Giovanni Falcone: l’uomo che sognava di sconfiggere la mafia applicando la legge

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Un giorno Paolo Borsellino, con l’autoironia di cui era capace, si rivolse così a Giovanni Falcone: “Giovanni, ho preparato il discorso da tenere in chiesa dopo la tua morte: “Ci sono tante teste di minchia: teste di minchia che sognano di svuotare il Mediterraneo con un secchiello… quelle che sognano di sciogliere i ghiacciai del Polo con un fiammifero… ma oggi signori e signore davanti a voi, in questa bara di mogano costosissima, c’è il più testa di minchia di tutti… Uno che aveva sognato niente di meno di sconfiggere la mafia applicando la legge”. Moriva oggi, Giovanni Falcone. E con lui la moglie Francesca Morvillo e tre uomini della scorta. Il 23 maggio di 28 anni fa, alle 17.56 un’esplosione assordante disintegra l’asfalto dell’autostrada A29, allo svincolo di Capaci. A lui furono riservati ben 500 kg di tritolo.

Giovanni Falcone, “l’innovatore”

Giovanni Falcone era un uomo giusto. Uno di quelli disposti a mettere la propria incolumità sul piatto della bilancia, se quello è il prezzo da pagare per sconfiggere il cancro che da troppo tempo sta logorando un intero paese. La mafia. Giovanni Falcone era soprannominato “l’innovatore”. Aveva infatti preso in considerazione il fenomeno mafioso come mai nessuno aveva osato fare prima. Fu il primo a dichiarare che Cosa Nostra è un’organizzazione parallela allo Stato. A sostenere che la mafia si basa su una struttura dai ruoli gerarchici ben definiti. Il primo ad affermare che la mafia, in quanto fenomeno creato dagli uomini, possiede radici che possono essere sradicate.

23 giugno 1992, Le Parole di Paolo Borsellino

Ad un mese esatto dalla Strage di Capaci, in occasione della veglia per Giovanni Falcone, Paolo Borsellino pronunciò un discorso estremamente toccante. Tanto profondo da smuovere le coscienze. Tanto intenso da far rivivere Falcone ed il suo straordinario atto di amore nei confronti di questa terra “bellissima e disgraziata”. Giovanni Falcone era consapevole. Consapevole di essere odiato dalla mafia per il suo lavoro e per questo consapevole di comparire nella lista dei condannati a morte. In onore del suo sacrificio estremo, dei suoi uomini e di Francesca Morvillo che “stava accanto al suo uomo con perfetta coscienza che avrebbe condiviso la sua sorte”, Borsellino si rivolge a tutti, nessuno escluso. Ci invita a recidere ogni legame con il tessuto mafioso. Solo così Falcone può continuare a vivere. Fin quando ci saranno, su questa terra, uomini disposti a sposare la sua causa, allora Falcone non morirà mai.

25 giugno 1992, “Falcone ha iniziato a morire nel gennaio del 1988”

Due giorni dopo, nell’atrio della biblioteca comunale di Palermo gremito di persone commosse, un Paolo Borsellino emozionato ricorda con fervore l’amico e collega Giovanni Falcone. Lo ricorda come un uomo profondamente rispettoso delle istituzioni. Un uomo che nonostante i rischi ha scelto di non girarsi dall’altra parte, come in molti hanno fatto. “Falcone ha iniziato a morire nel Gennaio del 1988”. Non per mano della mafia, artefice materiale del suo assassinio. Falcone iniziò a morire professionalmente, prima che fisicamente, per il voltafaccia e la meschina indifferenza di chi come lui, avrebbe dovuto combattere per la giustizia. Senza remore, Borsellino definisce “giuda” chi si fece beffe di Falcone, quando decise di concorrere per il posto di Antonino Caponnetto. E metaforicamente chiama “schiaffo” la decisione del CSM che a Falcone preferì Antonio Meli. Con voce che tenta di reprimere la rabbia, confessa il momento in cui, in cuor suo, comprese che Falcone stava subendo un processo distruttivo della sua persona.

“Denigrato e deriso”

Borsellino rievoca poi la decisione di Falcone di esiliarsi da Palermo per approdare al Ministero di Grazia e Giustizia a Roma. Determinato e convinto di trovarvi un ambiente migliore per proseguire le sue indagini. Egli non fuggì da Palermo, non scappò mai. Con il cuore e con la mente rimase sempre nella terra che lo aveva generato. In quell’occasione fu denigrato, accusato di brama di potere ma non se ne curò. Falcone, solo, dimostrò invece il valore del suo operato e la sua straordinaria dedizione nella lotta alla criminalità organizzata. Iniziò così a diventare un eroe per alcuni, un ingombrante ostacolo per altri. Quando fu chiaro a tutti che l’intento della mafia era di uccidere Giovanni Falcone, nella rassegnata consapevolezza di dover morire, Borsellino dichiara di aver detto “se deve essere eliminato l’opinione pubblica lo deve sapere, lo deve conoscere, il pool antimafia deve morire davanti a tutti, non deve morire nel silenzio”.

L’inizio della fine

“L’organizzazione mafiosa – non voglio esprimere opinioni circa se si è trattato di mafia e soltanto di mafia, ma di mafia si è trattato comunque! – ha preparato ed attuato l’attentato del 23 maggio proprio nel momento in cui […] era ormai a un passo dal diventare direttore nazionale antimafia”. Il 22 maggio 1992 infatti, Falcone fu nominato “superprocuratore”. Il giorno immediatamente successivo morì, in modo atroce. Vittima di un’efferatezza inaccettabile.

Era riuscito a far tremare lo strapotere mafioso. Era arrivato dove mai nessuno prima era riuscito. Conclude così il suo discorso, Paolo Borsellino, tra un applauso fragoroso “Giovanni Falcone in questa sua breve, brevissima esperienza ministeriale lavorò soprattutto per potere al più presto ritornare a fare il magistrato. Ed è questo che gli è stato impedito, perché è questo che faceva paura.

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