Il connubio tra alcool e scrittura: 9 grandi menti

Scrivere comporta tradurre in concetti una vivace creatività, spesso dunque per essere straordinari bisogna allontanarsi dalla vita ordinaria. Quale metodo migliore dell’inibizione dei sensi? Il senso di leggerezza probabilmente è stato origine delle più belle poesie mai scritte. A quanto pare l’alcool non fu solo un tratto comune ai cosiddetti poeti maledetti.

Il vizio è intrinseco nell’animo umano, le preferenze caratterizzano lo stesso. Per 9 autori, 9 cocktail.

Edgar A. Poe: accanito bevitore di Brandy

Affrontava forse le notti macabre con l’alcool? Edgar Allan Poe era di sicuro un accanito bevitori, in particolare di Brandy. A testimoniarlo è la sua espulsione delle aule della Virgina Univeristy: l’abuso di alcol non era di certo consentito, invece nelle sue opere compare spesso. Non è un caso che la voce narrante de’ “Il gatto nero” odora di brandy dalla prima all’ultima pagina.

Ernest Hemingway a base di Mojito e Daiquiri

Un nome che non sorprende in classifica. Lo ritroviamo spesso nell’angolo sinistro del bancone, in un bar dell’Avana, El Floridita, mentre tra le mani stringe un bicchiere. Cosa preferisce bere Hemingway? Craig Boreth risponde con il libro “A tavola con Hemingway”: Mojito, tra l’odore di Cuba ed il sapore di menta, ed il Daiquiri, rum, zucchero, limone, maraschino e ghiaccio.

Boilermaker per Charles Bukowski

Un nome, una garanzia. Bukowski non ha mai nascosto due sue passioni: le donne e l’alcol. Dall’unione tra una pinta di birra bevuta a seguito di uno shot di whisky, nasce il Boilermaker: il cicchetto di whisky galleggiante all’interno del boccale di birra che accompagnava le giornate di Bukowski.

Il sapore dell’assenzio per Oscar Wilde

Wilde nasce per la classica passione dello champagne ghiacciato, ma crescendo, maturano anche i suoi gusti. A Parigi, dove si trasferisce dopo il processo per sodomia del 1895, conosce l’assenzio, il cui abuso fu sospetto e preoccupante.
“Un bicchiere d’assenzio, non c’è niente di più poetico al mondo”.

L’equilibrio del Whisky Sour amato da Dorothy Parker

Tra Vanity Fair, Vogue e New Yorker, la penna satirica della Parker si è cimentata in poesie e narrazioni. Non rinunciava ad un buon Martini, ma aveva una preferenza in particolare: il Whisky Sour. Metafora di equilibrio, esso era composto, in parti uguali, da whisky e succo di limone, cui si aggiunge mezza parte di sciroppo.

La bibita arancione di Truman Capote

Al mattino al posto di cappuccino o caffè, lungi dalla Colazione da Tiffany, Capote inseriva alcool in corpo. “Un lungo intervallo fra un drink e l’altro” disse egli stesso in molteplici interviste. Nel suo essere romantico, aveva appellato il suo cocktail preferito “la mia bibita arancione”, a richiamare il succo d’arancia che colorava il sapore della vodka.

John Steinbeck tra gli amanti del Jack Rose

Apple Jack, granatina e lime: un cocktail “letterario”, il Jack Rose, che compare in “Fiesta (Il sole sorgerà ancora)” di Hemingway, per poi spiccare tra i 6 cocktail fondamentali menzionati nel classico de 1948 di David A. EmburyThe Fine Art of Mixing Drinks. Sopratutto il Jack Rose era il cocktail amato in assoluto da John Steinbeck.

L’ Amaro Gabriele D’Annunzio

Che D’Annunzio fosse impossessato dall’eccesso, non stupisce nessuno, in particolare la droga era preferita a qualche bicchiere di troppo. Su una parete del Vittoriale si legge “Ottima è l’acqua”, senza alcun appunto a due alcolici a lui legati. Egli, agli inizi del Novecento, fu testimonial di “Amaro Montenegro” e “Amaretto Di Saronno.

L’età ruggente di Fitzgerald e del suo Gin Rickey

Francis Scott Fitzgerald non è di certo famoso per il suo fisico da bevitore: ai party della Lost Generation americana lui e sua moglie Zelda non tardavano a dare spettacolo della loro ebbrezza. Amante indiscusso del gin, considerato l’unico alcolico di cui restasse traccia nell’alito: il cocktail maggiormente favorito era il Gin Rickey, a base rigorosamente di gin, ghiaccio e succo di limone.

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