Greta sì, Greta no

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É vero: in questo movimento ecologista che riempie le prime pagine dei giornali c’è qualcosa che non va, ma anche molto da cui trarre spunto per lavorare. Cerchiamo di separare le due cose senza commettere il fatale errore di gettare via, assieme all’acqua sporca, il bambino che potrebbe nascere.

qualunque movimento, per innescarsi, non ha bisogno tanto di un tema comune, ma di un leader

Non è la prima volta che le giovani generazioni scendono in piazza ritrovando una identità comune; ed è l’ennesima conferma che qualunque movimento, per innescarsi, non ha bisogno tanto di un tema comune, ma di un leader. Un leader che – secondo gli stilemi del momento – sia rappresentativo, soprattutto esteticamente del target che riesce ad aggregare. Pensate a Che Guevara.

Greta Thunberg è perfetta per chiamare in causa le generazioni più giovani. Non credo, come afferma qualcuno per sminuirla – che si tratti di un personaggio creato ad hoc: senz’altro, la sua notorietà deriva da un sapiente utilizzo dei media, senza i quali la sua protesta silenziosa (ma non per questo meno importante) sarebbe passata inosservata, come milioni di altre messe in atto da persone ignote al grande pubblico. “La” Greta pubblica, insomma, trascende la sua identità di ragazza per divenire un simbolo – e in quanto tale le sue fortune sono legate alla sua visibilità. Non sfugga che è stata la TV a parlarne per prima: il passa parola sui social è venuto di conseguenza.

Sono d’accordo con chi dice che è un’assurdità farsi dettare la linea da una adolescente: perfettamente d’accordo. È scandaloso che non lo faccia chi dovrebbe

Ma non è questo il problema. Piuttosto trovo gravissimo il fatto che il suo messaggio non provenga da un alto politico nell’esercizio delle sue funzioni; che ci voglia una narrazione accattivante come quella della bambina svedese per portare all’attenzione un tema che dovrebbe occupare la prima pagina dell’agenda di chi governa a tutti i livelli. Può sembrare una bella favola, ma è soltanto il fallimento del modello di sviluppo su scala mondiale, e ancor di più della politica. Sono d’accordo con chi dice che è un’assurdità farsi dettare la linea da una adolescente: perfettamente d’accordo. È scandaloso che non lo faccia chi dovrebbe.

Della protesta, non mi piace neppure l’invito rivolto ad altri dai movimenti, che incitano i potenti della Terra a cambiare le cose: anche se le grandi decisioni strategiche sono appannaggio dei leaders mondiali, la cura dell’ambiente, e di tutto il resto, è compito di ognuno – sia attraverso comportamenti attivi ma soprattutto passivi. Un comportamento “attivo” è, ad esempio differenziare la spazzatura, non gettare sporco per terra e via dicendo; uno “passivo” è non acquistare prodotti che inquinano (o che sfruttano chi li produce); più facile replicare i primi dei secondi.

Chi veramente si impegna per una causa, non può limitarsi a manifestare, ma deve adeguare il suo stile di vita

Eppure i comportamenti passivi sono quelli che hanno maggiore impatto su scala globale. Sino a due anni fa, il 99% dei prodotti dolciari conteneva olio di palma: la generale inversione di tendenza (fa eccezione la Nutella della Ferrero) non nasce dalla presa di coscienza della nocività dell’ingrediente – lo sapevano da un pezzo – ma dal fatto che le persone avevano smesso di acquistarli. Chi veramente si impegna per una causa, non può limitarsi a manifestare, ma deve adeguare il suo stile di vita.

Non mi piace nemmeno questa apparente frattura generazionale su cui è impostata la protesta: i ragazzi in piazza che accusano i genitori di avergli rubato il futuro, se non altro stanno vivendo il loro presente grazie a loro. Il tema non è la riconoscenza, ma la consapevolezza di essere parte di un sistema, e non esterni ad esso. Altrimenti può scattare il meccanismo psicologico della vittimizzazione e rivendicazione, per i quali chi sente di aver subito rimette all’altro l’onere di essere risarcito di cui parlavo.

Nell’epoca da qualcuno definita post-ideologica, il consenso si afferma attraverso i meccanismi del marketing

Mi piace però che il tema dell’ambiente torni ad animare il dibattito pubblico; mi piace che i giovani si sentano coinvolti e parte attiva, aldilà della loro ingenuità ed approssimazione. Mi piace che siano questi i loro slogan (anche se non sopporto gli slogan), piuttosto che l’impasto di ignoranza e frustrazione alla base della narrazione delle destre. Come nel ‘68, l’unico modo per diffondere i valori della solidarietà, della pace e dell’ecologia, è fare in modo che che professarli faccia tendenza. Nell’epoca da qualcuno definita post-ideologica, il consenso si afferma attraverso i meccanismi del marketing a cui siamo assuefatti, ed è ancora più volubile che in passato. Forse aveva visto davvero giusto Machiavelli.

senza perdere la tenerezza

Ma penso a ciò che più di tutto ho apprezzato dall’esperienza di un grande leader, Ernesto “Che” Guevara, a quel suo “non perdere la tenerezza” che saldava la dimensione internazionalista a quella più intima, la rivoluzione mondiale all’amore per i suoi figli. La capacità, cioè di pensare globalmente e di agire localmente; di restare sempre coerenti in ogni gesto, quale sia la sua portata, perchè il mondo non si può cambiare se non si riesce a cambiare noi stessi.

Questo vorrei dai ragazzi scesi in piazza: che fossero capaci di essere rivoluzionari senza perdere la tenerezza. Perchè questa è l’unica strada che porta verso un futuro possibile.

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Sono nato a Firenze nel 1968. Dai 19 ai 35 anni ho speso le mie giornate in officine, caserme, uffici, alberghi, comunità – lavorando dove e come potevo e continuando a studiare senza un piano, accumulando titoli di studio senza mai sperare che un giorno servissero a qualcosa: la maturità scientifica, poi una laurea in “Scienze Politiche”, un diploma di specializzazione come “Operatore per le marginalità sociali”, un master in “Counseling e Formazione”, uno in “Programmazione e valutazione delle politiche pubbliche”, un dottorato di ricerca in “Analisi dei conflitti nelle relazioni interpersonali e interculturali”. Dai 35 ai 52 mi sono convertito in educatore, progettista, docente universitario, sociologo, ma non ho dimenticato tutto quello che è successo prima. È questa la peculiarità della mia formazione: aver vissuto contemporaneamente l’esperienza del lavoro necessario e quella dello studio – due percorsi completamente diversi sul piano materiale ed emotivo, di cui cerco continuamente un punto di sintesi che faccia di me "Ein Anstàndiger Menschun", un uomo decente. Ho cominciato a leggere a due anni e mezzo, ma ho smesso dai sedici ai venticinque; ho gettato via un’enormità di tempo mentre scrivevo e pubblicavo comunque qualcosa sin dagli anni ‘80: alcuni racconti e poesie (primo classificato premio letterario nazionale Apollo d’oro, Destinazione in corso, Città di Eleusi), poi ho esordito nel romanzo con "Le stelle sul soffitto" (La Strada, 1997), a cui è seguito il primo noir "Sotto gli occhi" (segnalazione d’onore Premio Mario Conti Città di Firenze, La Strada, 1998); ho vinto i premi Città di Firenze e Amori in corso/Città di Terni per la sceneggiatura del cortometraggio "Un’altra vacanza" (EmmeFilm, 2002), e pubblicato il racconto "Solitario" nell’antologia dei finalisti del premio Orme Gialle (2002). Finalista anche nel 2014 al festival letterario Grado Giallo, sono presente nell’antologia 2016 del premio Radio1 Plot Machine con il racconto "Storia di pugni e di gelosia" (RAI-ERI). Per i tipi di Delos Digital ho scritto gli apocrifi "Sherlock Holmes e l’avventura dell’uomo che non era lui" (2016), "Sherlock Holmes e il mistero del codice del Bardo" (2017), "Sherlock Holmes e l’avventura del pranzo di nozze" (2019) e il saggio "Vita di Sherlock Holmes" (2017). Negli ultimi anni lavoro come sociologo nell’ambito della comunicazione e del welfare, (in particolare mi occupo di servizi socio-sanitari, disabilità e violenza di genere, di cui curo una collana di pubblicazioni), e svolgo attività di docenza e formazione in ambito universitario. Tra i miei ultimi saggi: "Modelli sociali e aspettative" (Aracne, 2012), "Undermedia" (Aracne, 2013), "Deprivazione Relativa e mass media" (Cahiers di Scienze Sociali, 2016), "Scenari della postmodernità: valori emergenti, nuove forme di interazione e nuovi media" (et. al., MIR, 2017), Identità, ruoli, società (YCP, 2017), "UniDiversità: i percorsi universitari degli studenti con svantaggio" (et. al., ANCI, 2018). Con "Linea Gotica" (Damster, 2019) ho vinto il primo premio per il romanzo inedito Garfagnana in giallo Barga noir. Il breve saggio "Resistere è fare la nostra parte" è stato pubblicato nel numero 59 della rivista monografica Prospektiva dal titolo “Oltre l’antifascismo” (2019). Dal 2015 curo il mio blog di analisi politica e sociale osservatorio7 (www.osservatorio7.com, oggi su www.periodicodaily.com). Tutto questo, tutto quello che ho fatto, l’ho fatto a modo mio, ma più con impeto che intelligenza: è qui che devo migliorare.