Guerra Israele Gaza: 50 sfumature di grigio

E tre miti da sfatare

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La guerra tra Israele e Gaza si conclude dopo 11 giorni di bombardamenti e raid aerei. Un traballante cessate-il-fuoco mediato da Egitto e Nazioni Unite ha messo fine alle ostilità. Almeno per ora. Sebbene a poche ore dall’annuncio qualche residuo di tensione abbia interessato il quartiere di Jabal Mukaber, a Gerusalemme Est, la tregua della quale gli Usa rivendicano il merito sembra tenere. Le autorità sioniste hanno riaperto il valico di frontiera Kerem Shalom. Mentre i convogli umanitari sono tornati a fluire nella Striscia. Ma l’ennesimo round di ostilità ha innestato un circolo vizioso di miti e false credenze, che hanno infervorato i sostenitori dell’una o dell’altra fazione. Cerchiamo di sfatarne qualcuna.

Guerra Israele Gaza: colpa di chi?

Generalmente, tendiamo a ridurre il mondo a una dicotomia: bene o male; buono o cattivo; giusto o sbagliato. Ma non sempre la realtà è in bianco o nero, per restare in tema. Al contrario, ci sono ampi spazi di grigio. Così è stato nei vari round di guerra tra Israele e Hamas. Già nel 2008, infatti, tra i media mainstream e i social network dilagava una serie di narrazioni confusionarie e fuorvianti. Queste erano dirette a stabilire, in particolare, quale dei due schieramenti commettesse crimini di guerra. Se l’uno o l’altro. O entrambi. Insomma, chi fosse il cattivo. Il tutto in un mix di idee sbagliate, se non imprecise. Ma in un mondo sempre più polarizzato, è naturale che ognuno cerchi, come può, di sostenere la sua fazione a scapito dell’altra. Quindi, che sia colpa di Israele o di Hamas?


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Israele ha diritto all’autodifesa?

A ben vedere, le contrastanti narrazioni includevano una sequela di opinioni errate circa la natura del conflitto e gli obblighi dei belligeranti. Anche ai sensi del diritto internazionale. Tre, in particolare, richiedono un esame più approfondito. Soprattutto perché sussistono ancora oggi, anzi. Si siano radicate nell’immaginario collettivo. La prima è che Israele abbia il diritto di difendersi. Sì e no. Il diritto all’autodifesa è inteso come un diritto esercitato dagli stati sovrani per preservare il proprio territorio dagli invasori. Si tratta di un diritto sancito dall’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite. Il quale proibisce la guerra tra Stati, ma allo stesso tempo consente a una nazione di difendersi qualora venga attaccata. Questo, fino all’intervento del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.

Questione palestinese

Tralasciando per ora il fatto che l’uso della forza debba sempre e comunque essere proporzionato all’offesa, il diritto internazionale fa espresso riferimento a una contesa tra Stati. Il che significa che Israele per rivendicare questo diritto deve riconoscere la Palestina come uno Stato indipendente. Anche se in maniera tacita. Ma se la Palestina è uno Stato, allora anch’essa avrà il diritto di difendere i propri confini dalle incursioni territoriali di Israele, che diventa forza occupante. Eppure si tratta di un diritto non è riconosciuto in maniera reciproca. Né da Israele né, tantomeno, dai rappresentanti del Dipartimento di Stato Usa. Proseguendo con il sillogismo, se la Palestina non è uno Stato, come sostengono gli Usa e Israele, il concetto di autodifesa ai sensi della Carta delle Nazioni Unite non si applica nemmeno allo Stato ebraico. Si tratta di logica.


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Questione di limiti

Invece, può applicarsi la legge sull’occupazione belligerante prevista dalla Quarta Convenzione di Ginevra. In questo caso Israele, in quanto potenza occupante, è responsabile del mantenimento dell’ordine e della sicurezza nei territori che occupa. A tal fine, può utilizzare diverse misure di polizia. Tra cui l’arresto, la detenzione o il processo a persone che rappresentino una minaccia per la sicurezza. Tuttavia, anche in questo caso, si impongono limiti rigorosi alle modalità con le quali la sicurezza può essere raggiunta. E mantenuta. La violenza gratuita, la tortura o il maltrattamento, così come la distruzione di proprietà civili, sono vietati. Inoltre, la potenza occupante si assume delle responsabilità nei confronti della popolazione che vive nei territori su cui esercita la propria sovranità.

Guerra Israele Gaza: chi viola le regole?

In particolare, lo Stato occupante deve assicurare una fornitura adeguata di cibo, acqua, medicine e ripari. Come garantire la sicurezza e il rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali. Al contrario, alcune organizzazioni per la difesa dei diritti hanno sostenuto che le azioni di Israele nei confronti dei palestinesi a Gaza costituiscano palesi violazioni del diritto internazionale. Più precisamente, integrino le fattispecie di persecuzione e apartheid. Entrambi crimini contro l’umanità ai sensi dello Statuto di Roma del 1998, rispetto ai quali ha competenza la Corte penale internazionale. Per di più, l’occupazione stessa dovrebbe avere una durata limitata nel tempo. Perché la possibilità di occupazioni prolungate è stata delegittimata da successive risoluzioni dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.


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Palestina sì o no?

Parte del problema deriva proprio dall’indecisione degli osservatori se riconoscere o meno il fatto che la Palestina sia già una Nazione ai sensi della Carta delle Nazioni Unite. Quindi con pieni diritti e pari responsabilità. O, ancora, se Hamas debba intendersi come un movimento armato di liberazione nazionale che resiste a una potenza occupante. Per molti aspetti, sono veri entrambi i postulati. Purtroppo, ciò consente ai decisori politici di entrambe le fazioni di strumentalizzare questi due assiomi. Da una parte, per rivendicare i propri diritti (e, dunque, la liceità dell’azione); mentre dall’altra per negare quegli stessi diritti all’avversario.

Guerra Israele Gaza: bilanciamento

Se Israele ha il diritto di difendersi, i palestinesi hanno il diritto di resistere “in ogni modo possibile”. Così spiega un editoriale di Stanley Cohen, che scrive su Al-Jazeera. Ma anche questo è vero solo in parte. Certo, i popoli soggiogati da potenze straniere hanno il diritto di resistere contro gli invasori, secondo il diritto internazionale. Ma questo non dà loro un assegno in bianco per commettere crimini contro l’umanità. Sia contro i propri civili sia contro quelli dell’occupante. Gli unici attacchi che il diritto internazionale giustifica sono quelli diretti alle forze militari avversarie.


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Autodeterminazione?

Passiamo al secondo mito da sfatare. Perché anche l’interpretazione più generosa del diritto internazionale in vigore potrebbe non coincidere con le aspettative dell’opinione pubblica. Il diritto all’autodeterminazione è un principio ben consolidato nel diritto internazionale. In questo senso, la Quarta Convenzione di Ginevra ha stabilito il dovere di far durare le occupazioni il meno possibile. Di fronte alla violazione di tali regole per lunghi periodi, i movimenti di liberazione nazionale hanno il diritto di dichiarare guerra alla forza occupante. Questo in base al diritto internazionale. In questo modo, si garantisce il diritto dei gruppi di liberazione nazionale alla lotta armata per proteggere il popolo dalla persecuzione o dalla discriminazione. Oltre al fatto che non esclude la legittimità delle guerre internazionali per garantire la sicurezza.

Diritto consuetudinario

La comunità internazionale ha espressamente riconosciuto questo principio nel Protocollo aggiuntivo n. 1 alle Convenzioni di Ginevra. Al momento, però, si discute se applicare o meno questa regola in Palestina. Da una parte perché Israele non ha sottoscritto né ratificato il trattato. Come c’era da aspettarsi. Dall’altra, perché il Comitato internazionale della Croce Rossa, o CICR, che vigila sul rispetto del diritto internazionale, non ha incluso questa regola nell’elenco di quelle con status di diritto consuetudinario. Il che la renderebbe vincolante per tutti gli Stati. Firmatari o no. Per coloro che invocano questo diritto in Palestina, però, è importante riconoscere che anche sui movimenti di liberazione nazionale ricade l’onere di rispettare gli obblighi sanciti dal diritto internazionale.

Guerra Israele Gaza: crimini di guerra

Pertanto, ci si aspetta che si rispettino le regole fondamentali sulla guerra. Tra cui il dirigere gli attacchi contro obiettivi militari e lontano dalle aree abitate dai civili. Nel caso di violazioni, come ha fatto Hamas nei confronti di Israele, non significa che i militanti siano esentati dall’incriminazione e relativo processo per crimini di guerra. D’altra parte, queste violazioni non danno nemmeno carta bianca all’occupante. Israele, nella fattispecie. Il quale non è autorizzato a farsi giustizia da sé. Specialmente se gli attacchi vengano rivolti contro la popolazione civile. Una responsabilità che i suoi detrattori attribuiscono a Israele. Nel frattempo, va ricordato che la Corte penale internazionale ha aperto un’indagine su quanto avvenuto a Gaza nel 2014.


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L’uso della forza è sproporzionato?

Si dice che l’uso della forza da parte di Israele sia “sproporzionato”. Questo perché Hamas ha minore capacità bellica. L’uso della forza da parte di Israele può anche considerarsi sproporzionato. Ma non per questo motivo. Il concetto di proporzionalità nel diritto dei conflitti armati non è una questione di capacità offensiva. Tantomeno di potere tra belligeranti. Non esiste la regola di “prenditela con qualcuno della tua taglia”. Piuttosto, il concetto va riferito al rapporto tra il valore militare di un obiettivo specifico e il danno provocato. Ad esempio, bisognerebbe interrogarsi sulla legittimità dell’attacco all’edificio di Gaza, che ospitava gli uffici di Al-Jazeera e Associated Press.

Guerra Israele Hamas: come valutare?

Eppure, le leggi di guerra non menzionano parametri sulla base dei quali valutare la proporzionalità. Tuttavia, un principio fondamentale in tal senso rimane quello della necessità militare. Cioè: l’unico scopo dell’azione militare dovrebbe essere quello di indebolire il nemico quel tanto che basti per ottenere una vittoria. Qualsiasi surplus viene considerato un crimine di guerra. Come cercare di annientare il nemico o causare danni superflui. Oppure ancora rivalersi sui civili. In effetti, tali aggressioni eccedono dallo scopo di indebolire il nemico. Senza contare che, storicamente, questo tipo di offensiva tende a galvanizzare i conflitti. Anziché sedarli.


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La spiegazione delle IDF

Si consideri, a tal proposito, l’argomentazione delle forze di sicurezza israeliane. Secondo la quale l’esercito sarebbe esente da responsabilità per aver avvisato i civili prima degli attacchi. Il tutto con vari mezzi: volantini, telefonate. O con il roof-knocking (“bussare sul tetto”). La prassi che consiste nel lanciare colpi di avvertimento inoffensivi pochi minuti prima degli attacchi. Per il Manuale militare delle IDF, questa pratica è richiesta prima dei bombardamenti per dare il tempo ai civili di fuggire. Sebbene sia fair ai sensi del diritto umanitario, ciò non significa che fornire un preavviso così scarso sia sufficiente per sollevare Israele dalla responsabilità. Per danni agli oggetti ma soprattutto ai civili.

Guerra Israele Gaza: avvisare è sufficiente?

In effetti, in un’area chiusa e con la densità di popolazione che ha Gaza City, questo breve preavviso potrebbe non bastare per consentire ai civili di evacuare. E ripararsi in un rifugio adatto. Soprattutto le persone più vulnerabili. Come gli anziani o i disabili. Oltre ai familiari che si prendono cura di loro. Ma anche le donne, specie se incinte. E i bambini. Almeno 230 persone sono morte a Gaza. Di queste, 30 donne e 65 minori. Quindi, l’avviso dell’attacco non elimina la responsabilità di un una fazione in guerra dall’obbligo di bilanciare il vantaggio militari con gli eventuali danni. Oltretutto l’evacuazione dei civili dagli edifici, comunque vietate, non trasforma di per sé quella struttura in un obiettivo militare legittimo.

Consuetudini

Secondo il CICR, strutture protette quali scuole, luoghi di culto, ospedali o sedi di agenzie stampa possono diventare obiettivi legittimi solo se possono causare un danno militare diretto alla parte avversaria. Dunque non è sufficiente il semplice sospetto che quell’edificio sia utilizzato dal nemico. In questo caso, l’onere della prova spetta alla parte che attacca. Quindi, spettava alle IDF produrre prove che certificassero la presenza di membri di Hamas nella Torre crollata a Gaza. La sede di Al-Jazeera e AP. Oltre alla prova che il vantaggio militare fosse proporzionato alla perdita di vite umane e al danno materiale. E che la minaccia non si sarebbe potuta controllare in altro modo.


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Considerazioni finali

A questo punto, vale la pena notare che le leggi di guerra stabiliscono come comportarsi nelle situazioni dubbie. In particolare, vige una presunzione secondo la quale ogni oggetto o struttura sia da considerarsi civile. Fino a prova contraria. Questa regola è contenuta nel Protocollo aggiuntivo n. 1 delle Convenzioni di Ginevra. Che ricordiamo Israele non ha firmato. Ad ogni modo, lo Stato ebraico è vincolato al rispetto di questa regola, dato che il CICR lo considera una consuetudine che vincola tutti gli stati.

Guerra Israele Gaza: il punto

Questa considerazione ci porta alla conclusione del ragionamento. Talvolta, può esserci una divergenza tra quanto sancito dal diritto internazionale e cosa, invece, l’opinione pubblica ritiene giusto. Per parafrasare il nuovo libro di Giovanni Mantilla, Legislazione sotto pressione, i trattati internazionali sono sempre frutto di compromessi. Elaborati e codificati dagli stati che mirano a tutelare i propri interessi in caso di guerre future. Quindi, le regole possono non soddisfare la moralità dei singoli commentatori. Del resto, la legge è per definizione super partes. Sebbene talvolta sia perfetta o incompleta, comunque dev’essere rispettata.