Giacomo Bevilacqua presenta “Attica”, il primo manga italiano – INTERVISTA

Intervista al fumettista Giacomo Bevilacqua, autore e disegnatore della nuova grande scommessa Bonelli: si tratta di Attica, il primo vero manga italiano...

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Giacomo Bevilacqua è un nome per niente nuovo agli amanti del fumetto: dopo un debutto come disegnatore per un artista già affermato come Bartoli ed un Recchioni che iniziava a farsi conoscere dal grande pubblico, Bevilacqua ha conosciuto un successo esponenziale con il suo personaggio più noto, il Panda di “A Panda Piace”. Il boom del suo Panda è partito dal web ed è poi approdato nel mondo dell’editoria attraverso raccolte ed opere inedite, dando luogo ad un’escalation di successi che ha portato anche a graphic novels interamente disegnate e sceneggiate da Giacomo come “Il Suono Del Mondo A Memoria” e “Lavennder”.

A partire da qualche giorno fa, Giacomo è in tutte le fumetterie con il primo numero di “Attica”, una nuova serie a fumetti interamente curata da lui ed edita da Bonelli. Con 6 numeri in uscita, i quali avranno degli interessanti giochi nelle copertine (ogni numero avrà un’artcover di un colore differente, ed il titolo “Attica” si sgretolerà di uscita in uscita), Attica è a tutti gli effetti un manga. In quanto tale, l’opera costituisce un’assoluta novità per l’editoria italiana giacché nessun altro vero manga era stato mai prodotto in Italia. I testi ed i balloon saranno stampati all’occidentale, è vero, ma lo stile di disegno sarà prettamente quello dei manga, così come tante altre caratteristiche dell’opera deriveranno direttamente da quel mondo. Uno dei pochi elementi a non essere prettamente nipponico è il titolo: “Attica” deriva infatti dal modo in cui veniva designata una parte della penisola greca nei tempi antichi e, nel contempo, da una prigione americana dove ebbe luogo una violenta rivolta di detenuti.

Due dei personaggi di Attica, disegnati durante l’intervista dallo stesso Giacomo Bevilacqua

Giacomo Bevilacqua, del resto, dichiara di essere stato sempre un grandissimo appassionato di manga, ma non solo: per la composizione di quest’opera, Giacomo ha trascorso del tempo in Giappone e trasposto su carta quelli che sono gli stimoli ricevuti direttamente in loco. Come tutte le cose da cui derivi arte, però, tale esperienza in Giappone non era stata programmata per la scrittura di Attica: nata come una vacanza, la visita nella Terra del Sol Levante ha fornito l’input finale per l’elaborazione della serie, portando poi Giacomo a proporre il progetto alla Bonelli.

La casa editrice, che negli ultimi anni ha rimodernato non poco lo stile delle sue opere, ha immediatamente fiutato l’ottimo potenziale della storia ed ha affidato a Bevilacqua pieno controllo della sua creatura. Una creatura che, come spesso avviene nel mondo del fumetto, si inserisce in un’universo di cui fanno parte anche le precedenti graphic novel di Giacomo: quanto è accaduto in quelle storie potrebbe avere effetti anche su Attica, e di sicuro non mancheranno dei riferimenti.

Copertina del primo numero di Attica

Giacomo Bevilacqua: intervista a cura di Umberto Olivo

A questo punto, Giacomo Bevilacqua è nel pieno della promozione di “Attica”: in tale contesto, il fumettista ha preso parte ad un evento organizzato presso lo Starshop di Perugia. Qui, oltre a rivelare le informazioni che ho già riportato nella prima parte dell’articolo, ha anche gentilmente lasciato che lo intervistassi. Vi riporto di seguito la nostra conversazione.

UMBERTO: Ciao Giacomo. Innanzitutto, grazie per aver concesso quest’intervista a PeriodicoDaily! Com’è noto, l’origine del tuo successo è il web: è tramite questo mezzo che la tua opera “A Panda Piace” ha conquistato un successo esponenziale, e di lì a poco sei approdato nel mondo dell’editoria. Che rapporto hai con questi due mezzi d’espressione?

GIACOMO: Guarda, in realtà io ho iniziato con l’editoria prima ancora che col web. Quando ho iniziato come disegnatore 12 anni fa, l’ho fatto con opere come Lanciostory, Skorpio e John Doe: lavori che sono stati chiaramente pubblicati su carta stampata. Io ho avuto una grandissima fortuna a livello editoriale: ho debuttato sotto l’ala protettiva di Lorenzo Bartoli, che a quel tempo lavorava come sceneggiatore e che purtroppo oggi non c’è più. A Panda Piace è nato come esigenza di fare qualcosa di diverso, di mettermi in gioco a livello autoriale visto che fino ad allora avevo lavorato solo come disegnatore. Il web iniziava in quel tempo ad avere una certa importanza: era appena nato Facebook, i blog erano ancora molto diffusi (si usavano molto Blogsport, WordPress) ed ebbi quindi l’idea di mettere questo lavoro online anche per ottenere un feedback immediato da parte della gente. A me del resto non hanno mai dato fastidio le critiche oggettive e costruttive, e quindi internet veniva perfettamente incontro a quelle che erano le mie esigenze in quel periodo. Un’altra caratteristica di internet è l’evoluzione: Panda fu il secondo web-comic italiano e da allora ha cambiato mille volte piattaforme fra WordPress, Myspace, sito proprio, Facebook e oggi Instagram.

Umberto: Dalla tua biografia apprendo che hai lavorato anche a teatro sia come autore che come attore. Per te, è meglio esprimerti incarnando un personaggio con tutto il corpo oppure creandolo tramite carta e matita?

GIACOMO: A me fare teatro e televisione, scrivere per teatro e televisione, ha aiutato tantissimo: fare un fumetto vuol dire fare un milione di cose tra cui, appunto, far recitare i personaggi. Nel momento in cui fai recitazione, in cui capisci almeno quali sono le basi della recitazione, è chiaro che riesci a far trasmettere qualcosa in più ai tuoi personaggi. Tutto ciò che io ho fatto professionalmente, incluso creare musiche e jingle per la televisione e per le pubblicità, mi ha aiutato: il fumetto è un miscuglio fra regia, sceneggiatura ed altre mille cose. Più cose sai e meglio riesci a far quadrare il tutto.

UMBERTO: Quindi il fine ultimo per te è comunque il fumetto?

GIACOMO: Si, per me si, è ciò che mi dà maggiori soddisfazione: potrei definirmi un “maniaco del controllo”, ed i fumetti mi permettono davvero di curare ogni singolo aspetto di un’opera. Immagina farlo con un film: dovrei dirigere, sceneggiare, scegliere da solo gli attori, vestirli, dire loro come recitare, montare, distribuire, comporre le musiche e pure andare a spiegare in ogni singolo cinema cosa volessi dire col film! Non sarebbe fattibile, ci sarebbe da uscirne pazzi, mentre con i fumetti ciò è assolutamente possibile: ad esempio, proprio con Attica la Bonelli mi ha dato pieno controllo di tutto, mi sono fatto aiutare soltanto alla fine nella correzione di ripetizioni e refusi – di questo si è occupata di Marina Sanfelice, di cui mi fido moltissimo. Per il resto ho fatto tutto da solo: sceneggiatura, disegni, colori, copertine, balloon. Questo nonostante la Bonelli sia una casa storica, con uno stile ben determinato che in quest’opera ho completamente stravolto: non mi aspettavo un trattamento del genere, mi sento molto fortunato.

UMBERTO: Durante la presentazione hai detto che Attica ha necessitato di un sacco di stimoli ricevuti in Giappone, ma ci sono dentro anche stimoli ricevuti in Italia?

GIACOMO: Si, tutto questo può essere definito un manga italiano. Le tavole sono diverse dalle classiche tavole italiane, ma le mie influenze rimangono pur sempre quelle del posto in cui ho vissuto. Il modo in cui ho scritto la sceneggiatura, certe battute fra i vari personaggi, il modo in cui interagiscono: tutti questi elementi non sarebbero mai presenti in fumetti americani o giapponesi. Ci sono scene con battute e modi di fare tipicamente italiani e colloquiali, le classiche cose che nelle traduzioni magari verrebbero perse. Ho cercato dunque di mantenere una genuinità di fondo, l’ho scritto in italiano, semplicemente. Ci sono dentro, insomma, stimoli orientali che ho rielaborato in quanto persona straniera, ho interpretato tutto ciò che ricevevo in base alla mia cultura e al mio vissuto.

UMBERTO: Attica è un’opera che subirà un tipo di distribuzione destinato prettamente alle fumetterie. Cosa pensi di questa tipologia di distribuzione?

GIACOMO: Devo ammettere che sono fra i sostenitori di questa modalità. In primis per motivi meramente affettivi: le fumetterie sono un po’ il posto da cui ha avuto inizio la mia carriera su carta stampata, il grosso del mio pubblico viene dalle fumetterie, le mie prime opere sono state distribuite nelle fumetterie. È un circuito che ho sempre adorato ed in cui ho sempre comprato, che ho sempre sostenuto. Dal punto di vista editoriale, c’è da dire che solo questa versione è esclusiva delle fumetterie: prossimamente usciranno altre versioni, in altri formati, sia per le edicole che per le librerie. Nelle edicole uscirà ad esempio in 12 volumi da 64 pagine (formato Audace), 1 al mese, e per le librerie uscirà invece in un formato più grande rispetto a questo qui per le fumetterie. La scelta della Bonelli a mio avviso è molto ben ponderata: sono tre circuiti diversi, frequentati da persone diverse, che hanno bisogno di formati differenti. Personalmente, questo da fumetteria è quello che mi piace di più, ma non per questo disdegno le altre o le considero minori: semplicemente hanno caratteristiche diverse ed usciranno in modalità differenti.

UMBERTO: Tu hai sperimentato moltissimo nel mondo del fumetto, ma c’è qualcosa che ancora vorresti fare e che non hai ancora avuto modo di mettere su carta?

GIACOMO: Essere un fumettista significa avere costantemente stimoli, voler costantemente produrre qualcosa e riuscire poi a farlo così, di punto in bianco, dopo averci provato a lungo e quando meno te lo aspetti. Ci sono autori che hanno soddisfazione nel periodo di gestazione del progetto, altri che hanno soddisfazione solo dopo averlo prodotto: io, nella fattispecie, sono soddisfatto soprattutto dal produrre la sceneggiatura. In un mondo ideale mi piacerebbe comporre le sceneggiature e lasciare poi il resto a persone di cui mi fido ciecamente, ma essendo un “maniaco del controllo” non riuscirei mai a fare ciò. Detto questo, una tipologia di progetto che non ho ancora fatto ma che mi piacerebbe curare sono i cartoni animati: anche lì mi piacerebbe scrivere e poi lasciare il lavoro grosso ad altri, ma nella pratica non lo farei mai.

Vi lasciamo con la playlist “Attica”, un lavoro che Giacomo Bevilacqua ha confezionato su Spotify come sorta di colonna sonora per il suo fumetto.

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