Governo tecnico o politico?

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Per un Paese che non è in grado di esprimere una classe politica all’altezza, forse avere un governo non eletto dal popolo potrebbe essere un vantaggio.

La Spagna, ad esempio, non ha mai vissuto un periodo prospero come quello in cui, nel 2016, dopo due turni elettorali ravvicinati in cui non è riuscita a consolidare una maggioranza, è rimasta senza un governo in carica.

Ma ha davvero un senso parlare di “governo tecnico?”.

Il governo è sempre politico

In realtà, anche se il premier a cui il Presidente della Repubblica ha affidato l’incarico non è espressione di un partito, un governo non può che essere “politico”, in quanto è il parlamento che, attraverso la concessione della fiducia, ne legittima l’entrata in carica.

I governi Ciampi, Dini e Monti, ad esempio, potevano contare su una larga maggioranza politica che spaziava nell’intero arco costituzionale. Più corretta appare la dizione di governo a-partitico.

Questo tipo di governo lo potremmo persino definire politico “per eccellenza”, perché nasce da una istanza ben precisa del Presidente della Repubblica: o il parlamento lo sostiene, o si scioglie e si va ad elezioni. Un questione politica al 100%

I vantaggi di un governo a-partitico

A differenza dei governi espressioni di partiti (o più verosimilmente di coalizioni), la linea politica di questi esecutivi non guarda al consenso.

La storia recente ci insegna che le designazioni di Ciampi, Dini e Monti hanno permesso la realizzazione di riforme il cui impatto sulla popolazione avrebbe con molta probabilità comportato disaffezione nei confronti dei partiti che se ne sarebbero resi responsabili.

Ciampi inaugurò una lunga e controversa stagione di privatizzazioni; Dini riformò il sistema pensionistico introducendo il penalizzante calcolo retributivo (al posto del contributivo) per i lavoratori; Monti aumentò l’età pensionabile. Ed altro ancora.

Queste personalità, insomma, risposero al compito che veniva loro chiesto, quello di assumersi la responsabilità di azioni impopolari ma necessarie, di fatto al posto dei partiti.

I partiti

Il governo Draghi è una nuova occasione per permettere a tutti i partiti di rilanciarsi in chiave di futuro governo, prendendo le distanze dal rigido contenimento della spesa che senz’altro il nuovo premier promuoverà, nonché dagli inevitabili provvedimenti per il contenimento della pandemia.

Tutti quanti lo sosterranno – anche chi voterà contro la fiducia per trarne visibilità – perchè sarà lui a fare il “lavoro sporco” che nessuno ha avuto voglia o modo di fare.

Economia, più che politica

Quello che colpisce, è però il curriculum di questi premier incaricati: Ciampi governatore di lungo corso della Banca d’Italia; Dini ex Direttore generale di Bankitalia.

Monti,membro del consiglio di amministrazione della Banca Commerciale Italiana e international advisor per Goldman Sachs. Infine Draghi, governatore della Banca d’Italia sino al 2011 e Presidente della Banca centrale europea sino al 2019.

Economisti, con relazioni importanti negli ambienti finanziari mondiali, come a ribadire le priorità dell’agenda politica.

L’Europa che vigila

Lo scenario è chiaro: l’Ue ci presta dei soldi, ma vuol essere certa che li spendiamo nel modo che ritiene essere migliore. Un po’ come se la banca che mi ha erogato il mutuo mi vincolasse nella scelta dei lavori da fare e persino dell’arredamento di casa.

Di fatto un po’ è davvero così, dato che, in cambio della possibilità di acquistare una abitazione, non solo ha verificato la solidità della mia situazione reddituale, ma ha inserito nel contratto una serie di clausole che la salvaguardano qualunque sia la mia futura condizione, finanziaria e non.

L’Europa fa lo stesso con noi – ed è inevitabile dato che non siamo stati in grado di esprimere attraverso il voto popolare un governo stabile.

Un’idea diversa di società

Quello che pesa di più in questa situazione non è però essere sottoposti a tutela. Preferisco, se devo scegliere, la gestione oculata di un esperto, piuttosto che quella di un incompetente o di un disonesto.

Quello che mi fa paura è l’inarrestabile avanzare in tutto l’occidente di un’idea di società dove l’economia rappresenta il fulcro dello sviluppo – ed è uno sviluppo che alimenta le disuguaglianze con chi ne rimane escluso, che prefigura una società in cui vivere richiede ingenti risorse e quindi l’adeguamento di ognuno a ruoli e stili di vita predefiniti.

Le ragioni dell’economia sono quelle che hanno ridotto la Grecia alla fame per un debito pubblico che poteva facilmente essere assorbito, pregiudicando la vita dei suoi abitanti per generazioni.

Sono quelle per cui la produzione dell’acciaio all’ex ILVA di Taranto vale più della vita degli abitanti della città. E tanto altro ancora che niente ha a che vedere con i diritti, la salute, il benessere, la possibilità di essere felici.

Ecco, io spero che il Presidente del Consiglio incaricato mi stupisca, e che dimostri di saper vedere oltre i bilanci e le contabilità.

Perchè abbiamo bisogno di ordine e anche di una gestione efficiente delle risorse, ma soprattutto di un progetto di società che vada oltre le emergenze e abbia come parole chiave non #soldi e #successo, ma #solidarietà, #rispetto, #inclusione, e – perchè no? – anche #felicità.

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Sono nato a Firenze nel 1968. Dai 19 ai 35 anni ho speso le mie giornate in officine, caserme, uffici, alberghi, comunità – lavorando dove e come potevo e continuando a studiare senza un piano, accumulando titoli di studio senza mai sperare che un giorno servissero a qualcosa: la maturità scientifica, poi una laurea in “Scienze Politiche”, un diploma di specializzazione come “Operatore per le marginalità sociali”, un master in “Counseling e Formazione”, uno in “Programmazione e valutazione delle politiche pubbliche”, un dottorato di ricerca in “Analisi dei conflitti nelle relazioni interpersonali e interculturali”. Dai 35 ai 52 mi sono convertito in educatore, progettista, docente universitario, sociologo, ma non ho dimenticato tutto quello che è successo prima. È questa la peculiarità della mia formazione: aver vissuto contemporaneamente l’esperienza del lavoro necessario e quella dello studio – due percorsi completamente diversi sul piano materiale ed emotivo, di cui cerco continuamente un punto di sintesi che faccia di me "Ein Anstàndiger Menschun", un uomo decente. Ho cominciato a leggere a due anni e mezzo, ma ho smesso dai sedici ai venticinque; ho gettato via un’enormità di tempo mentre scrivevo e pubblicavo comunque qualcosa sin dagli anni ‘80: alcuni racconti e poesie (primo classificato premio letterario nazionale Apollo d’oro, Destinazione in corso, Città di Eleusi), poi ho esordito nel romanzo con "Le stelle sul soffitto" (La Strada, 1997), a cui è seguito il primo noir "Sotto gli occhi" (segnalazione d’onore Premio Mario Conti Città di Firenze, La Strada, 1998); ho vinto i premi Città di Firenze e Amori in corso/Città di Terni per la sceneggiatura del cortometraggio "Un’altra vacanza" (EmmeFilm, 2002), e pubblicato il racconto "Solitario" nell’antologia dei finalisti del premio Orme Gialle (2002). Finalista anche nel 2014 al festival letterario Grado Giallo, sono presente nell’antologia 2016 del premio Radio1 Plot Machine con il racconto "Storia di pugni e di gelosia" (RAI-ERI). Per i tipi di Delos Digital ho scritto gli apocrifi "Sherlock Holmes e l’avventura dell’uomo che non era lui" (2016), "Sherlock Holmes e il mistero del codice del Bardo" (2017), "Sherlock Holmes e l’avventura del pranzo di nozze" (2019) e il saggio "Vita di Sherlock Holmes" (2017). Negli ultimi anni lavoro come sociologo nell’ambito della comunicazione e del welfare, (in particolare mi occupo di servizi socio-sanitari, disabilità e violenza di genere, di cui curo una collana di pubblicazioni), e svolgo attività di docenza e formazione in ambito universitario. Tra i miei ultimi saggi: "Modelli sociali e aspettative" (Aracne, 2012), "Undermedia" (Aracne, 2013), "Deprivazione Relativa e mass media" (Cahiers di Scienze Sociali, 2016), "Scenari della postmodernità: valori emergenti, nuove forme di interazione e nuovi media" (et. al., MIR, 2017), Identità, ruoli, società (YCP, 2017), "UniDiversità: i percorsi universitari degli studenti con svantaggio" (et. al., ANCI, 2018). Con "Linea Gotica" (Damster, 2019) ho vinto il primo premio per il romanzo inedito Garfagnana in giallo Barga noir. Il breve saggio "Resistere è fare la nostra parte" è stato pubblicato nel numero 59 della rivista monografica Prospektiva dal titolo “Oltre l’antifascismo” (2019). Dal 2015 curo il mio blog di analisi politica e sociale osservatorio7 (www.osservatorio7.com, oggi su www.periodicodaily.com). Tutto questo, tutto quello che ho fatto, l’ho fatto a modo mio, ma più con impeto che intelligenza: è qui che devo migliorare.