Grave errore del Tribunale dei ministri sul caso Sea Eye

Nella motivazione del provvedimento che dispone l'archiviazione per Salvini nel caso Sea Eye, il Tribunale dei Ministri commette un grave errore di 'copia e incolla'.

0
430

Il Tribunale dei ministri di Roma, una settimana fa, ha emesso un decreto di archiviazione per le accuse di abuso d’ufficio contro l’ex ministro dell’Interno Matteo Salvini per aver negato lo sbarco alla nave Alan Kurdi della ONG Sea Eye, che nello scorso aprile aveva soccorso 65 migranti nel tratto di mare fra Italia e Libia.

Ma in questo provvedimento qualcosa è andato storto.

La giurista Vitalba Azzollini e il ricercatore Matteo Villa hanno scoperto che il Tribunale avrebbe copiato una parte del provvedimento da un documento scritto da un gruppo di avvocati che cita in modo sbagliato la Convenzione di Amburgo del 1979, il più importante trattato internazionale che regola il soccorso in mare.

L’errore commesso dal Tribunale dei Ministri assume una ridondanza ancora maggiore se si pensa che Salvini ha utilizzato quel provvedimento, distorcendone il significato, per giustificare la politica dei ‘porti chiusi’.

Ma dov’è l’errore?

Secondo questo provvedimento, la responsabilità di assegnare un ‘porto sicuro’ alle navi, che hanno soccorso persone in mare, spetta allo ‘stato di primo contatto‘, che seguendo alla lettera il diritto internazionale si identificherebbe in quello della nave che ha provveduto al salvataggio.

Secondo l’interpretazione dei giudici, quindi, se una ONG spagnola dovesse soccorrere alcuni migranti al largo della Libia, dovrebbe chiedere un porto sicuro alla Spagna. Questo assunto coincide con la tesi di Salvini secondo cui le ONG straniere dovrebbero sbarcare i migranti soccorsi nei propri porti, senza approdare in Italia.

La parte di testo incriminata

Nello specifico, la parte del provvedimento sotto “accusa” è la seguente:

“Le autorità di uno Stato costiero competente sulla zona di intervento in base agli accordi regionali stipulati, le quali abbiano avuto notizia dalle autorità di un altro Stato della presenza di persone in pericolo di vita nella zona di mare S.a.r. di propria competenza, sono tenute ad intervenire immediatamente senza tener conto della nazionalità o della condizione giuridica di dette persone (punto 3.1.3 Conv. Amburgo). L’Autorità competente così investita della questione deve accusare immediatamente ricevuta della segnalazione e indicare allo Stato di primo contatto, appena possibile, se sussistono le condizioni perché sia effettuata la progettata missione (3.1.4 conv.). Sarà l’autorità nazionale che ha avuto il primo contatto con la persona in pericolo in mare a coordinare le operazioni di salvataggio“.

Il testo riportato è errato sia nell’indicazione dei punti e paragrafi della Convenzione sia nell’interpretazione che ne è derivata. Perplessi restano i numerosi esperti di diritto internazionale che, sebbene riconoscano ampie zone grigie nella materia del soccorso in mare, sono al contrario pronti ad evidenziare quanto siano estremamente chiare le convenzioni e i trattati sul punto.

Infatti la Convenzione di Amburgo obbliga qualsiasi nave a prestare soccorso immediato in mare “senza distinzioni relative alla nazionalità o allo status di tale persona o alle circostanze nelle quali tale persona viene trovata“.

Il supporto delle linee guida nell’interpretazione delle norme di diritto internazionale

Per la corretta applicazione di queste norme, sono state addirittura emesse le Linee guida sul soccorso in mare adottate nel 2004 dall’Organizzazione marittima internazionale. Esse, a chiarimento della normativa di riferimento, stabiliscono al punto 6.7, che ad occuparsi del coordinamento dei soccorsi deve essere il paese del primo centro che viene a conoscenza del naufragio, che però dovrà immediatamente occuparsi di trasferire il comando al paese responsabile della zona SAR (cioè di ricerca e salvataggio) dove è avvenuto l’incidente.

Può accadere però che i porti dei paesi di cui battono bandiera le navi delle ONG, se distanti, potrebbero non essere in condizioni di intervenire con la massima celerità. E non c’è alcun trattato che preveda un obbligo concreto per lo stato di bandiera delle navi impegnate in operazioni di soccorso.

La stessa Organizzazione marittima internazionale specifica che “quando il centro nazionale di coordinamento di soccorso marittimo responsabile della regione SAR in cui è avvenuto il soccorso viene informato della situazione, deve immediatamente accettare la responsabilità per il coordinamento delle operazioni, dato che la responsabilità ricade principalmente sul governo responsabile di quella regione“. Al contrario, il Tribunale dei Ministri ritiene che il coordinamento delle operazioni di soccorso spetti allo stato di “primo contatto“.

Ma allora perché il Tribunale ha sbagliato?

Allo stato, acclarato l’errore commesso dai giudici in motivazione, due sono le ipotesi. O il Tribunale ha copiato e incollato parte di un documento senza accertarsi che quanto scritto corrispondesse effettivamente a quanto detta la normativa in materia, peccando così di troppa fiducia nei confronti dell’estensore di quel documento dal contenuto sbagliato.

O, peggio ancora, ha confuso il concetto di ‘stato di primo contatto‘ e ‘stato di bandiera‘, errore che probabilmente non passerebbe inosservato neanche se fosse commesso nel corso di un esame all’università.

L’unica nota positiva è che, nonostante Salvini se ne sia subito approfittato utilizzandolo per giustificare la politica dei ‘porti chiusi’, a quel provvedimento non è riconosciuta la natura di fonte di diritto giurisprudenziale, come accade per le sentenze. In caso contrario, gli effetti sarebbero stati irreparabili.

Commenti