Giosuè sui fili di rame

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di Serenza Citernesi

Il palazzo di Viale Solferino è vecchio quasi quanto la signora che ne abita l’ultimo piano. Non ha l’ascensore, solo scale. Rampe infinite di scale di marmo striato al centro di verde e negli angoli, se guardi bene, di un colore bluastro che quasi sembra muffa. Il corrimano è rivestito da velluto rosso, perennemente protetto da un velo di polvere sottile, per abbinarsi all’ambiente ecco. Dal fondo dell’atrio, se alzi gli occhi verso l’alto, oltre i cinque piani di porte e zerbini con su scritto “Benvenuto” o “Buone feste”, c’è un’enorme finestra sempre assediata da eserciti di pulviscolo e moscerini che fa da soffitto al centro dell’edificio e concede un alito di sole all’intero condominio. Giosuè di solito si sedeva sul pavimento in travertino dell’atrio e guardava quel cielo di vetro col naso all’insù.

Nel frattempo Amedeo, il portinaio, metteva a posto le raccomandate e sfogliava qualche rivista che poi, con calma, avrebbe consegnato al legittimo destinatario. Ogni tanto, quando era di buon umore, canticchiava qualche canzone di gioventù, quelle che ballava alle feste in paese, quando ancora aveva le gambe buone, diceva. Per Giosuè era come un cantastorie, anche se alla fine di storie non ne raccontava poi tante. Se ne stava lì, seduto dietro la sua scrivania, con le sue “scartoffie burocratiche”, diceva, le sue rughe, i suoi anni, un po’ di stanchezza e un archivio di ricordi coi fascicoli sparpagliati. Eppure, quel vecchio con lunghi pantaloni a quadretti grigi e una sigaretta fra le dita sottili, imbambolava i sei anni di un silenzioso Giosuè. <<Allora ragazzo, passata l’estate si va a scuola eh?>> Amedeo appoggiato allo stipite del portone d’ingresso fa un tiro e si aggiusta il colletto della camicia carta di zucchero <<Allora? Non mi rispondi eh…ma tanto tu rispondi solo a quella piccina, a quella Alice…fra tutti e due, non so chi sia la più formica>> Amedeo sospira e sorride, Giosuè distoglie un attimo gli occhi dal suo appannato cielo di vetro e lo guarda. Ha nominato Alice. La “piccina” la chiama. A Giosuè non pare poi tanto piccina. In fondo è solo un pochino più bassa di lui. Certo lui non è che fosse questo gigante. Se lo fosse stato si sarebbe deciso a dare una pulita a quella finestra in cima al palazzo dato che nessuno, nemmeno la vecchia signora dell’ultimo piano che era la più vicina, si decideva a farlo. Ma non lo era. Non è che comunque avesse questa grande importanza. Lui non si era mai curato dell’altezza di Alice. Per la verità non si era curato nemmeno dei suoi capelli rossi, delle lentiggini, della finestra che aveva fra i denti da latte e delle sue manine piccole e tozze. Semplicemente aveva deciso di essersi innamorato di Alice. E così Giosuè amava Alice. Ci aveva trascorso tutta la sua vita, che poi tanto lunga ancora non era. Lui era nato a marzo, all’alba della primavera, lei a settembre fra sciami di foglie iridescenti portati via dal vento d’autunno. Si erano guardati diventare un po’ meno piccini e un po’ meno formiche un giorno alla volta, arrivare prima all’ultimo cassetto della credenza dove stavano le tovaglie del corredo di matrimonio della mamma, poi allo scaffale dei vinili di papà, che però si potevano solo guardare (anche toccare, ma quello di nascosto), e infine al mobiletto in noce dove stavano le cianfrusaglie, gli elastici dimenticati, i pennarelli con l’inchiostro secco, le lampadine fulminate, la carta scarabocchiata e i bottoni che si trovano solitari nelle tasche dei giubbotti nuovi. Tra gli altri tesori avevano nascosto una scatola di biscotti al burro che Amedeo aveva regalato a Giosuè per il suo compleanno. Avevano mangiato un biscotto a testa ogni giorno, uno Giosuè, uno Alice, finché ne erano rimasti solo due, e allora si erano ripromessi di lasciarli stare fino al suo compleanno, così avrebbero finito la vecchia scorta per lasciare spazio alla nuova che Amedeo (senza alcun dubbio) le avrebbe regalato.

<<Eh, ragazzo, la tua Alice è una bambina in gamba, hai visto com’è contenta di andare a scuola? Ha già preparato i suoi libri, con tutti i quaderni, le matite, le penne, ah non si fa mancar niente, ci tiene! Ieri l’ho vista seduta sulle scale che metteva a posto la cartella, ha una cartellina rossa che si vede che è proprio il suo orgoglio…Eh, Giosuè, che ne pensi?>> Giosuè non ne pensa proprio niente. O meglio, ne pensa. Ma niente di buono. Lui della “scuola” ne farebbe anche a meno. Che poi ancora nessuno gliel’ha spiegato cosa cavolo è. Da qualche settimana sua madre è tutta esaltata, gli parla delle “maestre di scuola”, dei “voti di scuola”, dei “banchi di scuola”. Ma il peggiore di tutti è il fantomatico “primo giorno di scuola”. La mamma dice che è bene fare buona impressione “il primo giorno di scuola”, che è bene essere ben vestiti, ben educati, ben pettinati. Giosuè pensa che il primo giorno di qualsiasi cosa non sia compatibile con le cose fatte bene. Uno il primo giorno di qualsiasi cosa è disorientato, che ne sa dove deve andare, come deve muoversi, che deve dire, come i capelli sono “ben pettinati”. Figuriamoci se fa “una buona impressione”. Lui poi, Giosuè. La formica. Figuriamoci. Magari cadrà appena entrato impigliandosi con la “cartella di scuola” nei “banchi di scuola” ed ecco fatto. La formica. Invece Alice è contenta. Lei che è formica come lui, che avrebbe dovuto sentirsi come lui, è contenta.

 

<<Giosuè!! Ti muovi?! Guarda che i funamboli ci camminano sui fili eh! Dai!!>> Alice sbraita all’altro capo del filo e tende le mani verso un traballante Giosuè <<Ma…e se poi cado?>> Alice si mette le mani sui fianchi e rivolge gli occhi al cielo sospirando <<Uff…Giosuè…se cadi c’è la rete sotto, no? Di che ti preoccupi? Allora, ora torni alla pedana e ricominci da capo, pronto?>> Giosuè piano piano, senza voltarsi, torna indietro al punto di partenza. E’ un po’ nervoso, Alice è una perfezionista, vuole che il funambolo del suo circo faccia un esercizio impeccabile. <<Allora, concentrati: è una sera d’inverno, il Circo Papillon è appena arrivato in città, oggi i suoi artisti si esibiscono per la prima volta in assoluto. C’è chi ancora sta finendo di prepararsi, le ballerine controllano di nuovo il trucco e i nastri del tutù, il mangiafuoco mette in tasca i fiammiferi e il domatore si mette il cilindro nero e accarezza i leoni. Lo senti Giosuè? Il profumo dello zucchero filato, dei popcorn, il rimbombo del tendone a strisce rosse e gialle sferzato dal vento gelato, lo senti Giosuè? Il clamore del pubblico, lo senti? Ci sono tutti, tutti pronti, tutti in attesa, pagliacci, saltimbanchi, equilibristi. E poi c’è lui, e poi c’è…>> Giosuè fa un bel respiro, drizza le spalle, punta lo sguardo davanti a sé <<Ehm ehm>> due colpi di tosse, Alice si schiarisce la voce <<Madame et monsieur, stasera ho il piacere di presentarvi il grande, inimitabile, unico…funambolo Giosuè!>> Giosuè si sposta come un gatto su un filo di rame dipinto con un gesso bianco sull’asfalto di Viale Solferino, un filo sospeso a mille metri d’altezza. Il pubblico lo guarda col fiato sospeso. E se cade? E se cade? La rete l’hanno tolta, un vero funambolo non ne ha bisogno. Giosuè sente il vento che bussa impetuoso e vuole entrare in pista a far oscillare il suo filo di rame, sente la folla che trattiene il respiro per paura di farlo precipitare nell’abisso sotto di lui. Nell’aria volteggia la musica di un violino isterico suonato da uno zingaro lungo un fiume in primavera e Giosuè danza con ogni nota, giravolta dopo giravolta. Un passo avanti, mezzo indietro, un salto in tensione verso il traguardo, un sorriso ad Alice. La successione si ripete per tre volte sempre inesorabilmente uguale a se stessa. Giosuè fa oscillare le braccia aperte come ali di airone, si libra lungo le invisibili correnti d’aria calda che vengono da un mare lontano. E mentre poggia la punta del piede sulla pedana d’arrivo il pubblico esulta, applaude, acclama, e il vento fuori tace in un profondo inchino. <<Signore e signori, lui era Giosuè, il funambolo!>> Alice salta felice, mentre Giosuè ringrazia timido e fiero. Amedeo, sulla soglia del portone, con la sigaretta fra le dita gracili, sorride, scuote la testa e nella penombra del crepuscolo accende il lampione all’entrata.

 

Pioveva. Il cielo di vetro era attraversato da fitti rivoli d’acqua gelida che s’insinuavano nella minuscola apertura della finestra e precipitavano giù per i cinque piani, evaporando in nuvole rarefatte poco prima di schiantarsi contro il pavimento dell’atrio. Era la prima settimana di settembre, la sera aveva iniziato ad arrivare in anticipo, la mattina in ritardo. Qualcuno aveva già ripreso il lavoro, qualcuno ancora poltriva nel pomeriggio contro i residui di caldo soffocante imprigionati nelle camere del palazzo. Amedeo sonnecchiava spesso in quel periodo, diceva che era perché “cambiava il tempo”. Ogni tanto col giornale del mattino sull’addome si addormentava a bocca aperta adagiato (sbracato a esser precisi) sulla sedia della sua scrivania e russava sognando tutto sorridente chissà quali posti, chissà quali amori. Alice e Giosuè non si vedevano. Non si sentivano nemmeno. Da quando chiunque ne aveva memoria quei due avevano sempre trascorso la prima settimana di settembre ad allestire i preparativi per il compleanno di Alice: regali, vivande, coriandoli e stelle filanti (li conservavano a carnevale perché Alice ne andava matta), scherzi da fare alle pettegole del terzo piano e ad Amedeo, candeline rosa e canzoncine inventate sul momento da allegare alla vecchia nenia del “Tanti auguri a te”. Ma quell’anno no. Quell’anno pioveva. E il palazzo di Viale Solferino, vecchio quasi quanto la signora che ne abita l’ultimo piano, sembrava immemore e silenzioso.

 

Avevano litigato. Litigato per la “scuola”. Ecco, anche fra lui e Alice si doveva mettere quella simpaticona. Alice non capiva l’apatia imbronciata di Giosuè e Giosuè non capiva l’euforia estatica di Alice. Lei parlava continuamente di tutto quello che sua madre le aveva spiegato si faceva a scuola, mostrava al suo amico l’astuccio con ben quarantotto matite di tutti i colori, dal “verde acqua” al “blu cobalto”, il suo preferito, tentava disperatamente di renderlo partecipe del suo entusiasmo, della sua curiosità. Ma Giosuè rimaneva in silenzio, quando si sentiva fissato sorrideva e per il resto del tempo si mordicchiava le labbra sospirando di tanto in tanto. E poi Alice un giorno era sbottata. Aveva gridato a un centimetro dalla faccia di Giosuè, con le guance imporporate, gli occhi lucidi. Lui era rimasto in silenzio, di nuovo. Allora Alice se n’era andata abbandonandolo nell’atrio mentre correva veloce su per le scale prima di sbattere la porta dietro di sé. Da allora non si erano più parlati. C’erano stati altri litigi, altre baruffe d’estate per avere l’onore di tirare l’ultimo gavettone ad Amedeo, ma alla fine uno dei due era sempre tornato a sventolare bandiera bianca per fare pace e ricominciare da capo. Ma stavolta no. Entrambi chiusi in un silenzio ostinato, si avvicinavano, ma mai abbastanza da toccarsi davvero. Alice ogni mattina andava davanti al pianerottolo di Giosuè, si sedeva sullo zerbino, ma non suonava il campanello. Giosuè ogni pomeriggio andava davanti al pianerottolo di Alice, si sedeva sullo zerbino, ma non bussava. Il compleanno di Alice era passato via trasportato da fiumiciattoli di acqua fredda fra foglie colorate e sacchetti di plastica. Amedeo le aveva regalato una scatola di biscotti al burro, aveva scherzato dicendo che di sicuro sarebbe andata a nasconderla nel loro mobiletto in noce, suo e di Giosuè. Alice aveva distorto per un frammento di secondo il viso, aveva ringraziato Amedeo, sorriso appena. Era entrata in casa e in piedi su una sedia di cucina aveva riposto la scatola di biscotti in fondo allo scaffale più alto della credenza. Sua mamma le aveva detto che poteva anche metterla direttamente in uno scatolone. Una settimana e il Circo Papillon avrebbe smontato il tendone per andarsene via. Lontano. Senza il suo funambolo sui fili di rame.

 

Giosuè sedeva davanti alla finestra, raccoglieva le ginocchia al petto, incrociava le braccia e ci appoggiava la testa. Guardava fuori. Spesso pioveva, ma ogni tanto il sole faceva capolino da dietro le nuvole dense, luccicando sull’asfalto sfaldato. C’era qualche rondine ritardataria che sfrecciava su e giù per gli ultimi preparativi prima della partenza, Amedeo che fumava la sua sigaretta sul gocciolante portone d’ingresso, una o due signore che andavano a buttare la spazzatura, stringendosi addosso il golf scolorito. E poi c’era Alice. Alice coi suoi capelli rossi, sempre arruffati. Girava le spalle alla finestra di Giosuè, incrociava le mani dietro la schiena e si godeva l’ultimo sole di settembre lungo Viale Solferino. Suo padre aveva ottenuto un lavoro a Bologna, ragioniere di un’azienda edile, un buono stipendio, un buon impiego, duecentodiciannove chilometri di distanza. Il Circo Papillon levava le tende. Così. All’improvviso. Giosuè ne aveva sentito parlare a cena dai suoi, ma sul momento non ci aveva creduto. Figuriamoci. Alice se ne va e non gli dice niente? Impossibile. Anche se hanno litigato. Figuriamoci. E invece Alice se ne andava. Se ne andava in una città che magari era dentro qualche nuovo libro di scuola, chiusa fra una pagina e l’altra. Una città dove il funambolo Giosuè sarebbe andato scivolando come un gatto sui fili di rame, in silenzio, con un flacone di scuse da ingoiare all’istante e il tulipano che non le aveva regalato per il compleanno. Sarebbero andati a scuola insieme e avrebbero fatto una “buona impressione”, Alice con la sua cartella rossa e le quarantotto matite nell’astuccio, Giosuè coi suoi attrezzi da funambolo stretti in una mano e i libri ben rilegati nell’altra. Niente panico, sarebbe andato tutto bene, avrebbero continuato a guardarsi diventare meno formiche un giorno alla volta, mano nella mano, coi capelli rossi di Alice intrecciati a quelli neri e riccioli di Giosuè, mentre il vento ululante di Bologna come quello di Milano avrebbe scosso il tendone a strisce rosse e gialle del Circo Papillon. Niente panico. Sarebbero stati insieme, felici.

 

Alice è seduta sul primo gradino dell’entrata, ha un vestito bianco con arabeschi rossi, un paio di ballerine lucide nere, il braccialetto di pasta che Giosuè le aveva regalato l’anno prima insieme a un tulipano rosso. Amedeo le ha dato un’altra scatola di biscotti al burro, ma ha detto che quella la deve tenere per ricordo. I genitori di Alice stanno mettendo le valige in auto, ci sono tre bauli, una dozzina di scatoloni e le borse più piccole nemmeno si contano. Avevano una casa piena di ricordi lì in quel vecchio palazzo polveroso, se n’erano portati dietro quanti più potevano, ma alcuni si erano incollati ostinati alle pareti: il disegno che Alice aveva fatto sul muro dietro al letto a tre anni, il profumo di biscotti al burro, le particelle invisibili di corpi senza tempo che avevano vagato frettolosi di stanza in stanza. Qualcosa andava via con Alice, qualcosa rimaneva. Giosuè scende nell’atrio, supera il portone e si siede silenzioso accanto a lei. Ha un flacone di scuse e il tulipano che non le ha regalato all’ultimo compleanno. Ma lui rimane. Non è poi questa tragedia, forse. Non è poi tanto lontana Bologna, forse. Certo Giosuè sarebbe stato disposto a farsi piacere “i banchi di scuola”, “i voti di scuola”, anche “il primo giorno di scuola” a patto che Alice rimanesse lì con lui o che lui andasse via con lei. Ma magari il loro essere “piccini”, che d’importanza per loro non ne aveva mai avuta, qualcuna in realtà ne aveva. “Non mi pare probabile che qualcuno al tempo potesse tenere in considerazione i sentimenti di due bambini. Toccava a noi soffrire o soffocarli”.

 

Alice si alza in piedi <<Una cosa sola, poi vado>>, sfila dalla tasca del suo vestitino un gesso bianco e traccia un filo sottile sull’asfalto <<Dai funambolo, l’ultima passeggiata a mille metri d’altezza>>. Giosuè scatta in piedi, serio serio, si avvicina alla pedana e si concentra. <<Ehm ehm>> due colpi di tosse, Alice si schiarisce la voce <<Madame et monsieur, per l’ultima volta ho l’onore di presentarvi il grande, unico, inimitabile…funambolo Giosuè!>> e mentre il Circo Papillon sventola fazzoletti bianchi e saluta il suo pubblico, Giosuè danza in silenzio sui fili di rame.

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