GIOVANNI PASCOLI: L’INQUIETUDINE E LA MERAVIGLIA DI UNA POESIA ETERNA

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Giovanni Pascoli

RICORRE OGGI L’ANNIVERSARIO DELLA NASCITA DI GIOVANNI PASCOLI

Lo stupore dentro uno sguardo, la paura nello stomaco, occhi sensibili, penna innovativa e profonda, mente lungimirante. Sperimentalismo metrico, preziosità linguistiche, visioni magiche e angosciose, idilli campestri e ossessioni mortuarie. La poetica di Giovanni Pascoli si compone di questi elementi e di tanto altro; si compone di mistero e di semplicità, la semplicità che si percepisce dal canto di un uccello o quella che deriva dal profumo di un gelsomino.

Il Pascoli ostentò sempre una cultura tradizionalista e provinciale eppure fu il promotore della poesia simbolista in Italia; la sua poesia ebbe una forte influenza sulla poesia successiva, dai crepuscolari agli ermetici. Sovente l’immagine di Giovanni Pascoli è associata a quella di un poeta “facile”, ingenuo e ossequiente alla tradizione ma dare del Pascoli solo un siffatto giudizio sarebbe superficiale e ingiusto. Il poeta romagnolo scrisse del candore infantile, degli affetti del “nido” familiare ma fu anche lettore dell’inquietudine e paura umane. Giovanni Pascoli assorbì impressioni ambigue, ansie misteriose e timori indescrivibili e fu il portavoce delle più folgoranti rivelazioni sui più reconditi paesaggi della psiche.

Giovanni Pascoli

Giovanni Pascoli nacque il 31 dicembre 1855 a San Mauro di Romagna, primo di otto figli. Aveva undici anni quando il padre fu ucciso in circostanze misteriose; tragico evento che seminò inquietudine e ansie nell’animo del giovane Pascoli. La morte del padre non fu il solo dramma: seguirono la morte della madre stroncata dal dolore e di tre fratelli, e la dispersione degli altri orfani, chi in convento, chi in collegio, chi a guadagnarsi il pane. Giovanni Pascoli studiò nel collegio dei padri Scolopi di Urbino e lì si formò seguendo una cultura classica, cultura che gli consentì poi di coltivare per tutta la vita la composizione di poesie in latino. Il Pascoli s’iscrisse alla facoltà di Lettere dell’Università di Bologna e entrò subito nella cerchia dei discepoli di Carducci; ma dopo tre anni interruppe gli studi, perse i sussidi di cui godeva e si ridusse in miseria. Nel 1882, dopo un periodo di adesione all’Internazionale dei lavoratori e dopo la militanza in gruppi anarchici, riprese gli studi e si laureò. Insegnò al ginnasio e quando raggiunse un minimo di tranquillità economica chiamò a vivere con sè le sorelle Ida e Maria, per ricostruire quel “nido” domestico che era stato dolorosamente distrutto. Le prime poesie di Pascoli, raccolte sotto il nome di Myricae, furono pubblicate nel 1891. Da lì a poco il poeta raggiunse una particolare notorietà che gli permise di diventare professore universitario “per meriti speciali”. Nel 1905 Pascoli fu chiamato alla cattedra di Letteratura italiana di Bologna al posto di Carducci: fu quella la consacrazione ufficiale a successore del “vate d’Italia”.

GIOVANNI PASCOLI, LE OPERE E LA POETICA

Myricae, titolo della prima raccolta di poesie del Pascoli, è tratto da un’espressione di Virgilio e allude al carattere umile dei temi. Le poesie sono più di centocinquanta; i temi prevalenti sono quelli che raccontano la campagna. Anche l’opera Canti di Castelvecchio segue gli intrecci dell’idillio rustico. A queste prime due opere ne seguirono altre: Primi e Nuovi poemetti, i Poemi conviviali, le Odi e Inni. Dopo il 1905 circa, la poesia pascoliana fu invasa da una sorta di ambizione epica che caratterizzò le ultime raccolte: Canzone di Re Enzio, Poemi italici e i Poemi del Risorgimento. L’universo poetico di Pascoli è sorprendente e comprende ogni aspetto della natura, dagli spazi siderali ai minimi eventi di foglie, petali, formiche. Nella poetica del Pascoli ogni cosa ha la sua importanza; egli dà pari rilievo alle minime vicende private e ai grandi temi collettivi. La predicazione di pace e fratellanza si alterna a momenti di celebrazione dell’egoismo nazionale e della guerra; la nostalgia degli affetti domestici e dell’innocenza infantile lascia trasparire turbamenti profondi, inquietudini sessuali, pulsioni di morte. Ciò che dà unità a questo guazzabuglio è una voce poetica inconfondibile, un’impronta stilistica unica. Pascoli ha esposto le sue idee sulla poesia in un saggio scritto fra il 1897 e il 1903 intitolato Il fanciullino. Un fanciullino è presente dentro ciascuno di noi come memoria della propria infanzia: è ciò che abbiamo conservato dell’innocenza e della capacità di scoprire il mondo con occhi nuovi con candida e sempre rinnovata meraviglia. L’allegoria del fanciullino significa l’identificazione della poesia con un momento di conoscenza primigenia ed “eterna”, cioè libera da ogni spessore storico e culturale. Per Pascoli dunque la poesia è «trovare nelle cose il loro sorriso e la loro lacrima». La poesia dunque nasce dalle cose stesse, e compito del poeta è scoprirle e nominarle. Il cuore pulsante del fanciullino è la guida della poesia di Pascoli. Il fanciullino è un animo illibato che dà ristoro all’uomo, che fa sentire l’individuo pulito. La piccola voce del piccolo bambino ha fatto di Pascoli un poeta eterno, eccola l’essenza del fanciullino: «è dentro noi un fanciullino che non solo ha brividi ma lagrime ancora e tripudi suoi […] egli è quello che ha paura al buio perchè al buio vede o crede di vedere quello che alla luce sogna o sembra di sognare… egli è quello che piange o ride senza un perchè, di cose che sfuggono ai nostri sensi e alla nostra ragione».

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