George Herbert, il poeta che ha ispirato il modernismo inglese

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Dalla carriera politica alla poesia metafisica

3 aprile 1593, Regno Unito. Nasce a Montgomery, una piccola cittadina del Galles, il poeta George Herbert. Attratto dalla filosofia e dalla poesia fin da giovane, abile nel suonare il liuto, cresce in un ambiente materialmente e culturalmente ricco: suo fratello Edward Herbert, tutt’ora considerato tra i fondatori del «deismo inglese», viene nominato Lord Herbert di Cherbury da re Giacomo I d’Inghilterra; sua madre Magdalen, invece, è molto amica di John Donne, padre fondatore della poesia metafisica. Dopo essersi laureato al Trinity College di Cambridge, però, Herbert decide di cimentarsi nell’arte politica, cercando così di arrivare alla corte di Giacomo I.

Diventato membro del parlamento inglese nel 1624, perde ogni interesse per la sua carriera alla morte del re che tanto ammirava, avvenuta l’anno seguente. Riscopre così l’amore per la filosofia e per l’arte, oltre a rafforzare quella fede in Dio che non era mai venuta a mancare. Nominato diacono dell’Abbazia di Westminster, nel 1626, George Herbert inizia a comporre i suoi famosi saggi, tutti pubblicati postumi. Tra questi, sicuramente il più conosciuto, «The Temple».

Qui raccoglie una serie di poesie indirizzate al fondatore di una comunità monastica presso Little Gidding: Nicholas Ferrar. Saranno tredici le edizioni stampate in poco più di cinquant’anni. Il successo della poesia di Herbert è sicuramente dovuto all’influenza della poetica metafisica di Donne, tanto da essere elencato insieme a quest’ultimo tra i poeti che hanno ispirato diversi scrittori modernisti inglesi, tra cui T.S. Elliot, il quale affermava: «La poesia metafisica è frutto del distacco che l’autore pone tra se stesso e il mondo». Herbert, infatti, pur allontanandosi dalle pesanti immagini spirituali di Donne, illustra le sue emozioni ed i suoi sentimenti quasi come un osservatore fuori campo, attraverso la ragione ed il concettismo.

Un chiaro esempio di questo è «The Collar». Qui si evince subito l’innovazione herbertiana, poiché il collarino da pastore indicato dal titolo della poesia richiama in maniera evidente alla sua collera verso Dio. Una rabbia, però, solo di facciata, come si evince dalla chiusura del componimento, dove egli confessa la sua totale obbedienza a Cristo.

La sperimentazione herbertiana, tuttavia, non è solo metafisica, ma più concretamente tipografica. Il suo componimento «Easter Wings», infatti, mostra come le parole del testo creino simbolicamente, tra le pagine, un’immagine alata. Tra le opere più famose di George Herbert vanno sicuramente ricordate: «The Pulley», «The Windows», «The Altar», «Jordan», «The Church-floor», «Church Monuments» e «Virtue». Ispiratrice di diversi poeti romantici inglesi, tra i quali Coleridge ed Emily Dickinson, la poesia di George Herbert sopravvive fino ai giorni nostri, tutt’ora studiata nelle scuole inglesi e non solo.

Morirà il primo marzo 1633 all’età di 39 anni, sepolto nella chiesa di Saint Andrew a Bremerton, cittadina a sud di Londra dove aveva preso i voti sacerdotali appena 4 anni prima. Attento alla spiritualità e alle esigenze quotidiane della sua comunità, trascorre gli ultimi anni della sua vita pregando e scrivendo poesie. Ricordato sia dalla Chiesa Anglicana che dalla Chiesa Luterana, George Herbert non solo è stato un personaggio fondamentale per la cultura inglese, ma la sua poesia, riprendendo le parole di T.S. Elliot, «mostra un intraprendenza di inventiva che sembra inesauribile, per questo so che non ci sono pari nella poesia inglese».

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