Grande è la confusione sotto il cielo…ma la situazione non è eccellente per la politica italiana e, di conseguenza, per l’economia italiana e per il popolo italiano!!
Il governo è in preda a crisi isterica diviso com’è tra chi vorrebbe accelerare “il cambiamento” in maniera strutturata e nell’interesse dei gruppi di potere che lo hanno votato e lo sorreggono e chi invece è costretto ad accelerare, senza essere strutturato politicamente per farlo, al solo fine di rincorre il “socio di governo” che ha invece ben delineati obiettivi da raggiungere e modalità di approccio ma che deve mordere il freno perché “non governa da solo”. È la conferma che Lega e M5S si sono “costretti” a stare insieme al governo, evidentemente per motivi diversi e con aspirazioni diverse: accomunati da una campagna elettorale rabbiosa e tutta basata sul “dare voce” alla rabbia degli italiani: al Nord dovuta all’egoismo economico sprigionato contro i meridionali ed i migranti (categorie di persone spesso associate in ambito leghista) che occupano posti di lavoro, i primi, e rubano il lavoro, i secondi; al Sud dovuta alle tante promesse di lavoro in qualche modo richieste o concesse solo a fini meramente clientelari ed elettorali. Il capo del governo cerca di attutire gli scontri, il ministro dell’economia cerca di far quadrare i conti da presentare a Bruxelles e la legge di bilancio è ancora in discussione in Parlamento. In tutto questo, finora avevamo assistito ad una “divisione dei compiti” molto marcata – su materie di competenza Lega non c’era interferenza M5S e viceversa – ma ora che l’azione è di governo sta iniziando ad intaccare valori etici (decreto sicurezza e decreto anticorruzione) stanno cominciando ad affiorare diversità di vedute e conseguenti incrinature tra i “soci” e non tanto sul versante Lega, dove Salvini ha carta bianca e controllo totale, quanto su quello M5S dove la leadership di Di Maio non è altrettanto forte e riconosciuta e dove la composizione dei gruppi parlamentari risente delle diverse provenienze politiche e/o dei diversi orientamenti culturali degli eletti.
L’economia è preoccupantemente malata come ha documentato di recente il «Centro Studi Confindustria» rilevando che la crescita economica in Italia si sta assottigliando: nel 2019, secondo uno studio previsionale pubblicato a inizio ottobre, l’aumento del PIL sarà del +0,9%, in rallentamento rispetto al +1,1% di quest’anno. Si tratta di una previsione condivisa da altri centri di ricerca e istituzioni nazionali e internazionali: l’FMI ha stimato per il prossimo anno una decelerazione al +1,0%; il Governo ha indicato nella «Nota Aggiuntiva al Documento di Economia e Finanza» una frenata “tendenziale” al +0,9% contando la minor crescita dovuta a un aumento delle imposte indirette come previsto dalla clausola di salvaguardia.
Di fatto si sono indebolite le condizioni per la crescita del Paese, interne ed esterne a seguito di: (a) incertezza dovuta alla politica commerciale protezionistica americana e alle contromisure di altri Paesi; (b) turbolenze finanziarie su alcuni importanti paesi emergenti, come l’Argentina, a riflesso dell’aumento dei tassi USA; (c) rallentamento in alcune economie europee; (d) aumento in Italia, del debito pubblico e clima di sfiducia di famiglie e, soprattutto, imprese.
Tutti questi fattori si sommano all’attesa del graduale aumento dei tassi di interesse a medio-lungo termine nel 2019 a seguito della fine, a dicembre 2018, del programma di acquisto di titoli pubblici e privati – il «Quantitative Easing» – da parte della BCE.
E come se non bastasse, il prossimo anno il CSC ipotizza una frenerà la domanda interna, un rallentamento dei consumi delle famiglie italiane e, ancor più, degli investimenti pubblici: i consumi delle famiglie perché, a fronte di un reddito disponibile in aumento, crescerà il risparmio a fini precauzionali dovuto all’elevata incertezza che induce a una maggior prudenza nella gestione dei bilanci familiari; gli investimenti perché, nello scenario a legislazione vigente, si vanno esaurendo gli strumenti di sostegno agli acquisti di beni strumentali seppur ancora previsti nel DEF – quali iper-ammortamento e super-ammortamento per supportare e incentivare le imprese che investono in beni strumentali nuovi, in beni materiali e immateriali quali software e sistemi IT funzionali alla trasformazione tecnologica e digitale dei processi produttivi – e c’è addirittura incertezza sul loro rinnovo.
L’export, viceversa, è previsto che debba tornare ad espandersi nel 2019, dopo la pausa nella prima metà del 2018, ma a ritmi comunque contenuti e solo al manifestarsi di due ipotesi: (1) che si affievoliscano le tensioni commerciali a livello globale, opzione sperabile perché i principali Paesi comprendono ormai che in confronto/scontro sotto traccia si tratta di un gioco da cui tutti i partecipanti escono perdenti (2) che il cambio dell’Euro non faccia più da freno, incidendo sulla convenienza dei prodotti europei come accaduto nel 2018.
Questo scenario di debole crescita pendente dalle esportazioni potrebbe anche rivelarsi ottimista, se si materializzassero i rischi presenti all’orizzonte legati alla tenuta dell’economia internazionale, a seguito della decisione della Federal Reserve americana di aumentare i tassi di interesse anche in conflitto con le indicazioni presidenziali – con un Trump indebolito a seguito dei risultati elettorali negli USA che hanno visto una parità di maggioranze tra Congresso e Senato – ma anche del rallentamento dell’economia in Europa. Ma alla fine sono soprattutto i dati macroeconomici relativi all’Italia che preoccupano: un’accresciuta sfiducia sul sistema Italia da parte degli investitori finanziari internazionali, legato anche al giudizio negativo delle agenzie di rating e da esso dipendente, determinerebbe il proseguire dell’aumento dei rendimenti sovrani (BTP, Buoni del Tesoro Postali) già in corso, pesando sui conti pubblici italiani, facendo crescere significativamente il costo del credito, riducendone la disponibilità per famiglie e imprese e arrivando a frenare ancor più i consumi e gli investimenti. Sembra molto improbabile, dunque, l’espansione programmatica del PIL al 1,5% nel 2019, come risultato della manovra di bilancio delineata dal Governo, composta per lo più di misure di sostegno al reddito, che potrebbero tradursi solo parzialmente in più consumo; pochi i fondi per gli investimenti pubblici e per gli interventi di stimolo per quelli privati, dei quali ci sarebbe invece bisogno per colmare il gap accumulato negli anni di crisi. Secondo le stime del governo, la manovra (al netto delle coperture e considerando a parte il mancato aumento dell’IVA) determinerà un maggior deficit nel 2019 (rispetto al tendenziale) di 0,5% di PIL e alimenterà la crescita per lo 0,4%: questo significa ipotizzare un moltiplicatore fiscale (rapporto tra il PIL di un Paese e le politiche fiscali di un determinato governo) intorno allo 0,8% per l’insieme delle entrate e delle uscite pubbliche così come modificate dalla manovra. Questo moltiplicatore è stato giudicato troppo elevato anche dalla Banca d’Italia e dall’Ufficio Parlamentare di Bilancio: per raggiungere l’ambizioso obiettivo di crescita dell’1,5% fissato dal governo l’economia italiana, che sta rallentando, dovrebbe improvvisamente invertire rotta ed accelerare al ritmo dell’Eurozona già da inizio 2019. La crescita dovrebbe, cioè, essere dello 0,5% a trimestre per 4 trimestri consecutivi, rispetto allo 0,2% registrato in media in tutto il 2018: invece da due decenni la dinamica italiana è molto più bassa di quella dell’Eurozona, di un punto all’anno. Un’espansione del PIL allo 0,5% è stata registrata in Italia negli ultimi 8 anni solo per due trimestri di seguito, tra fine 2016 e inizio 2017.
Gli italiani sono ancor più arrabbiati di prima perché cominciano a capire la differenza tra il “dire” in campagna elettorale ed il “fare” una volta al governo del Paese.
L’opposizione è sicuramente ancora frastornata, in alcuni casi annichilita, non tanto dal risultato del voto del 4 marzo, ormai lontano, quanto dalla violenta azione della parte più reazionaria del governo che procede in maniera spedita a realizzare tutto quanto sostenuto in campagna elettorale – facendosene vanto in ogni occasione pubblica – non tenendo in considerazione valori etici, accordi internazionali condivisi unanimemente dai Paesi dell’eurozona, addirittura sentimenti religiosi…nonostante in campagna elettorale si fosse fatto uso frequente di rosario e di Vangelo…forse dimenticando che l’Italia è uno stato laico. A tale decisa azione politica come sta reagendo l’opposizione parlamentare? Proclami, punto e basta. Non c’è unità di intenti in difesa dell’antifascismo quale valore fondante della Repubblica, non c’è condivisione di battaglie politiche che sventino tentativi ancora sommersi di smantellamento delle leggi su divorzio ed aborto, ci si limita ad organizzare ognuno per proprio conto manifestazioni di piazza che non scuotono la confusione o l’apatia che fa nuovamente breccia nella società civile.
Da ultima, ma non ultima, la società civile è paurosamente accartocciata su se stessa, sui problemi irrisolti, sulle difficoltà economiche in aumento, sui dubbi che la attanagliano riguardo al futuro del Paese: finita la sbornia elettorale e riaperti gli occhi gli italiani si stanno accorgendo che il sogno è diventato un incubo, che stanno camminando come il gambero e non correndo come una gazzella, che tutto quello che speravano di avere si sta assottigliando fino all’osso, che la guerra alla Germania la stanno perdendo con tutta l’Europa… Ed allora cosa di meglio che non trovare i capri espiatori, scegliendo il nemico da combattere, e quando non c’è inventarlo, perché alla fine è molto più facile continuare a perpetuare il nemico – semmai delegando altri alla battaglia – invece che analizzare la società ed indagare i fatti per organizzare una risposta popolare di massa scendendo per primi in campo senza più aspettare il “sole dell’avvenire”… In Italia è notte fonda!!

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