Non è il titolo di un film con Tom Hanks e Meryl Streep, né il testo di una canzone sofferta di Johnny Cash, né un altro romanzo postumo sul tormentato sogno americano di Philip Roth. ‘Il Circolo dei Buoni propositi’ è la parafrasi di una questione, di una domanda, di uno spirito pungente a ridosso della preseason NBA: chi vincerà la stagione 2018/19? Nel basket made in USA non funziona come nel calcio: i tifosi sognano e speculano (e quasi mai sulla propria squadra) in attesa del Draft, le trade e il mercato sgomitano alla ricerca del colpo migliore e il destino di un solo Free Agent può cambiare le sorti di un’intera franchigia. Leggasi pure LeBron James tra le righe.

Il nostro cerchio, o circolo, si apre a Ovest dove la disparità con l’Est continua ad aumentare punto su punto, almeno fino ai patti di grazia di Febbraio con l’All Star Weekend di Charlotte. In questo viaggio fittizio fatto di Slam Dunk e appoggi al vetro, proveremo ad analizzare i punti di forza dell’establishment senza trascurare le mine vaganti e i cambi in classifica, perché se c’è una cosa che l’NBA ci ha insegnato è che ‘The Show must Go On’… anche senza Cleveland.

 

Western Conference

 

Prima tappa: la baita. Protagonisti: i Golden State Warriors. Da queste parti si parla già di Three-Peat ovvero tre massimi risultati di fila. La combriccola di Steph Curry e Steve Kerr non ha perso nulla e ha guadagnato un’altra freccia alla propria faretra: DeMarcus Cousins con un annuale da 5.3 milioni dollari, non male per il centro ex Sacramento e New Orleans. Il richiamo del guerriero ha stregato anche il prode figlio dell’Alabama. Nessuna squadra ha mai avuto cinque All Star nel quintetto titolare, nemmeno i Bulls di Jordan o i Lakers di Kobe. Ma in fondo, i gialloblu ci avevano già abituato al loro dominio sul campo attraverso i record, vi dice nulla il 73-9 del 2016?

Capitolo a parte per la sponda lago di Los Angeles, di cui abbiamo ampiamente parlato in un precedente articolo dedicato a King James. Facciamo un salto indietro di qualche riga e rifugiamoci nel postulato scientifico della NBA: un solo Free Agent può cambiare le sorti della franchigia. Tutto vero. Tutto possibile. L’arrivo di LeBron in gialloviola stimola le fantasie dei fan e aggiunge un nuovo step a una storia con troppi bassi: i playoff. Basterà? Dipenderà dalla stagione di Rondo e Beasley e dall’innesto delle seconde linee Ball e Kuzma; perché come insegnano gli slavi: nel basket si gioca in sei, per questo esiste un premio apposta per la panchina.

‘Houston, abbiamo un problema’… perdere Trevor Ariza senza un degno sostituto. Ma Mike D’Anton può sovvertire questo climax del basket e del cinema con l’arrivo di Carmelo Anthony e senza pagare continuamente l’indennizzo infermieristico al duo delle meraviglie Paul-Harden. Dopo le final di Conference dell’anno scorso, i Rockets ci riprovano puntando su tre ingredienti vincenti: tiro da tre, ottima difesa e un Melo in più.

Nel finale occhio a Oklahoma che mantiene Russel Westbrook e conferma Paul George, non proprio due da buttar via.

 

 

Eastern Conference

 

Dov’è Cleveland? Dove sono i cavalieri? Senza Lebron, stando agli ultimi sondaggi, le quotazioni stanno 500-1. Un’enormità rispetto alla passata stagione dei Cavs. A quanto pare Kevin Love come uomo franchigia non attira come la coppia Irving-James. Chissà mai perché.

Capitolo speciale per i favoriti: i Boston Celtics. Alla fine del loro personale arcobaleno, hanno finalmente trovato una pentola ricolma d’oro con due pepite a illuminare la scia: Kyrie Irving e Gordon Hayward. I due possono infiammare il giardino senza bisogno di scomodare degni paragoni con il passato. Se solo Golden State può battere Golden State, allora Boston può sfruttare l’effetto incendiaria con uno spogliatoio scricchiolante per tentare di riportare l’anello in patria.

Dopo anni di oblio – e senza Cleveland in pole – il 2019 sembra l’anno dei Philadelphia 76ers. La buona amalgama tra Draft (Joel Embiid e Ben Simmons) e veterani (Wilson Chandler e J.J. Reddick) sembra aver assunto in parte i precetti della fisica: gli opposti si attraggono. Non sarà l’anno di grazia, né il ritorno del figliol prodigo Iverson, ma le medaglie di bronzo o argento possono tornare in  Pennsylvania.

“Oh mia cara Toronto, così piena di contraddizioni”, il poeta metropolitano che ha sfornato questa perla naif non viene dagli scampoli della letteratura canadese, ma dal parquet e si chiama Vince Carter. I raptors dipendono dalla trade degli scontenti: DeRozan, che ha speso parole al veleno per il proprietario, e Kawhi Leonard, che sembra non avere alcuna voglia di veleggiare in Canada dopo i trascorsi a San Antonio. Masai Ujiri ha a disposizione un anno per convincere il due volte Defensive Player of the Year a restare nel grande e bianco Nord. Il gioco delle contraddizioni, appunto.

West o Est? Ai poster l’ardua sentenza. Il cerchio, o il circolo, si chiude.

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