Lo “stereotipo” è un’opinione precostruita e generalizzata che non è stata acquisita tramite un’esperienza diretta, ma per “sentito dire”. Un’idea di massa, si può dire, che spesso tende anche ad offendere i gruppi sociali presi in considerazione. Lo stereotipo altro non è che un pregiudizio e, si sa, il pregiudizio genera spesso “razzismo”.

Lo stereotipo dell’immigrato

In Italia oggi lo stereotipo per eccellenza è quello sull’immigrato: ladro, fannullone, “portatore di malattie”, quello che “ci ruba il lavoro” ma “in realtà vive meglio di noi” e si potrebbe andare avanti per molto.

Oltre ad essere lo stereotipo più attuale, quello dell’immigrato è anche l’esempio più concreto e lampante di come un’idea infondata e preconfezionata possa generare poca tolleranza.

Ogni stereotipo andrebbe smontato e sfatato per far crollare ogni pregiudizio, quindi ogni pensiero razzista. Anche le immagini che vediamo nei notiziari spesso ci mostrano proprio gli stereotipi: gli immigrati che buttano il cibo nelle mense; gli immigrati che possiedono un cellulare; gli immigrati con un fisico scolpito e tante altre immagini che ci fanno convincere sempre di più sulla credibilità degli stereotipi, senza però indagare, senza andare a fondo, senza conoscere realmente ogni singola storia.

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Aruna

A tal proposito voglio riportare un’esperienza diretta avuta con un gruppo di ragazzi – tra i 17 e i 25 anni – di immigrati. Ognuno di essi proveniva da parti diverse, quindi lingue, culture e religioni diverse. Durante la loro testimonianza di vita hanno, spontaneamente, smontato ogni stereotipo. Come? Semplicemente raccontando la loro storia.

A parlare è, in particolar modo, Aruna – un ragazzo proveniente dal Burkina Faso che, all’età di 18 anni, è sbarcato a Trapani – ha gli occhi commossi mentre parla e si racconta. Oggi ha mani e piedi amputati perché sul barcone, in quel lungo viaggio di speranza, era stato legato dagli scafisti alla stiva per due giorni, perché urlava terrorizzato dalle onde, poiché non aveva mai visto il mare.

Aruna spiega il perché, ad esempio, arrivati in Italia posseggono già un cellulare: <<è l’unico modo che abbiamo per comunicare con la nostra famiglia, per sapere se loro sono ancora vivi, se stanno bene>>. Uno di loro è diventato papà mentre era sul barcone, non ha mai conosciuto sua figlia se non in qualche foto avuta proprio grazie al cellulare.

Inoltre spiegano anche il perché ad arrivare sulle nostre coste sono soprattutto giovani e uomini muscolosi: <<se ci fosse una guerra e voi foste costretti a scappare dall’Italia per sopravvivere, chi mandereste ad affrontare quel lungo viaggio sul barcone, senza cibo e senza acqua, dove non avreste neanche la minima certezza di sopravvivere? I giovani – più forti e nelle condizioni più adatte per affrontare il viaggio – o gli anziani?>>. E ancora: <<gli italiani accusano gli immigrati di spreco del cibo nelle mense: ma voi, con una cultura completamente diversa dalla nostra, andreste mai nelle nostre terre a mangiare fin da subito carne di scimmia?>>.

Pregiudizi e stereotipi che si smontano da sé ascoltando le loro storie. Aruna, con semplicità e commozione, dimostra il modo in cui gli italiani tendono a credere negli stereotipi solo “per sentito dire”, senza mai realmente interessarsi alla verità. D’altronde, il nostro è un Paese che, ancor prima di avere stereotipi sull’immigrato, li ha anche e soprattutto per ogni Regione d’Italia. Basti pensare anche solo alle differenze fra il nord – “persone fredde e distaccate, ma grandi lavoratori” e il sud – “chiassosi, fannulloni e mafiosi”.

Gli stereotipi italiani: nord e sud

Ad esempio, gli stereotipi sul meridione, nascono anche a seguito di tutti quei viaggiatori che, nel passato, hanno raccontato nei loro diari di bordo un’immagine distorta, molto spesso frutto della propria fantasia, del meridione. Bastava semplicemente scrivere “i meridionali sono tristi e fannulloni” per diffondere, soprattutto in chi non viaggiava e non visitava personalmente quei luoghi, uno stereotipo infondato. Per di più, un tempo, vi erano pochissime possibilità per conoscere i luoghi lontani, in assenza della tecnologia e dei mezzi di trasporto.

La differenza fra nord e sud è dovuta anche al fattore economico: il nord, nella storia, è sempre stato economicamente avanti – quindi più sviluppato – rispetto al sud più arretrato e lento. Ma questo non può di certo giustificare lo stereotipo del “terrone fannullone”, ci sono aspetti antropologici che andrebbero approfonditi per risalire al perché ci siano, ancora oggi, queste grandi distinzioni. Oggi gli stereotipi sono frutto principalmente di disinformazione, nonostante ci siano i mezzi e le possibilità per affacciarsi su ogni realtà. Sono anche molte le persone che, viaggiando e conoscendo nuovi luoghi, hanno cambiato idea sulle loro opinioni.

È semplice dunque: per abbattere uno stereotipo, bisogna conoscere. È solo superando queste barriere, a partire dagli stereotipi con meno rilevanza, che si superano i luoghi comuni sbagliati che, inevitabilmente, sfociano nel razzismo. A volte uno stereotipo può far sorridere, ma molte altre può generare un rifiuto vero e proprio verso il prossimo.

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