Gerusalemme occupata: la vera storia di Sheikh Jarrah

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Gerusalemme occupata. Il quartiere di Sheikh Jarrah è ancora teatro di scontri. Ma perché è una zona tanto contesa? Cosa non si dice sul rione della Città Santa?

Ancora una Gerusalemme occupata?

Si raccontano due storie sul quartiere di Sheikh Jarrah, a Gerusalemme Est. Occupata. La prima è trasmessa sui notiziari e i media mainstream. La seconda riceve poca copertura mediatica, o viene accantonata. Ed è quella che a noi interessa. Ma procediamo con ordine. Anche perché la vicenda che riguarda Sheikh Jarrah è turbolenta. Nelle scorse settimane, questo rione della Città Santa era tornato sotto i riflettori. Dapprima era stato interessato da un’ondata di tensioni, poi sfociata in rivolta. Allora, i dimostranti chiedevano la rimozione delle barriere poste dagli agenti durante il Ramadan: il mese sacro dell’Islam. Da cui gli scontri con la polizia. Di lì, la situazione era presto degenerata a causa dello sfratto (poi sospeso) di alcune famiglie palestinesi dal quartiere.

Una corsa agli sfratti

L’escalation avrebbe portato alla riapertura del conflitto tra Israele e Hamas. La tregua tra i due schieramenti sembrava che avesse appianato la situazione. Almeno, fino a nuovi disordini. Qualche giorno fa, le forze di occupazione israeliane hanno interrotto una maratona di protesta organizzata dai palestinesi a Sheikh Jarrah. L’oggetto della polemica? Lo sfratto di dozzine di famiglie palestinesi. Lo riferisce il media palestinese WAFA. La corsa era partita dall’ingresso del quartiere. Per attraversare la Porta dei Leoni e il quartiere Batn al-Hawa, nel rione di Silwan. La protesta pacifica si è conclusa con la polizia israeliana che sparava lacrimogeni e granate stordenti sulla folla. Gli agenti hanno aggredito anche giornalisti e cameraman che lavoravano per Palestine TV, distruggendo una delle loro telecamere.

Esasperazione

Tutti i concorrenti erano cittadini di Gerusalemme Est e dei territori palestinesi occupati. Dal 1948. Uno dei partecipanti, Asaad Dari, 24 anni, ha detto a WAFA che la maratona serviva a protestare contro lo sfollamento e lo sfratto di molte famiglie palestinesi nella Città Santa occupata. Si tratta di almeno 28 famiglie a Sheikh Jarrah e 86 famiglie a Batn al-Hawa. Le quali potrebbero essere costrette ad abbandonare le loro case a favore di gruppi di “coloni” israeliani. Questi potenziali sgomberi hanno attirato l’attenzione internazionale, che però si defila. Salvo gli appelli di alcuni leader mondiali che esortano le autorità di occupazione israeliane a non procedere. Ora la decisione spetterà alla Corte Suprema dello Stato ebraico.


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Nakba

Il conflitto israelo-palestinese risale al 1917. Quando il governo britannico, con la famosa Dichiarazione Balfour, chiedeva “l’istituzione in Palestina di un focolare nazionale per il popolo ebraico“. Nel 1948, all’indomani della proclamazione dello Stato di Israele, centinaia di migliaia di palestinesi furono costretti a lasciare le loro case. Quindi, dalla Palestina storica si trasferirono nei territori limitrofi. Nel 1956, a seguito di questi eventi, noti ai palestinesi come Nakba (“catastrofe”), 28 famiglie si stabilirono nel quartiere di Sheikh Jarrah, a Gerusalemme Est. Sorretti dalla speranza che lì avrebbero vissuto in pace. Ma si sbagliavano.

Gerusalemme occupata dai coloni?

Queste famiglie, il cui numero è salito a 38, affermano di vivere ogni giorno una Nakba. Specialmente dal febbraio 2021. Cioè da quando la Corte Centrale israeliana di Gerusalemme occupata ha approvato lo sfratto di quattro famiglie palestinesi dal quartiere di Sheikh Jarrah. Al loro posto, sarebbero subentrate altrettante famiglie sioniste. Coloni? Si potrebbero definire così. Comunque sia, la Corte Suprema israeliana avrebbe dovuto emettere una sentenza definitiva sugli sgomberi proprio mentre i fedeli palestinesi festeggiavano il Ramadan. Una celebrazione rinomata per essere foriera di tensioni.

Nuovi scontri

E quest’anno non avrebbe fatto eccezioni, anzi. A causa delle manifestazioni, il tribunale aveva deciso di rinviare la decisione al 10 maggio. Salvo poi confermare il provvedimento. Alla decisione, erano seguiti nuovi disordini in tutto lo Stato ebraico. Fino a Tel Aviv. Circa 200 persone sono rimaste ferite. Eppure, altre famiglie palestinesi si preparano ad affrontare un destino simile. Nella Gerusalemme occupata.


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Gerusalemme occupata: l’inizio della catastrofe

Nel 1956, le 28 famiglie di rifugiati che avevano perso le loro case durante la Nakba avevano raggiunto un accordo con il Ministero giordano per l’edilizia e lo sviluppo e l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati UNRWA. In effetti, avrebbero dovuto ottenere un alloggio nel quartiere di Sheikh Jarrah. A quel tempo, la Cisgiordania era sotto il dominio giordano. Più precisamente, lo è rimasta dal 1951 al 1967. Quest’ultimo, era l’anno della Guerra dei Sei Giorni. Secondo la Coalizione civica per i diritti palestinesi di Gerusalemme (CCPRJ), il governo giordano avrebbe messo a disposizione il terreno. Mentre l’UNRWA avrebbe coperto i costi per la costruzione delle 28 case per queste famiglie.

L’accordo

Lo afferma il CCPRJ in una nota. “Nel 1956 fu concluso un contratto tra il Ministero dell’Edilizia e della Ricostruzione e le famiglie palestinesi“. In base all’accordo, “Una delle clausole principali stabiliva che i residenti pagassero una tassa simbolica, a condizione che la proprietà fosse trasferita ai residenti dopo tre anni dal completamento della costruzione“. Eppure, ciò non si è mai avverato. Questo processo si è interrotto nel 1967, con l’occupazione israeliana della Cisgiordania. Tra cui la città di Gerusalemme. Il che ha impedito la registrazione delle case a nome delle famiglie palestinesi.


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Gerusalemme occupata: la Giordania

La scorsa settimana, il ministero degli Esteri giordano ha dichiarato di aver fornito al suo omologo palestinese i 14 accordi ratificati che legittimano la presenza delle famiglie nella Gerusalemme occupata. In una nota, il ministero ha affermato di aver consegnato ai residenti un certificato che prova l’accordo con l’UNRWA. Appunto per stabilire 28 unità abitative a Sheikh Jarrah, da registrare a nome della popolazione palestinese. Per di più, il ministero ha affermato di aver già prodotto alla parte palestinese tutti i documenti che potrebbero aiutare i gerosolimitani a mantenere i loro pieni diritti. Tra cui i contratti di locazione, gli elenchi dei nomi dei beneficiari e una copia dell’accordo concluso con l’UNRWA nel 1954.

Battuta d’arresto

A ben vedere, la Nakba delle famiglie palestinesi è iniziata nel 1972. Cioè quando il Comitato sefardita e il Comitato della Knesset di Israele hanno rivendicato il terreno su cui erano sorte le case palestinesi, nel 1885. Come riferisce il CCPRJ, nel luglio 1972 le due associazioni sioniste avevano chiesto alla corte di sfrattare quattro famiglie dalle loro case nel quartiere. Il tutto con l’accusa di furto di terra. A quel punto, le famiglie palestinesi avevano nominato un avvocato che potesse difendere i loro diritti. E nel 1976 i tribunali israeliani emisero un verdetto a loro favore. Ma non ci fu tempo per festeggiare. Lo ha spiegato Muhammad al-Sabbagh, un residente del quartiere, all’Agenzia Anadolu.


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La legge dell’apartheid

Il tribunale, utilizzando una nuova registrazione fatta nel dipartimento del catasto israeliano, ha deciso che la terra appartiene alle associazioni di coloni israeliane“, ha detto al-Sabbagh. Difatti, nel 1970 fu emanata la Legge sugli Affari Legali e Amministrativi in ​​Israele. Tra le altre cose, questo provvedimento stabiliva che gli ebrei che avevano perso i loro possedimenti a Gerusalemme Est nel 1948 avrebbero potuto reclamarli. Al contrario, secondo il movimento israeliano Peace Now la legge non consente ai palestinesi di fare altrettanto. Il che evidenzia la disparità di trattamento tra ebrei e palestinesi. Ma c’è di più.

Gerusalemme occupata: la battaglia legale

Secondo al-Sabbagh, i residenti di Sheikh Jarrah sarebbero stati ingannati dal loro stesso legale. “Nel 1982, le associazioni di coloni israeliane hanno intentato una causa di sfratto contro 24 famiglie nel quartiere di Sheikh Jarrah“, ha spiegato al-Sabbagh. Prima di aggiungere che 17 famiglie avevano incaricato l’avvocato israeliano Tosia Cohen di difenderle. Mentre era in corso il processo, al-Sabbagh ha riferito che nel 1991 Cohen aveva firmato un accordo all’insaputa delle famiglie palestinesi. In base al quale la proprietà della terra veniva riconosciuta alle associazioni di insediamento. “Agli abitanti del quartiere è stato invece concesso lo status di residente”, ha spiegato al-Sabbagh.


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Iniziano gli sfratti

Secondo il CCPRJ, così facendo Cohen aveva soggiogato le famiglie palestinesi “alla minaccia di sfratto se non avessero pagato l’affitto alle associazioni”. Nel frattempo, i tribunali israeliani hanno esaminato casi analoghi. Per anni, i magistrati israeliani hanno ascoltato cause presentate dalle associazioni di coloni contro residenti palestinesi. E viceversa. Fino al novembre 2008, quando era toccato alla famiglia al-Kurd lasciare la propria casa. Seguita a ruota dalle famiglie Hanoun e al-Ghawi nell’agosto 2009. Le loro case sono state occupate dai coloni che si sono affrettati ad alzare bandiere israeliane nel quartiere di Sheikh Jarrah. Finora, 12 famiglie palestinesi hanno ricevuto ordini di sgombero emessi dai tribunali centrali.

Gerusalemme occupata: corsi e ricorsi

Nei giorni scorsi, quattro famiglie palestinesi hanno presentato un ricorso contro il provvedimento di sfratto alla Corte Suprema. Il più alto organo giudiziario israeliano. Tra cui quella di al-Sabbagh. Lui e la sua famiglia di 32, di cui 10 bambini, temono che il verdetto del tribunale li renda di nuovo rifugiati. Già nel 1948, la famiglia di al-Sabbagh aveva lasciato la casa di Giaffa, che ora è abitata da israeliani. La storia che si ripete è quella delle incursioni notturne e delle violenze inflitte dalla polizia israeliana e dagli estremisti ebrei contro i palestinesi. Nelle scorse settimane, migliaia di ebrei ultra ortodossi hanno preso di mira le comunità palestinesi nella Città Vecchia. Il loro obiettivo era l’allontanamento delle famiglie palestinesi dalle loro case nel quartiere di Sheikh Jarrah. Volenti o meno.


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Morte agli arabi

Ma gli estremisti non agiscono da soli. Le loro azioni sono dirette da una leadership ben coordinata, e composta da gruppi estremisti sionisti ed ebrei. Tra cui il partito Otzma Yehudit e il Movimento Lehava. Il loro slogan “Morte agli arabi” è sorretto dall’appoggio dei politici israeliani. Come il parlamentare Itamar Ben-Gvir e il vicesindaco di Gerusalemme, Arieh King. Un chiaro segno che la pulizia etnica della Palestina, e dei palestinesi, esiste. Soprattutto per garantire una maggioranza demografica ebraica. Questa è la storia non raccontata del quartiere di Sheikh Jarrah. In questo senso, bisogna capire che questo rione non è l’eccezione. Piuttosto, la regola.