno romano dell’artista. La curatrice Francesca Cappelletti ha studiato l’interesse di Reni per la pittura di paesaggio in rapporto a altri pittori operanti a Roma nel primo Seicento e i rapporti coi committenti. Il percorso inizia al piano terra nel grande salone d’ingresso con 4 monumentali pale d’altare. Sono: “Crocifissione di San Pietro”, “Trinità con la Madonna di Loreto e il committente cardinale Antonio Maria Gallo” e “Martirio di Santa Caterina d’Alessandria”. Esposto anche “Martirio di Santa Cecilia”. I dipinti mostrano la capacità dell’artista, maturata già negli anni precedenti all’arrivo a Roma, di confrontarsi con il tipo di tecnica. Paolo Emilio Sfondrato, Antonio Maria Gallo, Ottavio Costa e Pietro Aldobrandini hanno richiesto il suo lavoro.

Pittura plastica

“Strage degli Innocenti” e “San Paolo rimprovera San Pietro penitente” sono esemplari di una pittura che si basa sul mestiere degli scultori. Lo dimostrano la posizione dei corpi nello spazio, la concretezza tridimensionale dei gesti, le espressioni dei volti che fissano una specifica emozione. La caratteristica è rilevabile anche in “Lot e le figlie e Atalanta e Ippomene”.
Al primo piano prestiti generosi e le raccolte della Galleria consentono percorsi e divagazioni sul tema del paesaggio.

Il paesaggio nel XVII secolo a Roma e “Danza campestre”

Nella Sala del Lanfranco sono esposte alcune premesse emiliane. “Paesaggio con la caccia al cervo” di Niccolò dell’Abate e “Festa campestre” di Agostino Carracci sono emblematici della sensibilità di inizio Seicento. Da ammirare anche ancora alcune tarde e letterarie sperimentazioni dei pittori bolognesi, i quattro tondi di Francesco Albani, paesaggi eseguiti per Scipione Borghese. Scene in cui la Natura è abitata da dee e ninfe. “Paesaggio con Silvia e il satiro” del Domenichino proveniente dalla Pinacoteca di Bologna testimonia l’interesse per il tema. L’accostamento di Reni e i suoi contemporanei, fra paesaggio e figura, termina a Roma con l’affresco eseguito fra 1613 e 1614 nel casino oggi Pallavicini Rospigliosi. Tra i dipinti di
Paul Brill e di Antonio Tempesta, l’artista immagina il sorgere del Sole, circondato dalle Ore e preceduto da Aurora. Lascia intravedere sullo sfondo un’ambientazione marina. “Danza campestre”, è uno dei capolavori del pittore e rappresenta la fine del fruttuoso ma tormentato rapporto con la famiglia Borghese.

Il primo soggiorno romano di Reni

A Roma, città di confronto e sfide per gli artisti, Guido Reni arriva all’inizio del Seicento. Probabilmente ha ricevuto l’invito del cardinale Paolo Emilio Sfondrato, conosciuto a Bologna nel 1598. Nipote di Papa Gregorio XIV, visita il capoluogo emiliano al seguito di Clemente VIII, entrando in contatto con Reni, a cui chiede una copia di “Estasi di Santa Cecilia di Raffaello”. La versione dell’opera anticipa l’arrivo all’Urbe del suo autore che vi rimane, con interruzioni, fino al 1614. Un soggiorno contrassegnato all’inizio da lavori con soggetti religiosi, eseguiti per il cardinale Sfondrato. La “Crocifissione di San Pietro” segna un momento di confronto serrato con Caravaggio e di sperimentazione giovanile. La tela, commissionata dall’alto prelato Pietro Aldobrandini per l’abbazia di San Paolo alle Tre Fontane, rivela l’attenzione di Reni per i modi di artisti contemporanei. In lui il chiaroscuro drammatico caravaggesco si innesta sulla lezione di Ludovico Carracci.

Ottavio Costa

Altro momento cruciale del soggiorno romano è il rapporto intessuto col banchiere genovese Ottavio Costa. Il collezionista e committente usa in modo spregiudicato le copie che faceva realizzare dei quadri, il “San Francesco in estasi” e il “San Giovanni Battista” di Caravaggio. I nomi di Reni e Merisi sono appaiati, insieme a Annibale Carracci, nelle carte dell’uomo d’affari. Il percorso prende in considerazione altri personaggi di rilievo del periodo, il marchese Vincenzo Giustiniani. La mostra è accompagnata da un catalogo edito da Marsilio con testi di Daniele Benati, Raffaella Morselli e Maria Cristina Terzaghi.

Immagine da cartella stampa.